domenica, 26 settembre 2021

Pratica forense: la cassazione esclude il rimborso forfettario delle spese legali

Cassazione penale, sentenza 23.12.2013 n. 51760

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE FERIALE PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. DUBOLINO Pietro - Presidente - Dott. IZZO Fausto - Consigliere - Dott. BARBARISI Maurizio - Consigliere - Dott. ANDREAZZA Gastone - Consigliere - Dott. BELTRANI Sergio - rel. Consigliere - ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso proposto da: C.L. N. IL (OMISSIS); C.P.W. N. IL (OMISSIS); avverso la sentenza n. 1946/2012 CORTE APPELLO di MILANO, del 10/01/2013; visti gli atti, la sentenza e il ricorso; udita in PUBBLICA UDIENZA del 03/09/2013 la relazione fatta dal Consigliere Dott. SERGIO BELTRANI; Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Enrico Delehaye, che ha concluso per il rigetto del ricorso; Udito il difensore della parte civile Z.L., che si è riportato alla propria memoria in atti ed alle conclusioni scritte che ha definito, chiedendo dichiararsi inammissibile il ricorso, o comunque il suo rigetto; Udito il difensore degli imputati, che si è riportato al ricorso, chidendone l'accoglimento.

Fatto

1. La Corte d'appello di Milano, con la sentenza indicata in epigrafe, ha confermato, quanto all'affermazione di responsabilità penale e civile, la sentenza emessa dal Tribunale della stessa città in data 1 luglio 2011, che aveva dichiarato gli odierni ricorrenti colpevoli di concorso in truffa aggravata, condannandoli - ritenute per entrambi le circostanze attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante - alle pene per ciascuno ritenute di giustizia, condizionalmente sospese, oltre alle statuizioni accessorie, anche di natura civilistica. La Corte di appello ha riformato la sentenza di primo grado limitatamente a queste ultime, disponendo la condanna degli imputati anche alla rifusione delle spese patite dalla parte civile Z. nel giudizio civile originariamente intentato, poi abbandonato a seguito dell'opzione per l'azione civile in sede penale.

2. Avverso tale provvedimento, hanno proposto congiuntamente ricorso per cassazione gli imputati, personalmente, deducendo i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall'art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1:

1 - erronea applicazione della legge penale (lamentano in proposito l'improcedibilità ed improseguibilità dell'azione penale per difetto di querela, non risultando configurabile la circostanza aggravante di cui all'art. 61 c.p., n. 7, per le ragioni già indicate nell'atto di appello, cui la Corte di appello non avrebbe risposto, limitandosi a riportare una decisione giurisprudenziale di legittimità; citano a sostegno del proprio assunto una decisione giurisprudenziale di merito);

2 - revoca tacita dell'atto di costituzione di parte civile ex art. 82 c.p.p., comma 2, e conseguente nullità delle statuizioni in favore della parte civile (lamentano in proposito che la Corte di appello non avrebbe offerto alcuna dimostrazione della sussistenza e della consistenza dei danni morali liquidati e comunque che la medesima azione civile era stata inammissibilmente coltivata dalla parte civile anche in sede civile);

3 - erronea applicazione della legge penale, nonchè contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione (lamentano in proposito la carenza del dolo e dei raggiri ed artifizi necessari a configurare la c.d. truffa contrattuale, nonchè l'assenza del danno);

4 - erronea valutazione delle circostanze ex art. 133 c.p., quanto al mancato riconoscimento del beneficio della non menzione.

Hanno concluso chiedendo l'annullamento della sentenza impugnata, con le conseguenti statuizioni, anche ex art. 129 c.p.p., senza rinvio, ovvero con rinvio quanto alle statuizioni civili; in subordine, hanno sollevato questione di legittimità costituzionale degli artt. 74, 75 e 82 c.p.p., per contrasto con gli artt. 24 e 25 Cost., nella parte in cui ammettono la contemporanea prosecuzione della stessa azione civile in sede civile e penale.

In data 5 agosto 2013 la parte civile costituita ha depositato memoria difensiva con la quale ha chiesto dichiararsi inammissibile o comunque rigettarsi il ricorso.

3. All'odierna udienza pubblica, le parti presenti hanno concluso come da epigrafe, e questa Corte Suprema ha deciso come da dispositivo in atti, pubblicato mediante lettura in udienza.

Diritto

Il ricorso è, nel suo complesso, infondato e va rigettato.

1. E' necessario premettere che il giudice d'appello non è tenuto a rispondere a tutte le argomentazioni svolte nell'impugnazione, giacchè le stesse possono essere disattese per implicito o per aver seguito un differente iter motivazionale o per evidente incompatibilità con la ricostruzione effettuata (per tutte, Cass. pen., sez. 6^, n. 1307 del 26 settembre 2002, dep. 14 gennaio 2003, Delvai, rv. 223061).

In presenza di una doppia conformare affermazione di responsabilità, va, peraltro, ritenuta l'ammissibilità della motivazione della sentenza d'appello per relationem a quella della decisione impugnata, sempre che le censure formulate contro la sentenza di primo grado non contengano elementi ed argomenti diversi da quelli già esaminati e disattesi, in quanto il giudice di appello, nell'effettuazione del controllo della fondatezza degli elementi su cui si regge la sentenza impugnata, non è tenuto a riesaminare questioni sommariamente riferite dall'appellante nei motivi di gravame, sulle quali si sia soffermato il primo giudice, con argomentazioni ritenute esatte e prive di vizi logici, non specificamente e criticamente censurate.

In tal caso, infatti, le motivazioni della sentenza di primo grado e di appello, fondendosi, si integrano a vicenda, confluendo in un risultato organico ed inscindibile al quale occorre in ogni caso fare riferimento per giudicare della congruità della motivazione, tanto più ove i giudici dell'appello abbiano esaminato le censure con criteri omogenei a quelli usati dal giudice di primo grado e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai passaggi logico-giuridici della decisione, sicchè le motivazioni delle sentenze dei due gradi di merito costituiscano una sola entità (Cass. pen., sez. 2^, n. 1309 del 22 novembre 1993, dep. 4 febbraio 1994, Albergamo ed altri, rv. 197250; sez. 3^, n. 13926 del 1 dicembre 2011, dep. 12 aprile 2012, Valerio, rv. 252615). 1.1. Inoltre, secondo consolidato orientamento di questa Corte Suprema (per tutte, Sez. 6^, n. 34521 dell'8 agosto 2013, rv.

256133), è inammissibile per difetto di specificità il ricorso che riproponga pedissequamente le censure dedotte come motivi di appello (al più con l'aggiunta di frasi incidentali contenenti contestazioni, meramente assertive ed apodittiche, della correttezza della sentenza impugnata) senza prendere in considerazione, per confutarle, le argomentazioni in virtù delle quali i motivi di appello non siano stati accolti.

2. Ciò premesso, deve ritenersi che il ricorso sia, nel suo complesso, infondato, poichè un motivo è infondato, gli altri generici e manifestamente infondati.

2.1. Il primo motivo è infondato.

Deve premettersi che la c.d. truffa contrattuale si realizza per il solo fatto che il deceptus sia addivenuto alla stipula di un contratto che altrimenti, in difetto dei raggiri ed artifizi posti in essere dal deceptor, non avrebbe stipulato.

La Corte di appello (f. 4), nel ritenere la configurabilità, nel caso di specie, della circostanza aggravante di cui all'art. 61 c.p., comma 1, n. 7, ha fatto corretta applicazione dell'orientamento di questa Corte Suprema (Sez. 2^, sentenza n. 12027 del 23 settembre - 23 dicembre 1997, CED Cass. 210457; Sez. 5^, sentenza n. 7193 del 13 gennaio - 27 febbraio 2006, CED Cass. 233633), che il collegio condivide ed intende ribadire, secondo il quale, coerentemente con la predetta premessa:

"in tema di truffa contrattuale, l'ingiusto profitto con correlativo danno del soggetto passivo consiste essenzialmente nel fatto costituito dalla stipulazione del contratto, indipendentemente dallo squilibrio oggettivo delle rispettive prestazioni; ne consegue che la sussistenza o meno della circostanza aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità deve essere valutata con esclusivo riguardo al valore economico del contratto in sè, al momento della sua stipulazione, e non con riguardo all'entità del danno risarcibile, che può differire rispetto al predetto valore, in ragione dell'incidenza di svariati fattori, concomitanti od anche successivi rispetto alla stipula".

Ed, in fatto, è il ricorrente a limitare l'odierna doglianza alla citazione di un non condivisibile (non esaminando adeguatamente la struttura della c.d. truffa contrattuale) precedente di merito, senza contestare la rilevante gravità del danno cagionato dalla parte civile ove si debba - come appena chiarito - fare riferimento all'uopo al valore del contratto stipulato (pari nel caso di specie a 120.000 Euro).

2.2. Il secondo motivo è, in entrambe le sue articolazioni, generico e manifestamente infondato.

2.2.1. La Corte di appello (f. 4) ha espressamente affermato di ritenere corretta la quantificazione del danno (inteso nella sua globalità, e quindi anche con riguardo a quello morale), all'evidenza rifacendosi alle ampie e condivise argomentazioni della sentenza di primo grado, che riporta in premessa, ed a quelle della parte civile, pure in precedenza riportate dalla Corte di appello.

2.2.2. E' d'altro canto pacifico che l'azione civile de qua, inizialmente intentata dinanzi al giudice civile, sia stata trasferita, come consentito, nella odierna sede penale, e non viceversa (come previsto dalla richiamata disposizione di cui all'art. 82, comma 2, c.p.p.).

Invero, gli stessi ricorrenti a f. 8 del ricorso riportano un chiarissimo passo della ordinanza all'uopo emessa in data 13 luglio 2011 dal giudice civile assegnatario del procedimento scaturito dall'originario esercizio dell'azione civile in sede civile; d'altro canto, anche nella conclusiva sentenza civile del 19 agosto 2012, allegata al ricorso, si legge inequivocabilmente che "il Tribunale di Lodi... ai sensi dell'art. 75 c.p.p., ha accertato la rinuncia agli atti del giudizio civile da parte della Z.", non valorizzando quindi il comportamento processuale dell'avv. BRIGIDA cui i ricorrenti hanno fatto insistito riferimento.

Ciò rende la doglianza dei ricorrenti manifestamente infondata, ed al tempo stesso all'evidenza manifestamente infondata anche la questione di costituzionalità conclusivamente sollevata dai ricorrenti, perchè gli artt. 74, 75 ed 82 c.p.p., non consentono la contemporanea prosecuzione della stessa azione civile in sede civile e penale, e nel caso di specie questa situazione non si è verificata.

2.3. Il terzo motivo è generico e manifestamente infondato.

Il ricorso ripropone pedissequamente o quasi le censure dedotte come motivo di appello (con l'aggiunta di frasi incidentali contenenti contestazioni, meramente assertive ed apodittiche, della correttezza della sentenza impugnata) senza prendere adeguatamente in considerazione, per confutarle, le argomentazioni in virtù delle quali il relativo motivo di appello non è stato accolto.

Peraltro, nel caso di specie, la Corte di appello, con rilievi esaurienti, logici e non contraddittori, come tali incensurabili in questa sede, ha adeguatamente illustrato le ragioni poste a fondamento dell'affermazione di responsabilità degli imputati in ordine alla truffa ascritta loro, valorizzando (anche previo richiamo per relationem della sentenza di primo grado, come si è già premesso essere fisiologico in presenza di una doppia conforme affermazione di responsabilità) le plurime dichiarazioni testimoniali e le risultanze documentali acquisite (f. 1 ss.), dalle quali ha desunto la configurabilità degli elementi costitutivi della ritenuta truffa contrattuale (sotto il profilo della materialità e dell'elemento psicologico, in relazione ai raggiri ed artifizi consistiti nell'aver dolosamente taciuto alla Z. - danneggiata per il sol fatto di essere addivenuta alla stipula di un contratto che altrimenti non avrebbe stipulato - le effettive condizioni dell'immobile oggetto di compravendita inter partes), ed affermando conclusivamente che "i fatti storici sono sostanzialmente ammessi dallo stesso difensore e di nessun interesse (oltre che non provato) è che C.L. non vi avesse abitato, posto che per conoscere i difetti di un bene non è necessario il fatto di avervi effettivamente abitato".

2.4. Il quarto motivo è generico e manifestamente infondato.

Ancora una volta, il ricorso ripropone pedissequamente o quasi le censure dedotte come motivo di appello (con l'aggiunta di frasi incidentali contenenti contestazioni, meramente assertive ed apodittiche, della correttezza della sentenza impugnata) senza prendere in considerazione, per confutarle, le argomentazioni in virtù delle quali il relativo motivo di appello non è stato accolto.

Invero, la Corte di appello, con rilievi esaurienti, logici e non contraddittori, come tali incensurabili in questa sede, ha adeguatamente illustrato le ragioni poste a fondamento del diniego del beneficio della non menzione (l'unico beneficio costituente oggetto di appello, come si evince dal riepilogo dei motivi di appello riportato a f. 2 della sentenza impugnata, la cui completezza non è stata contestata dai ricorrenti), valorizzando (f. 5) in particolare "la mancanza di ravvedimento", "l'insidiosità della condotta" e "l'intensità del dolo" quali elementi ostativi alla concessione del chiesto beneficio.

3. Il conclusivo rigetto, nel complesso, del ricorso comporta, ai sensi dell'art. 616 c.p.p., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione delle spese patite dalla parte civile costituita, che si liquidano come da dispositivo, secondo i nuovi parametri introdotti dal D.M. 20 luglio 2012, n. 140.

3.1. Deve, in proposito, rilevarsi che, come chiarito dalla Corte Suprema di Cassazione (Sez. un., sentenza n. 17405 del 2012), in tema di spese processuali, agli effetti del D.M. 20 luglio 2012, n. 140, art. 41, il quale ha dato attuazione al D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, art. 9, comma 2, convertito in L. 24 marzo 2012, n. 27, i nuovi parametri, cui devono essere commisurati i compensi dei professionisti in luogo delle abrogate tariffe professionali, sono da applicare ogni qual volta la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto e si riferisca al compenso spettante ad un professionista che, a quella data, non abbia ancora completato la propria prestazione professionale, ancorchè tale prestazione abbia avuto inizio e si sia in parte svolta quando ancora erano in vigore le tariffe abrogate, evocando l'accezione omnicomprensiva di "compenso" la nozione di un corrispettivo unitario per l'opera complessivamente prestata.

E' pur vero che, ai sensi dell'art. 13, comma 10, della ancora successiva L. n. 247 del 2012, "Oltre al compenso per la prestazione professionale, all'avvocato è dovuta, sia dal cliente in caso di determinazione contrattuale, sia in sede di liquidazione giudiziale, oltre al rimborso delle spese effettivamente sostenute e di tutti gli oneri e contributi eventualmente anticipati nell'interesse del cliente, una somma per il rimborso delle spese forfettarie, la cui misura massima è determinata dal decreto di cui al comma 6, unitamente ai criteri di determinazione e documentazione delle spese vive". Il citato comma 6 della medesima disposizione stabilisce che "i parametri indicati nel decreto emanato dal Ministro della giustizia, su proposta del CNF, ogni due anni, ai sensi dell'art. 1, comma 3, si applicano quando all'atto dell'incarico o successivamente il compenso non sia stato determinato in forma scritta, in ogni caso di mancata determinazione consensuale, in caso di liquidazione giudiziale dei compensi e nei casi in cui la prestazione professionale è resa nell'interesse di terzi o per prestazioni officiose previste dalla legge". Tuttavia, non risultando ancora emanato il decreto di cui alla citata L. n. 247 del 2012, art. 13, comma 6, la disposizione di cui al comma 10 del medesimo articolo di legge deve ritenersi allo stato in concreto non operante.

3.2. Le spese sostenute dalla parte civile vanno, pertanto, liquidate come da dispositivo, con riguardo ai soli compensi, in difetto della documentazione di esborsi rimborsabili; non è dovuto il rimborso di spese "forfettarie" o "generali"; sono dovuti gli accessori di legge (IVA e CPA).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese processuali nonchè alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, che liquida in complessivi Euro duemila, più accessori come per legge.

Così deciso in Roma, udienza pubblica, il 3 settembre 2013.

Depositato in Cancelleria il 23 dicembre 2013

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LaPrevidenza.it, 24/01/2014

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