domenica, 31 maggio 2020

Dal XIX al XXI Secolo Epidemie e pandemie

Articolo

 

L'attuale pandemia presenta delle forti differenze dalle precedenti pandemie, in particolare quella del 1918-20 sia sotto gli aspetti comunicativi che economici e di conoscenza.

Già nell'Ottocento vi erano state varie epidemie a seguito dell'apertura di sempre nuove rotte commerciali e la crescente facilità di comunicazione.

Il colera negli anni Trenta del secolo proveniente dall'Asia centrale, che si ripeté varie volte nel corso del secolo, venne ad investire varie parti d'Europa, dallo Stato autocratico della Russia zarista allo Stato liberale della Gran Bretagna, dalla Vienna ordinata dell'Impero asburgico alla problematica Napoli.

Seguendo le opposte teorie miasmatica o infettiva le reazioni delle autorità furono altrettanto opposte, i paesi liberali abbracciando la teoria miasmatica non imposero restrizioni limitandosi alla fumigazione dell'aria e alla sanificazione, un comportamento confacente a non impedire i movimenti del libero commercio secondo il modello liberale del "laissez- faire".

Un concetto che si ripeté nell'epidemia di vaiolo nel 1870 ad Amburgo, quando l'oligarchia mercantile si rifiutò di imporre la vaccinazione in nome della libertà individuale e di commercio, oltre che per i costi, con una conseguente alta mortalità.

La teoria infettiva venne adottata dagli Stati autoritari, quali la Russia, Berlino e Vienna, dove si potevano imporre misure coercitive come la chiusura delle attività commerciali o creare cordoni sanitari, impedendo lo spostamento di persone e merci.

La crisi economica che ne seguiva, la chiusura forzata degli ammalati in ospizi e lazzaretti per lo più sporchi e sovraffollati, i blocchi stradali, le fosse comuni, diedero origine a sommosse, assalti agli uffici pubblici, linciaggi di medici, funzionari di polizia e stranieri accusati di essere degli untori, richiedendo spesso l'intervento armato di reparti dell'esercito che non esitavano ad aprire il fuoco per disperdere la folla.

A sua volta il "lasciare fare" comportava delle perdite di vite così elevato che si creavano ugualmente dei malumori, le autorità venivano accusate di favorire l'epidemia per liberarsi delle classi povere indesiderate, nascevano così per altra via rivolte e disordini.

La classe medica acquisì il prestigio necessario e delle certezze sul diffondersi delle epidemie solo verso la fine del secolo, mentre rimanevano i sospetti sull'azione amministrativa dei politici.

La situazione era inoltre aggravata se, come a Napoli o a Saratov (Russia), vi era la sfiducia verso le autorità per corruzione e malversazione a cui si aggiungeva la censura che favoriva, nella mancata comunicazione, le teorie complottiste, inevitabili fughe e rivolte.

Memori delle problematiche e delle violenze del 1884, nelle successive ondate epidemiche del 1910-1911, la comunicazione nella regione partenopea fu migliorata e si evitò l'applicazione di eccessive misure coercitive, cercando la collaborazione della cittadinanza, evitando al contempo allarmismi infondati.

Del tutto diversa fu la reazione a Saratov dove, sebbene i servizi medici fossero stati migliorati, nell'epidemia del 1910-1911 vi fu uno scontro tra le autorità mediche e quelle amministrative locali nella gestione dell'epidemia, che ricorsero alle solite misure coercitive creando violenze e diffidenza con l'intervento di reparti dell'esercito.

Anche nel corso del Novecento le epidemie avvennero prevalentemente in presenza di conflitti e la politica fece proprie le opinioni mediche più confacenti ai propri interessi e ideologie, ancor più se vi sono incertezze e dibattiti in ambito sanitario all'apparire del fatto epidemico.

L'epidemia più rilevante del Novecento fu senz'altro l'influenza detta "spagnola", apparsa nel marzo 1918 si esaurì nel dicembre 1920 con una stima tra i 50 e i 100 milioni di morti, seguiva lo spostamento dei militari e si ripresentò ad ondate successive favorita dalla sporcizia, la fame, gli ammassamenti di militari e profughi.

In Italia i morti furono 600 mila, quanto i caduti in guerra, e vennero confusi spesso con le morti al fronte, considerandoli malati per il conflitto, essendo derubricata l'epidemia a semplice influenza.

La censura militare calò sul fatto, i giornali non ne parlarono, anche le campane a morto furono vietate, tutto al fine di non allarmare la popolazione nello sforzo bellico.

Lo stesso accadde in America dove il "Sedition Act" , entrato in vigore a maggio del 1918, impediva le critiche al governo per non comprometterne lo sforzo bellico.

La stampa imbavagliata non ne parlò e quando a seguito del succedersi delle morti non fu più possibile evitarne la diffusione, anche perché in un solo mese si giunse ad avere più di 195 mila morti, più che in tutta la guerra, vennero accusati i tedeschi quali diffusori dell'epidemia, una sorte di guerra batteriologica, e vennero presi provvedimenti contro gli immigrati di origine tedesca, considerati una quinta colonna.

Quanto sopra descritto avvenne, con modalità simili, in tutti gli Stati coinvolti nel conflitto, l'epidemia a sua volta pesò nello scontro accelerando le dinamiche in atto e giungendo ad alterarne i risultati, come nell'offensiva tedesca in Francia nella primavera del 1918, quando in un paese stremato dallo sforzo bellico venne a minare la potenzialità dell'offensiva finale ed esaurì la restante resistenza del fronte interno.

I patogeni acquistano, quindi, anche la funzione di arma in grado di alterare gli equilibri e pertanto rientrano pienamente in una visione non solo medica ma al contempo politica ed economica.

In questa ottica diventano un'arma e come tali sono trattati in una visione di potere, dove un falso senso di onnipotenza, può condurre a passi falsi dalle conseguenze disastrose, mentre molti laboratori continuano a manipolare i patogeni per la ricerca di qualcosa di specifico per un determinato gruppo umano.

A questo si affianca la possibilità di un bioterrorismo o di un biocrimine, sempre più possibile con l'allargarsi della facilità e delle conoscenze nella manipolazione, considerando i lati oscuri della mente umana.

Tutto questo si inserisce nei fattori di modifica dell'ambiente naturale operato dalla specie umana, che attraverso una sua espansione numerica incontrollata e un uso anarcoide della tecnologia, indipendentemente dall'impatto ambientale, favorisce il formarsi e il diffondersi delle epidemie, basti pensare ai mega ammassi umani nelle megalopoli e al nevrotico correre per il pianeta.

Avendo sempre più eliminato i sistemi naturali di contenimento dei virus e batteri, le trappole ecologiche o i corridoi ciechi, nasce la necessità di cercare sistemi di sorveglianza sempre più complessi, ma proprio per questo possibili di errori sui rischi biologici emergenti, se non in equilibrio con i sistemi naturali.

Si è avanzata l'ipotesi che le pandemie possano essere un elemento di freno naturale alla crescita "esponenziale" di una specie, tale da diventare insostenibile in termini ecologici.

Infatti i contatti crescenti tra esseri umani con specie animali varie favoriscono le ricombinazioni dei virus facilitando nuove epidemie, mentre in un'ottica a breve siamo solo concentrati sull'aspetto economico della crescita, senza considerare con una visione a lungo termine la sua sostenibilità e gli impatti sociali ed ambientali, anche se a lungo saremo tutti morti. 

Vi è di fatto uno scontro tra gli impulsi predatori a breve termine della specie umana, quale ominide della savana, e la sua coscienza e capacità di riflettere sulle conseguenze del suo agire nel contesto in cui opera, con una visione collettiva.

(Prof. Sergio Benedetto Sabetta)



NOTA

· D. Quammen, Spillover, Adelphi, 2012;

· AA.VV. Il mondo virato, Limes, marzo 2020

(Sergio Benedetto Sabetta)

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LaPrevidenza.it, 23/05/2020

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