giovedž, 23 maggio 2019

Consenso Vs. Fiducia

 

Il dizionario della Lingua Italiana di Le Monnier, definisce il "consenso" come la conformità di intenti e voleri nei rapporti individuali; o la concordanza di opinioni individuali nell'accettazione di opinioni, valori o verità; per giungere al consenso quale adesione ad una determinata politica di governo.

La "fiducia" a sua volta è definita quale attribuzioni di potenzialità conformi ai propri desideri, motivata da una vera o presunta affinità elettiva o da uno "sperimentato margine di garanzia".

Se Aristotele e gli Stoici fanno riferimento al "consenso universale" quale prova della verità, gli Eclrettici affermano essere questi il "criterio" della verità, ma solo in Cartesio sorge il dubbio su tale criterio e sul valore di prova che il "consenso universale" possiede di per sé.

Si ha quello che è "il tentativo di mettere al riparo dalla critica conoscenze o pregiudizi che si ritengono assolutamente validi ma di cui sarebbe sempre oltremodo difficile provare l'effettiva universalità" (N. Abbagnano, Voce: Consenso universale, Dizionario di filosofia, UTET, 1974).

Sebbene non riferito al "consenso universale" il semplice consenso non è quindi di per sé manifestazione di una qualche verità, bensì di una semplice conformità di intenti e valori tra individui.

Questo si fonda su una qualche aspettativa che in politica acquista un valore puramente sociologico ma non economico, mancando in esso quello "sperimentato margine di garanzia" che, unito alla conformità ai propri desideri, trasforma il consenso puramente politico in una fiducia politico- economica.

Quindi si ha un consenso altamente volatile, contrapposto alla solidità della fiducia.

Se la fiducia contiene in sé il consenso non altrettanto può dirsi per il consenso, il quale risulta indipendente da qualsiasi valutazione di affidabilità su esperienze pregresse o valutazioni scientifiche. Ne consegue che la normativa nel consenso è tesa al semplice compiacere, mentre nella fiducia vi è un fondamento di esperienze e conoscenze tecniche, le quali si affiancano alla necessaria ricerca del soddisfare una domanda.

Schopenhauer sottolinea che da un lato vi è il soggetto della rappresentazione che tutto conosce ma che non è conosciuto, dall'altra vi è l'oggetto della rappresentazione che mediante lo spazio e il tempo acquista una propria molteplicità, la riunione di questi due aspetti inseparabili fornisce la nostra rappresentazione.

Materialismo ed idealismo, essendo ciascuno solo la rappresentazione di uno dei due termini, si elidono a vicenda.

Se l'intelletto è intuizione e la ragione discorso sui concetti, solo la loro riunione dà forma al sapere, in un passaggio dal "consenso" alla "fiducia".

Vi è quindi la necessità di strappare il "velo di Maya" che separa i due termini, una verità che può non essere accolta in quanto non conforme ai propri desideri, non liberando la verità se non coloro che nella sua ricerca l'accettano.

Il consenso è anche "risentimento" per quello che manca ed altri possiedono, non è pertanto una volontà positiva, ma innanzitutto una rivalsa verso la propria impotenza, verso l'azione interdetta, fino a giungere a quella che Nietzsche considera come " compenso in una vendetta immaginaria". (N. Abbagnano, 208, Storia della Filosofia: Nietzsche, Vol. III, UTET, 1974).

In quest'ottica ne può risentire l'attività del legislatore, che ne esprime la potenziale ambiguità, dove talvolta viene ad emergere la funzione del marketing, ossia della vendita di un prodotto-idea, compiacendo e lusingando l'acquirente.
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LaPrevidenza.it, 11/05/2019