venerd, 23 ottobre 2020

Decesso del neonato non è imputabile statisticamente su manovra per distacco trans cervicale delle membrane amnio coriali eseguita dal ginecologo

Cassazione civile sez. III, Sentenza 16.12.2014 n. 26373

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA CIVILE 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. RUSSO Libertino Alberto - Presidente - Dott. CARLEO Giovanni - Consigliere - Dott. SPIRITO Angelo - Consigliere - Dott. RUBINO Lina - Consigliere - Dott. CIRILLO Francesco Maria - rel. Consigliere - ha pronunciato la seguente:  sentenza sul ricorso 12808-2011 proposto da:  G.M. (OMISSIS), S.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA ANTONIO GRAMSCI 22, presso lo studio dell'avvocato PICONE ALFONSO, rappresentati e difesi dall'avvocato TREZZI ETTORE giusta procura speciale a margine del ricorso;  - ricorrenti -  contro  Sc.CH. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA ADRIANA 15, presso lo studio dell'avvocato PANINI ALBERIGO, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati ALBERTO BONAITI, ANTONIO CORTI giusta procura speciale in calce al controricorso;  - controricorrente -  e contro SOCIETA' REALE MUTUA DI ASSICURAZIONI SPA (OMISSIS);  - intimati - avverso la sentenza n. 2989/2010 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 08/11/2010, R.G.N. 656/2007; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 22/10/2014 dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA CIRILLO; udito l'Avvocato ALFONSO PICONE; udito l'Avvocato ANTONIO CORTI; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. VELARDI Maurizio che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

1. G.M. ed S.E. convennero in giudizio, davanti al Tribunale di Lecco, la dott.ssa Sc.Ch., chiedendo che fosse condannata al risarcimento dei danni conseguenti a presunti errori professionali commessi in relazione alla gestione della fase finale della gravidanza della S..

Sostennero gli attori che la convenuta aveva assistito la donna durante la gravidanza e l'aveva invitata a recarsi presso la clinica (OMISSIS) per un controllo in vista del parto ormai imminente. In quella circostanza, la dott. Sc. aveva praticato una manovra di distacco digitale trans cervicale del polo inferiore delle membrane amnio coriali, inviando poi la paziente a casa. A distanza di poche ore dalla visita, la S. aveva accusato un'imponente emorragia per la quale era stata ricoverata presso la medesima clinica, ove le era stato praticato un parto cesareo d'urgenza. Il neonato, però, nato con gravi difficoltà respiratorie, a causa della mancanza di adeguate attrezzature presso la clinica (OMISSIS) era stato dopo poche ore ricoverato all'ospedale di Lecco, dove era poi deceduto nella stessa giornata. Gli attori prospettarono, quindi, che la negligenza della dott. Sc. e l'inadeguatezza della struttura sanitaria avessero determinato la morte del loro piccolo, evento per il quale chiesero il risarcimento di tutti i danni.

Si costituì la dott. Sc., chiedendo il rigetto della domanda e l'autorizzazione a chiamare in causa la società Reale mutua di assicurazione, con la quale aveva stipulato una polizza per la responsabilità civile.

Si costituì la società di assicurazione, negando ogni responsabilità della propria assicurata.

Con successivo atto di citazione i medesimi attori convennero in giudizio, davanti al Tribunale di Lecco, la casa di cura (OMISSIS), in persona del direttore responsabile, chiedendo il risarcimento degli stessi danni.

Nel giudizio si costituì la convenuta, chiedendo il rigetto della domanda e chiamando in garanzia la società AXA Assicurazioni s.p.a., la quale contestò l'esistenza di ogni addebito a carico della clinica.

Disposta la riunione dei due giudizi, espletata prova per testi e fatta svolgere una c.t.u., il Tribunale rigettò la domanda, con compensazione delle spese.

2. Proposto appello dagli attori soccombenti, la Corte d'appello di Milano, con sentenza dell'8 novembre 2010, ha dichiarato cessata la materia del contendere tra gli appellanti e la casa di cura, stante l'intervenuta transazione; ha poi rigettato l'appello nei confronti della dott. Sc., condannando il G. e la S. al pagamento delle spese del grado in favore dell'appellata.

Ha osservato la Corte territoriale, per quanto di interesse in questa sede, che la motivazione del Tribunale, frutto di una valutazione complessiva del materiale probatorio a disposizione, era da condividere. Era emerso dall'istruttoria, infatti, in particolare dalla c.t.u., che il distacco della placenta della S. non era stato determinato dalla manovra di scollamento effettuata dalla dott. Sc., bensì dalla rottura di un vaso del funicolo ombelicale;

evento da correlare alla anomala inserzione velamentosa del funicolo stesso, idonea a dare luogo ad un'imponente emorragia che è mortale per il feto nel 73 per cento dei casi. Tale conclusione trovava conferma anche da quanto riscontrato in sede chirurgica durante l'esecuzione del parto cesareo.

Doveva pertanto escludersi, secondo la Corte d'appello, ogni responsabilità professionale a carico della dott. Sc., poichè la manovra da lei eseguita non poteva essere causalmente collegata alla successiva emorragia risultata poi fatale per il neonato, mentre la mancata diagnosi della inserzione velamentosa del funicolo non poteva essere posta a suo carico, trattandosi di una rara malformazione priva di sicuri mezzi specifici di diagnosi.

La Corte milanese, infine, ha osservato che il comportamento della dott. Sc. appariva "censurabile" sia per l'omessa consegna alla S. dei referti delle varie ecografie eseguite durante la gravidanza che per il mancato controllo del feto dopo l'esecuzione della manovra di scollamento; ma che tuttavia difettavano le condizioni per poter affermare la responsabilità professionale del medico, stante l'assenza di nesso causale tra tali comportamenti e la morte del neonato.

3. Contro la sentenza della Corte d'appello di Milano propongono ricorso G.M. ed S.E., con unico atto affidato a due motivi.

Resiste la dott. Sc., con controricorso affiancato da memoria.

Diritto

1. Con il primo motivo del ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 5), violazione e falsa applicazione degli artt. 1218, 1223, 1228 e 2043 cod. civ., oltre a vizio di motivazione e mancata pronuncia circa il profilo dell'adeguata informazione.

Rilevano i ricorrenti che la sentenza impugnata, pur avendo riconosciuto la censurabilità del comportamento della dott. Sc. - anche in relazione al profilo della non adeguata informazione della propria paziente circa l'inadeguatezza della casa di cura Mangioni a gestire un parto in condizioni di grave pericolo - non ne ha poi tratto le ovvie conseguenze in ordine alla responsabilità della medesima. In particolare, l'espletata c.t.u.

aveva dimostrato che i sanitari della casa di cura avevano affrontato l'emergenza in maniera corretta, ma in relazione al livello della struttura nella quale operavano (struttura cd. di primo livello); la gravidanza della S. avrebbe richiesto, invece, la disponibilità di una struttura cd. di terzo livello, dotata di terapia intensiva neonatale. Sotto questo profilo, il comportamento della dott. Sc. era stato gravemente negligente, in quanto ella non aveva fornito un'adeguata informativa alla paziente la quale, ove correttamente informata, avrebbe ragionevolmente scelto un'altra struttura in grado di garantire la sopravvivenza del neonato.

1.1. Il motivo non è fondato.

Osserva il Collegio, innanzitutto, che esso tende a spostare il centro della discussione rispetto a quello che è stato il dibattito processuale davanti ai giudici di merito. Come risulta anche dalla precedente esposizione della vicenda, la domanda proposta dagli odierni ricorrenti nei confronti della dott. Sc. aveva ad oggetto una presunta responsabilità professionale per aver tenuto, in rapporto alla situazione concreta della gravidanza della S., ormai giunta al termine, un comportamento non consono, anzi addirittura causa scatenante della successiva imponente emorragia che determinò la morte del bambino appena nato. Rispetto a tale pretesa risarcitoria, che rappresenta una responsabilità di tipo commissivo, il motivo in esame lamenta, invece, una responsabilità di tipo omissivo, consistente nel non aver adeguatamente informato la paziente del fatto che la casa di cura dove ella intendeva partorire - e dove poi effettivamente partori - non era attrezzata a fronteggiare una situazione di emergenza relativa al neonato.

Non è ben chiaro se tale argomento fu portato realmente all'attenzione dei giudici di merito (come adombrano i ricorrenti alla p. 3 del ricorso) oppure no; ma comunque sia, anche a prescindere da eventuali profili di inammissibilità, resta il fatto decisivo che il problema della violazione del dovere di informazione potrebbe assumere rilievo soltanto se fosse stata riconosciuta dai giudici di merito l'imperizia della dottoressa e la consapevolezza, da parte sua, di trovarsi di fronte ad una gravidanza particolarmente delicata e rischiosa. In altre parole, la necessità di partorire - come si osserva nel motivo in esame, richiamandosi alle considerazioni dei consulenti tecnici - in una casa di cura con un centro di assistenza neonatale di terzo livello e non solo di primo livello rappresenta un passaggio obbligatorio ove sia stata effettivamente accertata, o sia comunque nota, la situazione di rischio. Il che il giudice di merito ha motivatamente escluso, con argomentazioni congrue e prive di vizi logici; da un lato, escludendo ogni collegamento causale tra le manovre svolte dalla dott. Sc. e quanto purtroppo ne seguì e, dall'altro, negando che vi sia stata una carenza di informazione in relazione a quella che era la situazione concreta della S..

In sostanza, il motivo in esame ravvisa un vizio nella sentenza assumendo come decisiva una circostanza (la mancanza di un'adeguata terapia intensiva neonatale) che, alla luce della situazione esistente ex ante, non poteva rivestire alcuna particolare importanza, non essendo stata dimostrata la sussistenza di una situazione di rischio.

Ciò comporta, in definitiva, che, per poter ritenere rilevante, ammesso che ci sia stata, una non adeguata informazione circa la situazione della clinica, si dovrebbe procedere ad una nuova valutazione del merito; che è quanto i ricorrenti in realtà sollecitano, ma che è evidentemente precluso nell'odierna sede di legittimità.

2. Con il secondo motivo del ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione degli artt. 1176 e 2697 c.c., avendo la Corte d'appello fatto un'errata applicazione dei principi in tema di onere della prova.

Osservano i ricorrenti, al riguardo, che la giurisprudenza costante ha riconosciuto che, in materia di responsabilità medica, al paziente spetta dimostrare il contratto o il contatto sociale e l'insorgenza o l'aggravamento della malattia allegando l'inadempimento, mentre è poi il medico che deve provare che non vi è stato inadempimento da parte sua. Nella specie, nonostante le numerose ecografie eseguite dalla dott. Sc., ella non aveva riconosciuto l'esistenza della malformazione della placenta (bilobata); e, inoltre, ella aveva cancellato la documentazione delle ecografie stesse, in tal modo rendendo impossibile dimostrare la sua negligenza. Facendo applicazione del criterio della vicinanza della prova, secondo i ricorrenti la Corte d'appello avrebbe dovuto ritenere dimostrata la responsabilità professionale della dott. Sc..

2.1. Il motivo non è fondato.

La giurisprudenza di questa Corte correttamente richiamata dai ricorrenti non giova, nel caso in esame, all'accoglimento del ricorso. Ed infatti, la discussione sul riparto dell'onere della prova nella responsabilità professionale medica in tanto può venire in considerazione in quanto sia stato superato il problema che è logicamente precedente, ossia quello della sussistenza del nesso di causalità.

Infatti, è esatto che in tema di responsabilità contrattuale del medico nei confronti del paziente, ai fini del riparto dell'onere probatorio l'attore deve provare l'esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia con l'allegazione di qualificate inadempienze, astrattamente idonee a provocare (quale causa o concausa efficiente) il danno lamentato, restando poi a carico del debitore convenuto l'onere di dimostrare che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, o che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno (sentenza 12 dicembre 2013, n. 27855, in linea con una giurisprudenza consolidata). Ma è anche evidente, in conformità ad una giurisprudenza altrettanto pacifica, che il paziente danneggiato ha l'onere di dimostrare che l'esecuzione della prestazione si è inserita nella serie causale che ha condotto all'evento di danno (così, da ultimo, la sentenza 12 settembre 2013, n. 20904); per cui la mancata dimostrazione dell'esistenza del nesso di causalità tra il comportamento del professionista ed il danno conseguente determina comunque il rigetto della domanda risarcitoria, senza che venga in considerazione il problema del riparto dell'onere della prova.

Nella specie, la Corte d'appello ha riconosciuto l'assenza del nesso di causalità tra la manovra eseguita dalla dott. Sc. e quello che si è verificato dopo, per cui non sussiste l'invocata violazione di legge.

3. In conclusione, il ricorso è rigettato.

A tale pronuncia segue la condanna dei ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in conformità ai soli parametri introdotti dal decreto ministeriale 10 marzo 2014, n. 55, sopravvenuto a disciplinare i compensi professionali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido, al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 4.000, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione Civile, il 22 ottobre 2014.

Depositato in Cancelleria il 16 dicembre 2014
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LaPrevidenza.it, 12/01/2015

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