mercoledì, 28 settembre 2022

Vincoli alla spesa pubblica tra esigenze di razionalizzazione e ragioni di efficienza

Corte dei conti, Sezione di controllo per la Lombardia, Deliberazione n. 111/2011 - Dario Immordino

 

I limiti alle “spese per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e di rappresentanza” imposti dall’art. 6 comma 8 del D.L. n. 78/2010 alle pubbliche amministrazioni - compresi gli enti territoriali - non comprendono gli oneri funzionali a promuovere la conoscenza dell’esistenza e della modalità di fruizione dei servizi pubblici da parte della collettività come, ad esempio, quelli relativi alla predisposizione del giornalino comunale (Cfr  LOMBARDIA/89/2011/PAR del 21 febbraio 2011).

 Ciò perché il tetto di spesa non riguarda le attività strumentali all’esercizio dei compiti e delle funzioni che l’ente pubblico deve svolgere per soddisfare gli interessi di cui è portatore, a tutela della collettività dallo stesso rappresentata.

 I limiti ad alcune voci di spesa introdotti dal legislatore statale mirano, in altri termini, a comprimere e razionalizzare i costi “esterni”, integrativi e complementari, a quelli strettamente inerenti l’esercizio delle attività delle amministrazioni pubbliche.

 In questa prospettiva, dunque, per stabilire se una determinata spesa sia o meno soggetta ai vincoli imposti dal legislatore statale è necessario verificare caso per caso se l’attività finanziata non soltanto rientri nell’ambito delle competenze dell’ente, ma, soprattutto, se costituisca una modalità di esercizio delle funzioni allo stesso demandate ai sensi delle disposizioni costituzionali.

 Ovviamente il giudizio deve essere formulato in base alle attività consolidate, vale a dire che l’ente ha svolto nel tempo, perlomeno a partire dall’anno di riferimento della spesa, anche al fine di evitare operazioni elusive della limitazione di spesa prevista dal co. 8 dell’art. 6 del D.L. n. 78/2010 (Sez Lombardia n. 111/2011).

 Entro questi confini la decisione da parte dell’Amministrazione di provvedere o meno a determinate tipologie di spese è frutto di una valutazione che, nel rispetto delle previsioni legali, rientra nelle prerogative esclusive degli organi decisionali dell’ente, anche in ossequio a prudenti regole di sana gestione finanziaria e contabile.

 Questa impostazione, fondata su una equilibrata interpretazione della disciplina statale, concilia le esigenze di razionalizzazione e contenimento della spesa pubblica con la necessità di garantire agli enti autonomi adeguati margini decisionali in merito alla organizzazione e alle modalità di esercizio delle funzioni di competenza.

In un contesto caratterizzato da una frenetica dinamica evolutiva delle esigenze che promanano dalle collettività territoriali e dalla carenza di risorse finanziarie ed umane, il ricorso a professionalità esterne può costituire una imprescindibile condizione per il corretto esercizio delle funzioni demandate alle amministrazioni pubbliche centrali e agli enti territoriali.

 Rispetto a queste esigenze una interpretazione delle disposizioni introdotte dal Decreto n. 78/2010 che ne estendesse il contenuto ad ogni forma di collaborazione con soggetti esterni alla struttura burocratica-organizzativa degli enti pubblici potrebbe pregiudicare, o comunque compromettere, il corretto esercizio delle attività e l’erogazione delle prestazioni e dei servizi diretti a realizzare i diritti dei cittadini.

 Di fronte a questa eventualità la Corte dei conti si è fatta carico di una interpretazione “conforme a Costituzione” che consente al contempo di ridimensionare alcune delle voci di spesa che appesantiscono di più i bilanci pubblici, e di “salvare” un certo di margine di autonomia decisionale in capo a regioni ed enti locali.

 In questo filone interpretativo si collocano le pronunce che stabiliscono che i limiti di spesa devono essere calcolati sulla base del criterio di competenza e non di quello di cassa (perché si deve fare riferimento alla programmazione e non a circostanze più o meno casuali che possono avere influito sulla spesa effettiva) e quelle che escludono dal tetto di spesa gli incarichi professionali, come la progettazione di opere pubbliche o l'assistenza in giudizio, quelli conferiti a società e quelli finanziati da altri soggetti pubblici (stato, regione, Ue ) o privati.

 Sullo stesso ordine di idee si fonda anche la deliberazione n. 111 del 28 febbraio 2011 con la quale la Sezione di Controllo per la Regione Lombardia riconosce alle amministrazioni pubbliche (nel caso di specie un ente locale) di programmare e destinare risorse di ammontare superiore a quelle previste dal legislatore statale anche ad attività come quelle proprie dell’addetto stampa/portavoce, purché a tale figura siano demandate esclusivamente attività limitate alla informazione della cittadinanza in ordine ai servizi e alle prestazioni erogate dalla amministrazione.
Ciò sull’assunto che se l’efficace erogazione di un servizio presuppone ex se un’adeguata informazione in modo da consentire ai cittadini di usufruirne effettivamente, tutte le attività strumentali a diffonderne adeguatamente la conoscenza devono ritenersi insite nell’esercizio o nell’erogazione delle prestazioni e dei servizi di competenza dell’amministrazione, e come tali escluse dal perimetro applicativo dei vincoli imposti dal legislatore statale.

Superati questi limiti l’attività di portavoce/addetto stampa assume i connotati della consulenza, e la spesa destinata al relativo finanziamento deve di conseguenza considerarsi soggetta ai vincoli di spesa introdotti dal comma 7 dell’art. 6 del D.L. n. 78/2010 (convertito nella L. n. 122/2010) che statuisce che: “al fine di valorizzare le professionalità interne alle amministrazioni a decorrere dall’anno 2011 la spesa annua per studi ed incarichi di consulenza, inclusa quella relativa a studi ed incarichi di consulenza conferiti a pubblici dipendenti, sostenuta dalle pubbliche amministrazioni di cui al comma 3 dell’art. 1 della Legge 31 dicembre 2009 n. 196, incluse le autorità indipendenti, escluse le università, gli enti e le fondazioni di ricerca e gli organismi equiparati nonché gli incarichi di studio e di consulenza connessi ai processi di privatizzazione e alla regolamentazione del settore finanziario, non può essere superiore al 20 per cento di quella sostenuta nell’anno 2009. L’affidamento di incarichi in assenza dei presupposti di cui al presente comma costituisce illecito disciplinare e determina responsabilità erariale”.

 Motivo per cui in simili ipotesi l’ente pubblico non può programmare e destinare a questa attività una spesa “superiore al 20 per cento di quella sostenuta nell’anno 2009”.

Dario Immordino

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LaPrevidenza.it, 23/03/2011

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