sabato, 16 ottobre 2021

Etica del sistema giuridico nell'ego e nei sistemi sociali complessi

Prof. Sergio Sabetta

 

Etica del sistema giuridico  nell'Ego e nei sistemi sociali complessi
Sergio Sabetta  

INDICE 

Premessa  
A) L'etica nei sistemi sociali complessi.  
B) L' Io normativo  
C) Etica e legittimità:  Etica pubblica;  L'io nell'etica politica;  L'etica nella giustizia globale.  Conclusioni


PREMESSA

L'etica nell'autorizzazione normativa

Il disgregarsi delle strutture sociali di riferimento, quali la famiglia, il lavoro, le istituzioni religiose e civili, conduce alla proiezione sulla giurisdizione delle tensioni regolative, il foro diventa l'arena in cui lottare e ricreare parte delle regole, la cultura frammentata è sostituita dal diritto e dalla sua manipolazione, la pressione che ne deriva è affrontata attraverso la specializzazione derivante dall'esperienza tecnica che permette la valorizzazione della velocità, l'eventuale ricerca della semplificazione procedurale e dall'uso della tecnologia, in questo l'efficienza, non di per sé efficacia, può eliminare quel che resta del sentimento già compresso dagli interessi in gioco.

Già Kant nell'eliminare il sentimento tra la volontà e la legge morale nella ricerca di una validità universale e necessaria, osservava il nascere il nascere di un mostro improntato sul dovere tanto da modificare nel terzo capitolo dell'Analitica la sua posizione sul concetto di dovere, considerandolo anche dal punto di vista della connotazione soggettiva del sentimento morale e non più solo sulla natura formale della legge morale, si attenua il dolore che nasce dalla costrizione e obbligo morale di un dovere spersonalizzato in presenza di un soggetto normale che provi empatia.

Osserva Kant che la morale risulta fondata in massime immutabili rispetto ai desideri tesi alla ricerca di una felicità immediata e come tale è alla base della costituzione sociale, si manifesta pertanto la differenza dinamica temporale tra morale, persistente nel tempo nel suo lento modificarsi, e felicità, tesa al risultato immediato.

Husserl nel recuperare la dimensione dell'inconscio ci ricorda che l'io non è solo un fascio di sensazioni, ma è fondato anche sulla capacità di dominare le proprie inclinazioni attraverso radici etiche, in quanto "razionalmente motivato" egli è capace di una razionalizzazione degli impulsi che affondano le sue radici in un contesto etico tale da chiarificare e riconoscere il factum irrazionale, emerge pertanto la necessità di un riconoscimento storico e contestuale dell'etica in cui la volontà di una sua rottura puramente razionale, secondo esclusivi principi ideologici per l'affermazione di principi alternativi, seguendo la visione di Rousseau, può dare luogo ad una ferocia eticamente sostenuta, come del resto il concentrarsi sulla pura visione contabile può portare all'eventuale distorsione del messaggio etico.

Vi sono insite nella specie umana delle necessità pratiche primarie date dalla territorialità, dalla ricerca delle risorse necessarie al sostentamento, dalla riproduzione, dalla lotta per la leadership, dagli scambi emotivi, la loro realizzazione può avvenire direttamente, mediata comunque dall'aspetto culturale, o il più delle volte indirettamente attraverso l'organizzazione che ne diventa uno strumento, senz'altro necessario al coordinamento delle attività ma sempre innanzitutto uno strumento per il singolo, usato da questi per realizzare le proprie necessità biologiche e culturali secondo una personale miscela.

L'applicazione della norma nasce pertanto dall'impulso soggettivo e non è mai impersonale, lo diventa nel momento dell'applicazione solo come attuazione di una tendenza al tecnicismo, che si realizza attraverso il sovrapporsi delle azioni secondo procedure, la norma quindi quale fascio relazionale non è che una semplice "autorizzazione" all'esercizio "espansionale" di alcuni bisogni psichici relazionali derivanti dalla  realizzazione di necessità pratiche, in questo intervengono modalità etiche  e culturali nel pilotarne l'attuazione pratica sì da recuperare il personale  libero arbitrio.

A) L'etica nei sistemi sociali complessi.

I fenomeni antropologici non possono essere analizzati  settorialmente ma organicamente come si presentano nella realtà,  superando vecchie cesure interdisciplinari (Malinowski), si è elaborato  quindi il concetto di "personalità di base" quale rapporto tra le capacità ed  esigenze della persona e l'aggregato sociale con le sue regole , norme e  riti, vi è pertanto una esigenza di adattamento dell'individuo (Kardiner), la  "coazione sociale" esercita un' azione concreta sui comportamenti psico-  antropologici dei singoli e induce alla costituzione di una serie di valori e  miti collettivi, in cui tuttavia non deve essere assolutizzato il solo fattore  economico (Durkheim).

Lévy-Bruhl si pone il problema della frammentazione dell'umanità in  sistemi sociali plurimi per cui l'individuo acquista il suo significato solo se  inserito in un determinato sistema di rapporti culturali codificati, da questo  ne conclude l'impossibilità dell'esistere di leggi e valori universali insiti  nell'essere umano, vi è tuttavia il rischio di confondere i due piani dei valori  dell'essere e della loro formulazione sociale quella che Parsons definisce  come "azione sociale", la quale non è altro che il risultato di una  interiorizzazione nel corso del processo di socializzazione di un insieme di  credenze, valori e regole di condotta atte a mediare il rapporto tra i singoli  con i loro egoismi individuali e il loro contesto relazionale.  Parsons parla di "prerequisiti funzionali" alle azioni di sistema rivolte  alla soddisfazione dei bisogni di sopravvivenza, integrazione interna ed  equilibrio esterno, queste sono:

· Adattamento nei rapporti con l'ambiente esterno al fine del reperimento  delle risorse necessarie alla sopravvivenza;

- Stabilizzazione e integrazione del sistema mediante adeguate attività di  controllo delle devianze;

l'equilibrio che questi "prerequisiti funzionali" svolgono tendono a  mantenere in omeostasi ossia in equilibrio il sistema, tuttavia due elementi  vengono ad incidere: l'attività e l'apprendimento, i quali creano nuovi  processi di differenziazione a cui seguono processi di integrazione fino ad  atti di rottura rivoluzionari sia in termini di valori che sociali.

In questa analisi Parsons perfeziona i concetti di "status" e "ruolo"  quali elementi che forniscono valori e aspettative comportamentali sociali  venendo a incidere sull'agire dei singoli, si valorizza quello che Mauss  definisce come il rito del dono quale meccanismo di scambio della  convivenza sociale, specularmente interviene la promessa che crea  obblighi e diritti nei rapporti sociali il cui vincolo morale è rafforzato oltre  che dai possibili mezzi di coazione formali o informali attivabili, anche dallo  "status" e dai "ruoli"(Reinach).

Searle nella sua teoria sulla creazione del mondo sociale e  istituzionale considera i nuovi ruoli e modi di agire come funzioni di status  accettati collettivamente e implicanti una propria deontologia, i poteri che  ne nascono, poteri deontici, costituiscono ragioni per l'azione  indipendentemente dai singoli desideri, viene meno pertanto la rilevanza  degli stati psicologici nel formarsi delle "strutture normative" senza che  questo tuttavia possa comprimere qualsiasi spazio di libertà, vi è sempre una "lacuna causale" tra le intenzioni, le decisioni e le azioni che ci permette di non compiere un'azione da noi decisa indipendentemente dai poteri deontici, si è tuttavia osservato che vi è necessità comunque di valutare l'aspetto psicologico individuale in quanto, come osserva Ferraris, la normativa esiste solo se vi è nella testa delle persone.

La rivalutazione dell'individuo quale soggetto non impedisce di cercare l'oggettività nelle leggi come leggi naturali, che in quanto calate nella natura possiedono quella universalità e necessità considerate indispensabili per garantirne la durata e la forza nel tempo, tanto da indurre Lévy-Strauss ad ipotizzare una organizzazione neurofisiologica dell'uomo che si rifletta sulla sua "Cultura" e quindi sulla organizzazione che da essa nasce, sebbene l'attenzione sulle possibili e varie trasformazioni che talvolta investono in modo radicale la società e gli individui che la compongono ha fatto dubitare sull'esistenza di tali leggi (Harré-Morin-Sabbins).

L'economia comportamentale ha evidenziato l'esistenza di una miscela di cooperazione e competizione nella specie umana condivisa con i primati che garantisca il successo evoluzionista sia del singolo che del gruppo in cui si identifica (de Waal), infatti vi è la necessità di competere per risorse limitate e proprio la tipologia e le modalità di distribuzione delle stesse viene ad incidere sull'evoluzione e quindi sulla delimitazione dei gruppi sociali e della loro morale (Chase), dobbiamo considerare che il pensiero simbolico, il linguaggio e la trasmissione di informazioni può realizzarsi validamente solo in presenza di una affidabilità tra individui, questo dovrebbe favorire evolutivamente la selezione del gruppo tra competitori, circostanza che impone un controllo della competizione interna al gruppo, peraltro utile entro limiti non distruttivi al fine dell'evoluzione del gruppo stesso in termini di fitness rispetto agli altri gruppi, si ha pertanto una selezione multilivello (SML)(D.S. Wilson ­ E.O. Wilson).  In questa competizione multilivello vi è un intreccio fra altruismo e localismo che determina una selezione di tipo sociale, infatti vengono ad essere più efficienti e quindi prevalere i gruppi dotati di un "altruismo localistico" tanto che si è osservato, anche in altri primati, che l'altruismo è direttamente proporzionale al grado di competizione fra gruppi, parallelamente lo stesso sentimento della "vergogna" acquista una propria funzione di collante sociale, tanto da indurre a sottolineare che la capacità di formulare giudizi morali emerge dall'empatia che si forma tra membri del gruppo, la morale risulta pertanto come il risultato dell'evoluzione di una pluralità di fattori biologici e culturali a più livelli in una successione di transizioni in nicchie mutevoli (Pievani).

Quando l'evoluzione economica e sociale porta al limite di rottura il sistema può esservi o un'implosione o un'esplosione, l'atto rivoluzionario da cui dovrebbe emergere la nuova organizzazione comporta una rottura dell'etica così che nel caos che si determina vi è un progressivo sperimentare fino all'estremismo possibile nel contesto, solo successivamente sperimentata la massima pressione sostenibile la stabilizzazione nascente dal coagularsi degli interessi di nuove forze crea la nuova etica e si avrà il passaggio dal magma della genesi fondato sull'etica di una leadership mistica ad una istituzionalizzazione e stratificazione etica (Alberoni).

La visione etica viene ad influire non solo la lettura degli eventi sociali ma anche l'interpretazione delle misurazioni matematiche, dando e fornendo ad esse coerenza con la nostra storia etica, quello che non risulta per noi coerente viene a perdersi nel prosieguo della nostra storia (Lloyd), così che anche un aspetto puramente contabile quale l'inflazione acquista una lettura etica per il sistema sociale, d'altronde la mancanza di vincoli esterni determinati da minacce al sistema del gruppo determina, come già detto, un rilassamento nei rapporti operativi ed il prevalere di interessi esclusivamente individualistici favoriti da un senso di sicurezza che frantuma il gruppo proiettando all'interno le minacce e i conflitti venuti meno dall'esterno, ad una prima fase euforica e anarcoide nel quale prevarrà come modello vincente il comportamento truffaldino subentrerà una progressiva implosione che avrà come possibile reazione o un irrigidimento etico della leadership o lo sgretolamento del sistema (Etica descrittiva).

Quanto finora detto fa inserire l'etica negli aspetti naturalistici della specie umana, senza che questo possa appiattirla esclusivamente su stati mentali di carattere non cognitivo quali emozioni e attitudini (Teorie non cognitiviste), piuttosto vi è una simbiosi tra la sensibilità degli agenti con le loro reazioni affettive derivanti dalle proprietà naturali del mondo (Naturalismo scientifico e Teorie della sensibilità) con la riflessione culturale ed esperienziale (Teorie non realiste).

Precisa Railton che le proprietà morali sono qualcosa di oggettivo riducibili alle proprietà naturali o in termini analitici, come sostenuto da Lewis, o secondo un giudizio sintetico di identità come affermato dallo stesso Railton, nel qual caso si vengono ad identificare i giudizi di valore con la normazione sociale convenuta o all'estremo con le disposizioni valutative del singolo, tuttavia nel tentativo di non ridurre direttamente l'aspetto morale alla natura si è sostenuto che i giudizi di valore non sono originati dalla stessa e quindi a fatti naturali ma più semplicemente permettono di comprendere gli stessi (Brink ­ Teorie naturaliste non riduzioniste), l'analogica delle proprietà morali con qualità secondarie che permettono all'osservatore fornito di una sensibilità morale di esprimere giudizi morali su fatti e qualità sociali o naturali con cui viene ad interferire è stata avanzata da Mc Dowell, in questa ipotesi sono i fatti e gli oggetti a provocare le reazioni sul singolo dotato di una sua sensibilità morale (Teorie della sensibilità).  E' stato osservato da più parti la mancanza di una effettiva "motivazione" nella determinazione del compimento di una azione morale (Cognitivismo non realista), contrapponendosi per questo al naturalismo con un razionalismo logico di matrice kantiana sulle modalità di formazione delle giustificazioni relative alle proprietà morali, le quali devono possedere carattere universale e oggettivo non legato ai desideri che per la loro soggettività verrebbero a negare la stessa oggettiva universalità, tale che l'obbligo morale vincola di per se stesso senza ulteriori motivazioni (Nagel). Questo tuttavia non elimina la possibilità di vincoli contrattualistici (Teorie contrattualistiche), quindi volontari, che Rawls considera necessari per far sorgere "costruzioni di principi di giustizia" sociali anche se solo ideali, mentre Gauthier li individua in forme di cooperazione necessarie per interessi egoistici individuali, secondo una visione antropologica hobbesiana non kantiana.

Se per alcuni la morale è innanzitutto un problema di conoscenza, per altri trattasi in realtà di una presa di posizione dell'individuo, quindi di una manifestazione di atteggiamenti valutativi del soggetto che per Mackie si risolve in una creazione variabile e relativa del singolo che affonda i suoi atteggiamenti in una sensibilità morale e nelle reazioni emotive che ne conseguono, le quali devono possedere unicità e coerenza con altre asserzioni vere, come affermato da Blackburn, la morale potrebbe essere quindi un cristallo poliedrico di cui in realtà le immagini sopra descritte ne sono frammenti provenienti dalla stessa fonte, la necessità della creazione che si spinge nella ricerca diventa da bisogno naturale originario necessario per la sopravvivenza, di per se stessa una necessità etica per l'individuo che si riflette sul gruppo come necessità della sua comunicazione e della sua ricezione, un principio che permette di superare la conflittualità intergruppo e nel gruppo una volta che appare superato il pericolo proveniente da una "Natura esterna".

B) L' Io normativo.

Si parla di agire eterotropico (Conte) sia nell'ipotesi di agire degli atti sociali che nell'agire delle intenzioni e delle azioni collettive, questi due aspetti distinti evidenziano l'esistenza del ruolo svolto dall'individuo e della direzione dell'intenzione, le intenzioni e azioni collettive sono partecipate e condivise in modo paritetico dagli agenti soggettivi e pertanto devono essere percepiti e condivisi necessariamente mediante atti linguistici costitutivi, a differenza degli atti sociali in cui vi è la controparte, a sua volta la direzione intenzionale nelle azioni collettive necessita della fiducia nella cooperazione all'azione comune, mentre negli atti sociali persiste una intenzionalità a doppio raggio verso la controparte e verso l'oggetto a cui le parti si riferiscono con l'intenzionalità, l'oggetto diventa il fine di cui la controparte è un mezzo (De Vecchi).

Se gli atti sociali o le intenzioni collettive ci impegnano normativamente o più semplicemente moralmente nel compiere una determinata azione, questo non vuol dire che tale azione sarà compiuta in quanto i motivi per cui ci si è "obbligati" possono non corrispondere ai nostri desideri ecco intervenire la possibilità di scelta, il libero arbitrio quale espressione di quella "lacuna causale" posta nello svolgersi dell'agire sociale.

Vi è un acceso dibattito tra la concezione universalistica del linguaggio e del pensiero e l'ipotesi di un pensiero plasmato da parte delle varie lingue umane, recenti prove sembrano confermare che le dimensioni fondamentali esperenziali dello spazio, tempo, causalità e rapporti sociali variano con il variare del costrutto linguistico, questo permette di inventare e riorganizzare il mondo secondo obiettivi, adattandosi al mutare dell'ambiente, la lingua viene quindi a costituire l'armamentario cognitivo di una determinata Cultura che permette di percepire, categorizzare e fornire significato agli accadimenti del mondo (Boroditsky).

Per i biologi l'idea di un "contratto sociale" originario è quanto di più sbagliato possa esservi, l'ipotesi avanzata è quella di una "economia comportamentale" fondata su una miscela di cooperazione e competizione come si riscontra nella società, il contratto sociale quale costituzione o insieme di regole fondante una società è successivo all'originaria spinta comportamentale, tanto che Trives ha formulato in termini evoluzionistici moderni la "Teoria dell'altruismo reciproco" in cui la "reciprocità" base di un comportamento cooperativo utile divide il mondo tra "amici" e "non amici" in un rapporto tra favori concessi e sincerità, se questo è vero nel mondo dei primati altrettanto accade nel comportamento umano dove, al fine di semplificare la complessa contabilità sociale, ci si concentra a conservare la memoria dei favori scambiati con estranei e terzi piuttosto che in famiglia o con gli amici più stretti, dove dovrebbe prevalere la fiducia e la necessità di rinsaldare la collaborazione con ricompense collettive (de Waal).

La scarsità di risorse crea un "mercato biologico" con il suo potere distributivo nel quale si pongono le posizioni morali che vengono a variare tra giudizi teorici astratti e risposte emotive concrete a seconda dell'urgenza della risposta, infatti eventi con prospettive lontane favoriscono la riflessione teorica mentre l'urgenza di eventi incombenti attivano processi emotivi veloci di risposta, specularmente in questo conflitto si avrà che nella prima ipotesi la posizione morale rimane rigida nella seconda interviene un relativismo maggiore, è quindi l'esperienza che aumenta la probabilità di risposte morali relative in un rapporto tra altre possibili esperienze (Knobe).  Pertanto è il rapporto tra la prospettiva dell'analisi teorica con l'urgenza e la conseguente esperienza dell'urgenza degli eventi che forma la possibile morale, in questo interviene l'analisi cognitiva individuale, ossia il carattere dell'individuo così come si è formato, la cultura sociale che esercita la pressione esterna, nonché la neurobiologia quale la ricerca di una gratificazione che accompagna il piacere inconscio e la sua rappresentazione cosciente necessaria alla sopravvivenza dell'essere, una gratificazione che si estende dai bisogni materiali alla comunicazione sociale secondo scale di valori con livelli personali (Kringelbach-Berridge).

Solo nel gruppo l'individuo può comunque spogliarsi delle norme generali aderendo a norme situazionali, vi è quindi la possibilità di modificare la propria azione secondo etiche collettive momentanee, emerge la vera profondità della cognizione etica dell'individuo a seguito del conformarsi a un sé collettivo e delle relative norme quali proiezioni del contesto sociale e storico in cui opera il gruppo, che solo può fornire al comportamento collettivo del gruppo stesso il senso e lo scopo "Teoria dell'identità sociale", ma l'identificazione può essere anche solo periodica con la necessità di contemperare l'etica derivante dall'identità del gruppo con l'etica individuale nel contesto sociale (Simon).

Le esigenze della comunità nella loro evoluzione storico tecnologica determinano nel tempo dei salti di soglia con il sorgere di nuove esigenze e il conseguente rimodularsi dell'etica individuale che viene a riflettersi anche in un'estetica collettiva tesa tra simmetria e asimmetria, figurativo e astratto, dobbiamo considerare che il piacere estetico è legato al piacere dell'esplorazione ma anche alla nostra visione del mondo, il sentimento estetico viene a sovrapporsi ad altri aspetti del vissuto emotivo, è una sorta di "metaemozione" che crea un valore il quale impronterà il vissuto dell'individuo esprimendolo anche in termini etici nella commozione e nella tensione creativa dell'espansione dell'essere, fino a definirne l'identità sociale (Paàl-Zeki).  L'etica definisce quindi sia il rapporto con se stessi che la percezione sociale del contesto in questo interviene lo schema che l'individuo realizza quale connessione tra concetti, esso è funzione delle esperienze concrete (oggettive), dell'ambiente socio-culturale (schemi culturali) e delle istanze emotive e motivazionali (schemi soggettivi), gli schemi permettono di dare significato e quindi interpretare quello che viene percepito dando una rappresentazione della conoscenza in continuità e orientamento (Bartlett), si hanno pertanto elementi etici che attraverso i concetti si trasformano in schemi con contenuto etico, gli schemi possono essere vari a seconda dei contesti quello che li collega fra loro è la visione etica posseduta dal soggetto.

L'interazione e la comunicazione quotidiana forniscono i dati cognitivi necessari alla percezione e all'organizzazione del reale secondo bisogni, desideri, regole sociali e fattori culturali del soggetto oltre che al contesto in cui avviene l'interazione, i fattori personali modificano la percezione delle informazioni, l'uso della logica e della memoria configurando il modo di giudicare, valutare e affrontare gli eventi, l'etica creata dal contesto si riflette in essa adattandosi nell'influenzarlo, la cognizione è quindi una ricostruzione della realtà che dipende dal confluire di schemi, concetti, bisogni e scopi interni in cui si manifestano inconscio e suggestioni in cui vi è una modulazione dell'etica quale attrattore (Moscovici), fino a divenire normazione interna dell'agire.

La rappresentazione sociale è il principale organizzatore del contenuto del pensiero soggettivo, essa aiuta l'individuo a controllare ed attribuire un significato al mondo, facilitando al contempo la comunicazione, questa tuttavia incontra difficoltà nel preciso momento in cui vi sono rappresentazioni etiche differenti, ma la natura convenzionale che si ha del mondo sociale si può risolvere in illusioni e stereotipi, ecco che la conoscenza concettuale viene a radicarsi in una conoscenza empirica che garantisce la possibilità di creare nuovi concetti (Dellantonio) e per tale via una certa flessibilità etica in rapporto al contesto, senza che questo faccia cessare la necessità etica e il suo dover affondare le radici nella natura biologica umana.

Tra linguaggio e pensiero vi è una reciproca influenza, esso esprime l'etica del soggetto in relazione con gli altri come d'altronde influenza la formazione della stessa etica, come nell'ipotesi di un linguaggio edonista che nel suo manifestarsi fa intravvedere l'impossibilità del saldarsi delle etiche individuali in una etica pubblica, i vincoli che l'etica manifesta nel singolo si trasformano in vincoli organizzativi per l'intero sistema se aderente alla cultura del sistema, si creano processi teleodinamici che nel generare modelli conformano la causalità dell'ambiente con valutazioni normative che da soggettive vengono oggettivate mediante processi formali (Deacon), l'etica una volta formata può essere sia adattamento all'ambiente che motore di un cambiamento di stato una volta intercettate le "esigenze" sociali del contesto.

La posizione etica viene a rapportarsi in ciascun individuo con la legge della percezione selettiva per cui nella comunicazione di massa vi è una selezione dell'informazione per esperienza, cultura e aggiungerei etica, ma "cumulazione" e "consonanza" può portare ad una "neutralizzazione della selettività" in mancanza di una opinione preesistente e quindi anche di un'etica, ancor più necessaria in presenza del sempre possibile isolamento ambientale a seguito della mancanza di conformazione secondo un processo di riallineamento con dinamica a spirale, che induce il singolo a forzare la propria etica non scegliendo un'opinione ma con chi stare (spirale del silenzio ­Neumann ).

Emerge pertanto un possibile concetto di "giustizia" che, partendo dalla reciprocità come eguaglianza, raccoglie in sé le necessità morali della "libertà" Kantiana come moderna liberazione sia dalle necessità che delle potenzialità dell'essere, in quanto tali identificabili nella classica  "utilità" degli antichi diretta socialmente oltre che alla semplice  conservazione della pace e dell'ordine (Hume-Hobbes), anche alla  necessaria crescita sociale ed economica in sistemi altamente complessi,  in questo la variabilità etica ha necessità di rispondere a una conformità  normativa interna al fine di non sciogliersi nel tentativo di conseguire  l'efficienza (Abbagnano).

Osserva Harbemes che da almeno due secoli vi è una crescente  deregulation etica con un proliferare non coordinato ma conflittuale di fonti  normative, si dissolve in tal modo la consuetudine quale base etica, con la  necessità per Rawls di rinnovare la tradizione contrattualistica al fine di  unificare la frammentarietà esperienziale ricorrendo a modelli  trascendentali kantiani, la commensurabilità della giustizia viene elaborata  mediante accordi razionali in cui vi è la necessità di una gerarchia di valori  connessi intrinsecamente alla dignità della persona quale "bene primario"  natura non negoziabile.

La libertà è quindi il bene costituente su cui si deve distribuire la  giustizia al fine di contenere le disuguaglianze entro aspetti fisiologici  ineliminabili in natura e quindi nelle stesse forme sociali, questa  contemperanza permette di mantenere la flessibilità nella coesione  rispondendo alle necessità morali di ciascun individuo (Bodei).

C) Etica e legittimità:

Etica pubblica

Vi è una difficoltà nel mantenere una interna coesione delle relazioni interpersonali senza che questo porti o a un eccesso di vincoli ciechi e quindi all'implosione o all'opposto ad una esplosione anarchica, essendo le norme afflitte da una tendenza tettonica alla differenziazione, alla distorsione adattiva individuale, alla evaporazione per invalidità, alla loro progressiva contraddizione in rapporti ciclici (Bodei), vi è quindi la necessità di creare teorie per leggere la realtà unificandola nella sua interpretazione questo tuttavia è una produzione di potere fondata su uno schema che può diventare un "pregiudizio" nel senso di un eccesso di rigidità, ma la rigidità di per se stessa non è negativa nel momento in cui permette la sostenibilità nel tempo di un sistema, sono le fondamenta del sistema che ne determinano la qualità e quindi la sua bontà.

Noi tutti siamo parte di una "storia" di cui non possiamo negarne le radici, possiamo tuttavia rielaborarla incessantemente e in questo modificare i nostri "pregiudizi" (Gadamer) senza che vi sia una assolutizzazione dell'interpretazione che si risolva nella pretesa di una ricostruzione esaustiva, Lyotard osserva linguisticamente l'impossibilità di regole universali ne deduce quindi l'opportunità non tanto di creare un consenso quanto di comporre pragmaticamente il dissidio senza soverchie illusioni, il consenso è sempre qualcosa di provvisorio, mobile, per cui il "mito" su cui molte volte si fonda risulta una illusione necessaria al consolidamento del potere, esso è tuttavia qualcosa che mobilita le energie umane che non possono ridursi alla sola realizzazione del necessario o dell'utile razionale, il problema sorge nel momento cristallizzante dell'istituzionalizzazione del mito nel quale il "mito" viene chiuso in se stesso staccato dalla coscienza individuale al fine della mitizzazione del potere.

Lo spossessamento del mito e la conseguente sua liquefazione nelle coscienze crea una tenace e spesso inconsapevole resistenza ad assumere obblighi morali di lungo respiro, viene meno l'etica della coerenza e della responsabilità sostituita dalla tendenza a modificare le proprie decisioni a seguito del venire meno del vincolo dell'obbligo morale (Nozick), vi è pertanto la tendenza a minimizzare il rischio del futuro o negandolo come aspettative o riducendolo all'orizzonte minimo necessario senza coinvolgere l'esistenza delle generazioni attuali (Jones) a seguito dell'estrema sfiducia relazionale venuta a formarsi in una società liquida fortemente competitiva senza tuttavia l'esistenza di regole condivise, si crea una competizione nella redistribuzione del potere e quindi delle risorse nonché del prestigio sociale che si risolve non solo in una scalata ma anche in un abbattimento verso il basso dei propri consimili in una mancanza assoluta di rispetto dell'altro (Bauman).

In questa conflittualità perenne si crea il rischio del venire meno della possibilità di fare scendere in campo gli individui migliori per un eccesso di rischio, a seguito di una difficoltà crescente nel rapporto rischio/ responsabilità nel quale è premiante solo il rischio imprenditoriale dell'investire su se stessi al fine dell'utile personale, immediato ed evidente, perdendosi nella nebbia dei rapporti sociali l'utile collettivo, in questo il diritto perde la sua valenza didattica collettiva per essere esclusivamente strumentalizzato in termini di utilità privata, la perdita di credibilità del sistema si risolve in una perdita di valori che porta quale reazione a possibili eccessi, lo stesso concetto di proporzionalità viene a modificare i propri parametri di riferimento diluendosi nella difesa delle singole posizioni, tanto che il rapporto nell'ambito lavorativo tra capacità tecniche e relazionali viene a sbilanciarsi esclusivamente sulle capacità relazionali, in cui le capacità tecniche diventano in molti casi un qualcosa di sovrapposto ma non di per sé fondamentale.

L'etica pubblica viene a sostituire la morale privata nel momento in cui si rivela la sua insufficienza nel gestire i rapporti pubblici, il rischio è tuttavia un'ossessione del fare che venga a cancellare l'essere (Pigou) in cui l'utilitarismo della regola (Harrod) assume la forma o di uno stretto immediato individualismo o di una pretesa di pianificazione filtrata da un sistema normativo, soltanto il recupero di quelli che Arrow definisce come "valori" permette di definire i rapporti pubblici tra più persone senza la necessità di rapporti diretti, vi è tuttavia una difficoltà nell'individuare tali valori anche se affondano le loro radici nel concetto di libertà in quanto vi è un diverso declinare dello stesso concetto determinato da necessità e convinzioni, dalle potenzialità e i rischi del flusso tecnologico (Viano).

Il frammentarsi della morale privata in termini di moralità di gruppo impedisce il semplice trasferimento di questa, né può farsi ricorso alla costruzione di una semplice etica pubblica normativa, non vi è una tecnica a cui rifarsi ma questa si origina nell'incontro-scontro tra leadership ed esigenze, inizialmente la credibilità della leadership si fonda sull'etica esistente e le esigenze del gruppo, solo successivamente interviene l'innovazione con l'introduzione di una variazione dell'esistente da normare progressivamente secondo un processo emergente ( Processo di acquisizione di influenza ­ Hollander), l'etica pubblica diventa così uno specchio del reale e come tale acquisisce anche una valenza estetica nella quale si ricompone il conflitto tra cultura e politica, dove l'estetica diventa espressione sensoriale dell'etica pubblica dominante, in quanto la conflittualità è solo un momento di passaggio necessitando all'Arte la politica quale amministrazione per esprimersi (Adorno).

In Platone la ragione si affida in massima parte alla "persuasione" e non vi è alcuna distinzione rigida (Aristotele) tra morale privata e pubblica, tra etica e politica, la politica diventa quindi un'estensione della morale privata in cui tutte le virtù vengono ad interagire tra loro, questo tuttavia non esclude la possibilità della menzogna quale strumento utile al bene pubblico, si pone quindi il problema della verità in termini etici.

L'unione di verità parziali nel formare verità più estese, non assicurano di per sé che la complessità della verità non diventi qualcosa di caotico, difficilmente analizzabile, pieno di lati oscuri in cui nascondere e confondere, dobbiamo infatti valutare il rapporto etica-verità anche in termini di potere, quale capacità di imporre un fine nei processi estremamente complessi e turbolenti dei sistemi umani (Deacon), vi è pertanto una valutazione delle informazioni che si trasforma in vincoli secondo processi ciclici verso un fine (teleodinamici).

Se il nascondere la verità degli eventi può essere giustificabile in ambiti specifici per il bene pubblico, l'accumularsi delle volute distorsioni informative crea l'insostenibilità di una etica pubblica condivisa nel lungo periodo ed il probabile collassamento del sistema, si crea la necessità della parresia ancor più nel momento in cui il conformarsi per utilità o ignoranza al consolidarsi del sistema fondato sulle distorsioni informative crea un crescente rischio a colui che riafferma una interpretazione alternativa degli eventi, viene ad esservi la necessità della "parresia", ossia del coraggio di fronte al pericolo in cui vi è nel porsi a repentaglio una specifica relazione con se stessi (Foucoult), la corruzione è nel dire quello che è ben accetto alla moltitudine, nel non avere il coraggio di opporsi alla demagogia (Isocrate).

Vi è una profonda differenza fra essere tutori della legge e il "parresiastes", il quale non controlla direttamente l'attuazione della legge ma tende a far emergere le contraddizioni che la verità impone (Platone), ma è proprio questa capacità che crea l'etica pubblica, la possibilità di evitare promesse irrealizzabili e interpretazioni insostenibili salvando il valore della convivenza democratica ed evidenziando per tale via l'eventuale iniquità di sistemi giuridici ed economici altrimenti nascosti da promesse demagogiche, che condurranno alla crisi il sistema democratico per la conseguente disillusione e sfiducia in un parallelismo tra declino etico e politico-economico (Zingales), la discussione pubblica svolge, infatti, un ruolo fondamentale nella selezione e trasmissione delle informazioni come ci ricordano sia Anderson che Sen, né si può ridurre l'etica democratica a un mero sostituto non violento della guerra civile se si vuole che funzioni (Habermas).

Il potere per essere legittimato necessita di un certo grado di consenso, di riconoscimento, per poterlo esercitare effettivamente (Searle), si pone quindi la problematicità di una pluralità di forme del rapporto consenso-legittimità che si estende dalle forme consuetudinarie alla e-democracy (Rosanvallon), il rischio in democrazia è quello che Dahrendorf definisce come una cancellazione del confine "tra sovranità del popolo e reclutamento del popolo" (102-R. Dahrendorf, Libertà attiva. Sei lezioni su un mondo sostenibile, Laterza, 2003).

Come ci ricorda Dahl le élite politiche, economiche e burocratiche operano comunque fra loro delle transazioni senza tuttavia avere in democrazia l'autonomia totale dei despoti questo permette al diritto di operare senza esserne esclusivo strumento, tuttavia la democrazia ha necessità di una coesione culturale sui principi base pur nel pluralismo sub culturale accettato in cui si deve formare l'etica politica necessaria alla legittimazione democratica del potere, riemerge nel crescente cambiamento di scala operato dalla globalizzazione la necessità nell'informazione di una maggiore competenza e comprensione che permetta ai cittadini di superare la pressione determinata dalla crescente complessità del contesto (Dahl).

La legittimazione del potere si trasferisce prevalentemente sull'aspetto economico dell'efficienza finanziaria supportata dalla rete globale, l'etica diventa una etica dell'efficienza ma la rete favorisce anche la trasmissione di idee e informazioni che, tuttavia, nel suo magma caotico si rende disponibile all'emergere di una autorganizzazione fondata su nuovi e talvolta imprevisti attrattori, l'etica deve quindi permettere la legittimazione del dissenso quale momento costitutivo politico al fine di superare la sterilizzazione del conflitto operata in quelle che Rancière definisce le "democrazie del consenso", nelle quali viene favorito un rapporto ambiguo tra verità e doppia morale (Putman).

L'io nell'etica politica

Vi è nell'uomo la necessità del riconoscimento sociale del proprio Io, questo si è trasformato negli ultimi decenni nel paradigma del riconoscimento dando vita a una pluralità di rivendicazioni che hanno plasmato quello che Fraser definisce come un "nuovo immaginario sociale", si sono pertanto innescate una serie di politiche del riconoscimento (Taylor) che dal rispetto morale e giuridico di particolari specificità culturali si sono trasformate nella richiesta di diritti speciali e discriminazioni favorevoli al gruppo, ma anche all'interno di ciascun gruppo possono sorgere conflitti tra individuo e il gruppo stesso, l'individuo rivendica propri specifici diritti sentendosi oppresso dalla comunità specifica in cui è inserito, vi sono pertanto vari livelli di rivendicazione, in cui il riconoscimento individuale è qualcosa di differente e più dinamico dell'identità statica (Testa).

Si ha attraverso il riconoscimento individuale il tentativo di superare la frammentarietà che il riconoscimento delle identità viene a indurre sul tessuto sociale con la sempre possibile nascita di nuove fratture, il diritto viene quindi a ricomporsi in una unitarietà Culturale nel quale vi è un riconoscimento reciproco il cui legame sociale è base per il potere e la sua legittimazione, vi è un processo strutturato di attese e pretese intersoggettive che vengono a validare attraverso il riconoscimento reciproco il potere costituito (Haberman), questo tuttavia innesca possibili conflitti secondo il paradigma Hegeliano di una "lotta per il riconoscimento", senza che peraltro questi conflitti, se circoscritti, vengano a degenerare in una destrutturazione essendo riassorbiti.

Honneth lega il riconoscimento alle attese di amore, rispetto e stima sociale in cui la lotta nasce dalla negatività dello "spregio", inducendo alla possibile nascita di nuovi modelli sociali, dobbiamo considerare che la comprensione degli altri è possibile mediante il ricorso a categorie sociali che ci permettono la distinzione mediante tratti peculiari, i rapporti tra queste categorie ha dato luogo a un dibattito sulla loro organizzazione tra chi pone al centro in termini di esperienza alcune sensazioni forti derivanti dalla percezione e chi, al contrario, si riferisce al concetto di schema cognitivo e quindi al ruolo dei processi cognitivi nel superare la semplice informazione come griglia interpretativa precedente all'esperienza, in questa immagine l'etica è lo schema individuale su cui si cataloga l'informazione ma anche l'impulso sociale su cui si plasma l'Io, vi è pertanto sia una semplificazione dei rapporti sia, al contempo un possibile irrigidimento interpretativo, una stabilizzazione ma anche una possibile induzione alla crisi strutturale.

Secondo Fiscke e Neuberg ad una prima categorizzazione vi è una successiva utilizzazione degli stereotipi, ma sono gli scopi che influenzano l'elaborazione dell'informazione motivandola intrecciandosi strettamente con i valori etici, vi è sempre il rischio pertanto di una manipolazione dei valori che portano alla manipolazione del giudizio finale, in questo l'uso del linguaggio è fondamentale nell'acquisizione della conoscenza sociale, la scelta delle parole, gli aggettivi, i gesti modificano l'interpretazione del medesimo evento fino a rafforzare e mantenere possibili favoritismi di gruppo indipendentemente da qualsiasi giudizio negativo a livello cognitivo con un semplice "bias linguistico intergruppo", nel quale i propri comportamenti positivi assumono aspetti più astratti rispetto agli altri gruppi.  I giudizi preformati sono una parte essenziale ai fini euristici della memoria sociale, solo sui giudizi non preformati vi è una funzione correlata alla memoria rievocativa, da cui Schwarz ne deduce che i giudizi riflettono la facoltà di rievocazione, legata a sua volta al filtro etico, piuttosto che un suo esito quantitativo, è quindi essenziale la facilità di immaginare e simulare mentalmente gli eventi e i risultati possibili secondo un rapporto tra scopi ed etica.

Il riconoscimento su cui si è insistito da parte della dottrina ha due valenze, sia simbolica che economica, le quali, come riconosce Honneth, sono strettamente inestricabili, in quest'ambito si è acceso un dibattito etico-politico sui "beni relazionali", ossia su quei beni che possono essere usufruiti solo in quanto condivisi quali, stima e rispetto (Nussbaum), considerata la loro importanza per lo sviluppo delle capacità umane si pone il problema della loro condivisione, anche se alcuni autori post- strutturalisti, sulla scia di Althusser, ne reclamano il carattere ideologico di assoggettamento alle strutture del dominio, tuttavia non può negarsi, sebbene manipolabili, la necessità di tali "beni relazionali" se non si vuole ottenere una "alienazione" (Butler).

Il progresso tecnologico e in particolare della genetica e delle neuroscienze pone una serie di problemi etici e politico-normativi sulla legittimazione delle attese individuali, che si sono risolte in riflessioni sulle politiche della cura strettamente collegate ad un ripensamento del welfare nel suo insieme (Nussbaum), i costi crescenti della tecnologia medica si sono intrecciati con i diritti individuali di una popolazione in fase di invecchiamento e le richieste di riconoscimento di sempre diversi gruppi e realtà.

Le contraddizioni di sostenibilità economica, sociale ed ecologica così emerse hanno indotto a formulare diverse proposte con riflessi etici, da approcci neoliberisti in cui l'allocazione delle risorse avviene tramite il mercato e secondo preferenze individuali a modelli nei quali si propone di correggere eticamente i dislivelli tenendo comunque distinti cura e giustizia, in modo da ottenere una sostenibilità democratica temperata del welfare (Held, Tronto) in un equilibrio tra economia, sociologia ed etica individuale, in cui l'allungamento dell'esistenza e delle cure non si trasformi in un congelamento della capacità creativa dell'essere premessa per una crisi implosiva del sistema sociale.

La naturalizzazione che il progresso medico induce sulle questioni normative di legittimità e giustizia, sembrano opporsi alla concezione foucaultiana della giustizia come espressione di potere derivante dal risultato di lotte sociali e appare in realtà possibile che su una preesistente naturalizzazione si innestino le espressioni di potere derivanti dalle lotte sociali che vengono a conformare un concetto storico di giustizia (Binmore, Foucault), si ottiene mediante la bio-tecnologia quello che Foucault definisce come una "governabilità della vita" che nella sua uni direzionalità viene a sostituire in una apparente normalità penetrativa quello che originariamente era solo uno "scopo" della politica.

Si crea inavvertitamente una stretta connessione tra biotecnologia e scopi individuali, in un progressivo spostamento in avanti dei limiti nei quali emerge progressivamente la rilevanza del potere di governabilità, si ha pertanto uno spostamento dalle relazioni con gli altri al singolo individuo con la conseguente rimodulazione etica dell'Io, questo ha riflessi sui limiti che comunque naturalmente sorgono sulla giustizia di opportunità (Rawly), ossia sull'impossibilità di una rivendicazione astratta dai parametri economici e sociali di sostenibilità, considerando l'elasticità del concetto di opportunità e degli elementi costituenti.

Interviene la necessità etica della responsabilità individuale nella scelta e allocazione delle risorse, ma questo è anche il risultato di una Cultura e quindi di un contesto sociale, circostanza che non può tuttavia esimersi dall'adozione del concetto di responsabilità quale criterio per favorire una distribuzione razionale e quindi sostenibile delle risorse disponibili senza negare per questo un rapporto di giustizia sociale nell'ambito del welfare, anche considerando la necessità della sostenibilità intergenerazionale in cui le scelte avvengono in funzione del tempo, ossia dalla distanza temporale dalla fonte della scelta non potendo basarsi su un concetto di reciprocità (Meyer).

L'etica nella giustizia globale

In quest'ultimi decenni con la spinta globale intervenuta a seguito dello sviluppo tecnologico e della caduta dei muri ideologici, si è cominciato a discutere su una giustizia che superasse il paradigma realista della giustizia domestica degli stati proiettandosi verso attori politici internazionali (Ottonelli - Poggi), è sorta la necessità di ridefinire l'elenco dei diritti umani e la loro funzione, ci si è quindi concentrati o su una funzione programmatica di principi e valori propri di ogni essere umano (Beitz) o, piuttosto, come una misurazione econometria di standard minimi di decenza necessari a evitare interventi esterni (Raz), quest'ultima interpretazione è diventata oggetto di critica in quanto possibile copertura ideologica per interferenze economiche sotto la richiesta di interventi apparentemente "umanitari"(Caney).

Problematiche analoghe si sono ripetute nella individuazione dei diritti tutelabili attraverso la formazione di elenchi "minimalisti" o "massimalisti", infatti ad una teoria per cui è bene limitarne la lista ad un nucleo ristretto relativo a forme gravi di danno e violenza che ne rende più facile la tutela secondo un accordo universale (Ignatieff), dovendo questi possedere i caratteri di urgenza e inderogabilità, si è contrapposta una teoria che vede in un elenco più esteso un valore programmatico e quindi regolativo (Beitz), non disgiunta dall'osservazione pratica per cui una effettiva tutela dei diritti di libertà e incolumità è difficilmente attuabile visti i costi e le difficoltà pratiche di intervento, è quindi molto più efficace insistere con le istituzioni internazionali su valori programmatici e regolativi da attuare progressivamente nel tempo (Sen).

Il contrapporsi di queste teorie ed il dibattito che ne è seguito ha indotto ad alcune riflessioni sulla stessa idea dei diritti umani, spingendo alla tesi estrema per la quale la rivendicazione dei diritti umani comporta una depoliticizzazione degli individui che non fa che favorire e legittimare la violenza e la sopraffazione (Zizek), vi è quindi una forte problematica etica nella rivendicazione ed affermazione dei diritti umani in ambito internazionale, considerata anche l'eventuale sua strumentalizzazione e la proiezione degli stessi tra spazio adiacente (prossimità) e spazi lontani per cui vi è una diversa percezione da parte del singolo.

Alla base dell'organizzazione vi è quella che è stata definita come una "validazione consensuale", ossia una forma di accordo tra soggetti sulla base di percezioni ed esperienze comuni, tuttavia per sopravvivere questo sistema sociale che persegue obiettivi multipli ha bisogno dell'apporto di altri sottosistemi all'interno di entità più ampie (Hunt), la validazione consensuale fa sì che le percezioni ed esperienze comuni creino una "realtà" di per sé oggettiva necessaria alla formazione di regole per la costruzione, a partire dai comportamenti, di processi sociali necessari ma anche comprensibili agli attori, si hanno quindi strutture dotate di significati (mappe causali) (Weick), in cui i fatti e avvenimenti che appaiono rappresentare un cambiamento diventano spunto per una attività collettiva.

Contrapponendosi alla teoria su base statistica delle contingenze organizzative Weick osserva che anche i fattori ritenuti oggettivi, quale ambiente, tecnologie, dimensioni, sono in realtà il prodotto di scelte e culture umane, si che le organizzazioni appaiono come flussi di esperienze nelle quali le strutture (norme, gerarchie, articolazioni formali, simboli) si collocano ed acquistano vita nell'esperienza dei singoli soggetti, non possedendo una realtà oggettiva, si ha quindi una dimensione soggettiva dell'azione umana nelle organizzazioni (teoria del simbolismo organizzativo), considerando che la logica di qualsiasi organizzazione è l'acquisizione di risorse esterne per la propria sopravvivenza (Thompson).

Se questo avviene per un sub-sistema, allargandone la logica al sistema stesso nella sua interezza, questo risente nell'efficacia della sua azione esterna della omogeneità o al contrario della conflittualità interna non adeguatamente gestita che la rende fragile nelle transazioni con altri sistemi, d'altronde come ci ricorda Offe le società industriali liberal- democratiche reggono su due principi di mediazione: lo stato del welfare e i partiti politici in reciproca competizione, il tutto su risorse che appaiono limitate dal crescere delle richieste e dallo sgretolamento della nozione di bene assoluto e autorità politica a seguito di un incontrollato intreccio con l'economia.

Il cambiamento ha bisogno di essere governato nei suoi caratteri etico, estetico, socio-relazionale e cognitivo, la dimensione etica contiene comportamenti, abitudini ad ordini che esprimono valori di approvazione o disapprovazione riguardo a scopi e azioni, l'etica fornisce modelli di valore nel giudicare la realtà sensibile in cui deve esserci un nesso circolare tra immagine esterna, interna, realtà sociale, etica ed estetica pena una conflittualità ingestibile, in questo l'adattamento avviene attraverso le relazioni sociali di imitazione, adattamento, opposizione (Trade), nella quale si dovrebbe formare un livello di coesione fondato sulla fiducia e la stima.  La cittadinanza nazionale appare quindi di per sé insufficiente a gestire la rilevanza etica e normativa di una crescente prospettiva cosmopolita in cui i flussi migratori ne manifestano sia le problematiche di inclusione che al contempo di conservazione del welfare nelle democrazie avanzate, nonché di contemperanza nei conflitti tra fasce di popolazioni tutte problematiche per cui vi è una pesante ricaduta sulla percezione dello spazio sociale (Pevnick), da cui Habermas ne deduce la necessità di pratiche discorsive al fine del rafforzamento delle basi democratiche mediante un "patriottismo costituzionale", si parla quindi della nascita di una cittadinanza "post nazionale" che viene ad incidere sulle relazioni fra Stati.

Si ha un parziale sganciamento dell'individuo dall'orbita statuale in favore di una legittimità fondata su interessi che operativamente si manifesta come spazio dei diritti (U.E.), la cittadinanza risulta quindi in bilico tra contrapposizione come identità e inclusione nella quale emergono le forti relazioni di interdipendenza economica e politica che si sono instaurate a livello internazionale con il conseguente spostamento dei pesi, si ridetermina anche il concetto di giustizia globale con la richiesta di eguaglianza e redistribuzione a livello di aree geografiche contestando la distribuzione fra assistenza e giustizia (Pogge, Nagel), non può tuttavia superarsi la necessità organica delle singole comunità nazionali di conservare i propri livelli di benessere al fine di evitare un declino economico e culturale, vi è pertanto la necessità di evitare l'inversione di fatto del concetto di giustizia globale in "conflitto" tra aree come storicamente si è più volte avverato.

Conclusioni

Logica, Etica ed Estetica sono gli elementi che compongono l'individuo in quanto essere umano dotato di una propria razionalità ed un sentimento, per logica intendiamo la capacità di coniugare gli "elementi" esistenti in natura o ideati dall'uomo al fine di raggiungere uno "scopo", vi possono quindi essere varie logiche ognuna di per sé valida a seconda degli "scopi" perseguiti, sull'efficienza produttiva (economiche), utilitariste (finanziarie), di comunicazione (linguistiche), di misurazione e rapporti (matematiche e geometriche), di regolamentazione delle relazioni umane (giuridiche), etc., a sua volta l'etica viene a proiettarsi all'esterno dell'individuo determinandone le modalità dei rapporti relazionali, mentre l'estetica risulta come proiezione interna delle emozioni dell'individuo stesso.

La complessità che ne deriva non è pertanto solo nei rapporti tra le tre discipline ma anche nelle relazioni che si instaurano tra le varie espressioni interne alle stesse discipline, la logica giuridica è quindi solo uno degli elementi che intervengono sia nella creazione della disciplina normativa che nella sua successiva interpretazione ed attuazione con una variazione percentuale degli elementi per ciascun individuo, mediata e filtrata dalla prevalente Cultura, d'altronde la norma trova a sua volta dei limiti nell'atto emotivo, nell'impossibilità di bloccare razionalmente l'azione proveniente dall'impulso interno.

Se finora abbiamo considerato l'aspetto antropologico dell'uomo nei rapporti giuridici vi è ad esso affiancato un orizzonte più ampio, dato dalla complessità delle relazioni umane in cui la normativa acquista una funzione di omeostasi, di correttore degli eccessi secondo fini teleodinamici fissati da una leadership, si tratta di sviluppare un pensiero sistemico nella logica normativa che si risolve in un pensiero di processo su cui viene ad impattare la Cultura dominante, in questo processo la normativa non è che la cristallizzazione delle idee quali schemi integranti derivanti dall'esperienza e che creano, quindi, l'informazione propria della disposizione (Capra).

Il linguaggio anche quello giuridico è, come osserva Bowers, metaforico in quanto trasmette delle conoscenze condivise all'interno di una Cultura la quale può essere anche semplicemente imposta, solo nel momento in cui si verifica il raggiungimento del limite di instabilità la normativa esistente perde la propria coerenza logica a favore di nuove spontanee forme di ordine e nuove logiche.

La lente culturale filtra e fornisce una lettura non solo della realtà esterna, ma anche del modo emozionale interno, su cui interviene la modifica ambientale imposta dalla lotta tecnologica tra modelli e gruppi sociali, l'evoluzione aumenta la complessità e la fragilità del sistema interiore, il sistema normativo fatica pertanto nel mantenere una coerenza logica di sistema nel tempo, con una conseguente fratturazione in cui sempre nuovi riconoscimenti vengono formalmente inseriti, mentre altri si perdono di fatto in un gioco di affermazione tra gruppi e nascite di nuovi mercati.

(Sergio Benedetto Sabetta)

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LaPrevidenza.it, 15/02/2014

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