domenica, 24 gennaio 2021

Sottrazione o mistificazione di bene aziendale: legittimo il licenziamento per giusta causa

Cassazione civile, Sez. lavoro, sentenza 22.4.2015 n. 8238

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. ROSELLI Federico - Presidente - Dott. DE RENZIS Alessandro - Consigliere - Dott. DI CERBO Vincenzo - rel. Consigliere - Dott. MANNA Antonio - Consigliere - Dott. DORONZO Adriana - Consigliere - ha pronunciato la seguente:  sentenza sul ricorso 27051-2011 proposto da: NOVAOL SRL (OMISSIS), in persona dell'Amministratore delegato, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA POMPEO MAGNO 23 A, presso lo studio degli avvocati PROIA GIAMPIERO e EMILIANI Simone Pietro che la rappresentano e difendono giusta procura a margine del ricorso;  - ricorrente -  contro  B.G., (OMISSIS), C.T.A. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CASSAZIONE, rappresentati e difesi dagli avvocati CIONI MICHELE, DE VICTORIIS GIULIANO giusta procura in calce al controricorso;  - controricorrenti - avverso la sentenza n. 1391/2010 della CORTE D'APPELLO di FIRENZE del 2/11/2010, depositata il 16/11/2010; R.G. 817/09; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/11/2014 dal Consigliere Relatore Dott. VINCENZO DI CERBO; udito l'Avvocato Mauro Petrassi (delega avvocato Giampiero Proia) difensore della ricorrente; udito l'Avvocato Maria Federica Olivieri (delega avvocato Giuliano De Victoriis difensore dei controricorrenti; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO Gianfranco che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

1. La Corte d'appello di Firenze ha rigettato il gravame proposto avverso la sentenza del Tribunale di Livorno che aveva dichiarato l'illegittimità del licenziamento intimato, in data 24 marzo 2005, da NOVAOL s.r.l. ai suoi dipendenti B.G. e C. T.A. ed aveva ordinato la reintegrazione degli stessi nel posto di lavoro condannando altresì la società al risarcimento del danno ai sensi della L. n. 300 del 1970, art. 18.

2. La Corte territoriale ha osservato, in particolare, che la versione dei fatti sostenuta dalla società allo scopo di evidenziare la responsabilità dei lavoratori, accusati di furto, e quindi la sussistenza della giusta causa di recesso, era diversa da quella offerta in sede di contestazione degli addebiti (lettera del 10 marzo 2005) riferita ad episodi verificatisi il 18 febbraio, il 3 marzo e il 7 marzo dello stesso anno, sulla quale era poi stata basata la lettera di licenziamento del 24 marzo 2005.

3. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso NOVAOL s.r.l., notificato in data 4 novembre 2011 e basato su tre motivi illustrati da memoria. I lavoratori hanno resistito con controricorso che, i quanto notificato il 28 ottobre 2014, deve considerarsi tardivo.

Diritto

4. La NOVAOL s.r.l., azienda che si occupa della produzione e del commercio di oli vegetali e biocarburanti, premette alla illustrazione dei motivi di ricorso una dettagliata descrizione delle attività svolte presso lo stabilimento di Livorno presso il quale prestavano la loro attività i lavoratori ricorrenti in primo grado con mansioni di addetto all'ufficio pesa. Dopo aver evidenziato che nello stabilimento di Livorno si trovano i serbatoi che servono alla raccolta delle materie prime acquistate dai fornitori (oli vegetali e oli di risulta che vengono lavorati e trasformati) e allo stoccaggio del prodotto finito da distribuire sul mercato, sottolinea che, per gestire con criteri di efficienza economica tale attività, è necessario controllare in maniera sistematica e rigorosa sia l'effettiva quantità di materia prima che viene scaricata dagli automezzi nei serbatoi di Livorno, sia la quantità di prodotto lavorato che viene caricato a Livorno per essere consegnato ai clienti della NOVAOL s.r.l. Tale controllo viene effettuato con la pesatura degli automezzi in entrata ed in uscita dallo stabilimento, e con il controllo delle differenze di peso evidenziate dalla pesatura, attività affidata, fra gli altri, ai dipendenti B. G. e T.C.A..

5. Col primo motivo la società denuncia violazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 in relazione al principio dell'immutabilità dei fatti contestati. Premette in fatto che con la lettera di contestazione ai lavoratori era stato addebitato di aver consentito di caricare le cisterne con olio di buona qualità sul presupposto che le stesse erano entrate nello stabilimento vuote, e che in realtà l'istruttoria aveva consentito di accertare che le cisterne erano entrate nello stabilimento non già vuote, bensì piene di olio di qualità scadente (e destinato ad essere trattato), e che dopo aver scaricato tale olio, avevano caricato un equivalente quantitativo di olio trattato (e quindi di maggior pregio), per cui l'attività contestata ai dipendenti era stata quella di aver consentito la sottrazione alla società, a sua insaputa, di quantitativi di olio di qualità superiore a quello pattuito. Tutto ciò premesso la ricorrente deduce che la suddetta divergenza non ha comportato una concreta violazione del diritto di difesa e pertanto non integra, a differenza di quanto ritenuto dalla Corte territoriale, una violazione del principio di immutabilità della contestazione.

6. Col secondo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione in ordine alla applicazione del principio di immutabilità della contestazione. In sostanza la sentenza impugnata avrebbe omesso di spiegare la ragione per cui la parziale divergenza fra fatti contestati e fatti accertati avrebbe determinato una violazione del suddetto principio.

7. Col terzo motivo la ricorrente denuncia vizio di motivazione in ordine all'affermazione secondo cui non sarebbe stato evidenziato un diretto coinvolgimento dei lavoratori licenziati.

8. I primi due motivi, che devono essere esaminati congiuntamente in quanto logicamente connessi, sono fondati.

9. Questa Corte di legittimità (cfr., ad esempio, Cass. 13 giugno 2005 n. 12644) ha più volte chiarito che i principi di specifica contestazione preventiva degli addebiti e di necessaria corrispondenza fra quelli contestati e quelli addotti a sostegno del licenziamento disciplinare (o di ogni altra sanzione), posti dalla L. n. 300 del 1970, art. 7 in funzione di garanzia dei lavoratore, non escludono in linea di principio modificazioni dei fatti contestati concernenti circostanze non significative rispetto alla fattispecie, il che ricorre quando le modificazioni non configurano elementi integrativi di una diversa fattispecie di illecito disciplinare, non risultando in tal modo preclusa la difesa del lavoratore. In particolare è stato affermato (Cass. 5 marzo 2010 n. 5401) che il principio della immutabilità della contestazione costituisce una sorta di corollario del principio di specificità, atteso che l'esigenza, rilevante ai fini della garanzia dell'esercizio del diritto di difesa, che i fatti addebitati siano specificamente individuati nell'atto di contestazione, sarebbe palesemente violata e disattesa qualora fosse riconosciuto al datore di lavoro la possibilità di mutare successivamente la iniziale contestazione ovvero di procedere alla applicazione della sanzione sulla base di fatti non ricompresi in detta contestazione. Argomentando da tali rilievi la elaborazione giurisprudenziale è passata da una originaria impostazione rigidamente formalistica ad una più squisitamente contenutistica, applicando il principio esclusivamente in relazione alla funzione di garanzia di esercizio del diritto di difesa del lavoratore, ed escludendo qualsiasi profilo di illegittimità qualora in concreto nessun vulnus sia arrecato al diritto di difesa.

10. Nel caso di specie la sentenza impugnata non ha pienamente rispettato i suddetti principi avendo applicato il principio di immutabilità della contestazione in modo rigidamente formalistico.

Essa ha infatti ritenuto la sussistenza di una violazione del principio di immutabilità della contestazione sul mero rilievo che, mentre nella lettera di contestazione si sosteneva che gli automezzi erano giunti vuoti nello stabilimento di Livorno, erano stati caricati con olio di colza ed erano stati fatti uscire, con il concorso dei lavoratori ricorrenti in primo grado, con una bolletta attestante, contro il vero, che le cisterne lasciavano lo stabilimento con lo stesso carico che avrebbero dovuto avere in entrata, nel corso del giudizio la NOVAOL s.p.a. aveva invece sostenuto che gli automezzi erano giunti nello stabilimento carichi di olio di scarsa qualità, erano stati pesati in entrata, erano stati poi scaricati del loro contenuto e successivamente riempiti con olio di qualità e lasciati ripartire dai suddetti lavoratori che non avevano rilevato il diverso peso degli stessi dovuto alla diversa densità dell'olio caricato a bordo. In sostanza c'era stata sottrazione di olio di colza (pregiato) attuata non già riempiendo cisterne entrate vuote ma cisterne entrate piene di olio di qualità inferiore, successivamente svuotate nei serbatoi della società e poi riempite di olio di pregio. La sentenza impugnata non ha considerato, in particolare, che il nucleo essenziale della contestazione, concernente l'aver contribuito in modo determinante alla illecita sottrazione di olio di colza avendo trasgredito al preciso obbligo concernente le mansioni di addetti alla pesa agli stessi assegnate, di controllare e far rilevare la differenza di peso degli automezzi in entrata e in uscita, è rimasto invariato e non ha pertanto evidenziato le ragioni per le quali le citate variazioni possano aver leso il diritto di difesa del lavoratore.

11. Anche il terzo motivo è fondato.

12. In effetti la sentenza impugnata nel ritenere non provate alcune allegazioni della società concernenti la partecipazione dei lavoratori alle operazioni di carico e scarico dell'olio, non ha peraltro indicato le ragioni per cui la mancanza di prova di tali circostanze rilevi in modo decisivo ai fini della illegittimità o meno dei licenziamenti in esame che, come si è in precedenza evidenziato, sono stati motivati con il doloso comportamento relativo alle operazioni di controllo del peso degli automezzi in entrata ed in uscita.

13.11 ricorso deve essere in definitiva accolto e per l'effetto la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio ad altro giudice, indicato in dispositivo, che provvederà in applicazione dei principi sopra enunciati Lo stesso giudice provvedere altresì alla liquidazione delle spese del giudizio di cassazione (art. 385 c.p.c., comma 3).

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso; cassa e rinvia, anche per le spese, alla Corte d'appello di Firenze in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 26 novembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 22 aprile 2015
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LaPrevidenza.it, 14/05/2015

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