sabato, 30 maggio 2020

Corte di Giustizia dell'Unione Europea: La normativa italiana sui contratti a tempo determinato viola i principi dell’unione

Corte di Giustizia dell'Unione Europea, Sentenza 26.11.2014 - Cause C-22/13, C-61/13, C-62/13, C-63/13, C-418/13 - Avvocato Maurizio Danza

 

Di particolare interesse per il comparto della scuola, ma anche per gli altri comparti del pubblico impiego, la sentenza del 26 novembre 2014 della Corte di Giustizia dell’Unione europea emessa in relazione alle cause n. C-22/13, C-61/13, C-62/13, C-63/13, C-418/13 promosse da docenti e collaboratori della scuola nei confronti del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. 

Nel caso de quo i ricorrenti lamentavano di aver svolto attività lavorativa per non meno di 45 mesi su un periodo di 5 anni, con conferimenti a tempo determinato in successione, presso istituti pubblici, sia come docenti che come collaborator scolastici . Sostenendo l’illegittimità di tali contratti, avevano chiesto al giudice italiano  la trasformazione dei loro contratti in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, la immissione in ruolo, e la corresponsione delle retribuzioni commisurate ai periodi di interruzione tra i contratti, nonché il risarcimento del danno subito.  Prima il Tribunale di Napoli e successivamente la Corte Costituzionale,  avevano chiesto alla Corte di giustizia di esprimersi in merito alla conformità della normativa italiana in tema di contratti a tempo determinato, all’accordo quadro recepito con la direttiva n. 1999/70/CE ;  in particolare, i giudici remittenti avevano chiesto se l’accordo quadro consentisse il rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili, in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale di ruolo delle scuole statali, senza la previsione di tempi certi per l’espletamento dei concorsi ed escludendo qualsiasi risarcimento del danno subito a causa di un siffatto rinnovo.  Nella motivazione in primo luogo la Corte  sottolinea che l’accordo quadro si applica a tutti i lavoratori, senza possibilità di operare una distinzione in base alla natura pubblica o privata del loro datore di lavoro nonché al settore di attività interessato. Ciò detto,proprio al  fine  di  prevenire  l’utilizzo  abusivo  di  una  successione  di  contratti  a tempo  determinato, l’accordo quadro summenzionato impone agli Stati membri di prevedere, in primo luogo, almeno una delle seguenti misure preventive: l’indicazione delle ragioni obiettive che giustifichino il rinnovo dei contratti, ovvero la determinazione della durata massima totale dei contratti o del numero dei loro rinnovi, nonchè una misura sanzionatoria  proporzionata, effettiva e dissuasiva da applicare al datore di lavoro in caso di utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato al fine di garantire la piena efficacia dell’accordo quadro .Ebbene secondo la Corte, la legislazione italiana  non solo è  priva di misure che limitano” la durata massima totale dei contratti  o il numero dei loro rinnovi”,ma non prevede neanche misure equivalent; in tali casi invece il rinnovo deve essere giustificato da una “ragione obiettiva”, quale la particolare natura delle funzioni, le loro caratteristiche o il perseguimento di una legittima finalità di politica sociale. Ad esempio secondo la Corte, costituisce ragione obiettiva la sostituzione temporanea di lavoratori, ad esempio in caso di congedo per malattia, per maternità, dunque per motivi di politica sociale. La stessa osserva inoltre, che, qualora uno Stato membro riservi, l’accesso ai posti permanenti al personale vincitore di concorso, tramite l’immissione in ruolo, può altresì oggettivamente giustificarsi che, in attesa dell’espletamento di tali concorsi, i posti da occupare siano assegnati con contratti di lavoro a tempo determinate in successione. Tuttavia però secondo i giudici della Corte, contrariamente a quanto sostenuto dal Governo italiano “ il solo fatto che la normativa nazionale,nel consentire che il rinnovo di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura, tramite supplenze annuali, di posti vacanti e disponibili in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali, possa rientrare tra le ragione obiettive”, non appare sufficiente a renderla conforme all’accordo quadro del 1999, se risulta che l’applicazione concreta di detta normativa conduce, nei fatti, a un ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinate ; nel caso di specie appare  incontestabile il ricorso a contratti a tempo determinato, utilizzati al fine di soddisfare, da parte dello Stato italiano, esigenze permanenti e durevoli delle scuole statali in materia di personale. La Corte aggiunge altresì come nel caso de quo “ il termine di immissione in ruolo dei docenti nell’ambito di tale regime è variabile e incerto, poiché essa dipende da circostanze aleatorie e imprevedibili. Infatti, da un lato, l’immissione in ruolo per effetto dell’avanzamento dei docenti in graduatoria è in funzione della durata complessiva dei contratti di lavoro a tempo determinato nonché dei posti che sono nel frattempo divenuti vacanti, daltronde senza previsione di alcun termine certo per l’organizzazione delle procedure concorsuali”. Dunque la conseguenza secondo i giudici della Corte Europea e che,” la normativa italiana, sebbene limiti formalmente il ricorso ai contratti di lavoro a tempo determinato per provvedere a supplenze annuali per posti vacanti e disponibili solo per un periodo temporaneo fino all’espletamento delle procedure concorsuali, non consente di garantire che l’applicazione concreta delle ragioni oggettive sia conforme ai requisiti dell’accordo quadro”.  I medesimi poi, anche in relazione alle “ valutazioni  afferenti al bilancio delloStato”,oggetto della difesa dello Stato Italiano, hanno ritenuto come esse non possano costituire di per sé, un obiettivo di politica sociale e, pertanto, non possono giustificare l’assenza di qualsiasi misura diretta a prevenire il ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato. La Corte infine sottolinea inoltre “come la normativa italiana non solo non consente la trasformazione di tali contratti in contratti a tempo indeterminato, ma esclude altresì il risarcimento del danno subito a causa del ricorso abusivo a una successione di contratti di lavoro a tempo determinato nel settore dell’insegnamento,presentando dunque un quadro legislativo privo di misure sanzionatorie a garanzia del lavoro a tempo determinato. Infatti- prosegue la Corte- la circostanza che,” ad un lavoratore cui siano stati conferiti contratti a tempo determinato non possa essere riconosciuta la trasformazione a tempo indeterminato, se non con l’immissione in ruolo per effetto dell’avanzamento in graduatoria, è aleatorio e non costituisce quindi una sanzione sufficientemente effettiva e dissuasiva ai fini di garantire la piena efficacia delle norme adottate in applicazione dell’accordo quadro”,dalla cui previsione lo Stato Italiano non può esimersi tenuto conto delle peculiari esigenze di flessiilità del settore dell’insegnamento .

 

Per tali motivi, la Corte conclude che

l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato non ammette una normativa che, in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali dirette all’assunzione di personale di ruolo delle scuole statali, autorizzi il rinnovo di contratti a tempo determinato per la copertura di posti vacanti e disponibili di docenti e di personale amministrativo, tecnico e ausiliario, senza indicare tempi certi per l’espletamento di dette procedure concorsuali ed escludendo il risarcimento del danno subito a causa di un siffatto rinnovo. Tale normativa, infatti, non prevede criteri obiettivi e trasparenti al fine di verificare se il rinnovo risponda ad un’esigenza reale, sia idoneo a conseguire l’obiettivo perseguito e sia necessario a tal fine. Essa non contempla neanche altre misure dirette a prevenire e a sanzionare il ricorso abusivo a siffatti contratti.

Documento integrale

(Maurizio Danza)

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LaPrevidenza.it, 01/12/2014

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