sabato, 20 aprile 2019

La prova del trasferimento del ramo d'azienda spetta al datore cedente che intende avvalersi degli effetti previsti dall'art. 2112 c.c.

Nota di commento a Cass. Civ., Sez. Lav., Sentenza 7.3.2016 n. 4423 - Avv. Michele Cannistraci

 

In caso di trasferimento del ramo d'azienda, spetta all'impresa cedente l'onere di provare l'avvenuto trasferimento in capo all'azienda cessionaria, se vuole evitare ogni responsabilità in solido con quest'ultima verso i dipendenti, in tutte le ipotesi di condotte illegittime nei loro confronti.

E' questo, in sintesi, il principio sancito dalla Sezione Lavoro della Corte di Cassazione con la Sentenza n. 4423 del 07.03.2016.

IL CASO

La vicenda da cui trae origine la pronuncia della Suprema Corte riguarda un direttore di sala- ristorante, impiegato presso un'azienda ceduta in affitto dagli originari proprietari ad altra società, il quale, dopo alcuni mesi di lavoro, veniva licenziato verbalmente.

Avverso codesto licenziamento, il lavoratore proponeva ricorso al Giudice del Lavoro, chiedendo, sia nei confronti dei proprietari dell'azienda sia nei confronti della società affittuaria, il ripristino del rapporto lavorativo, con la condanna in solido delle parti datoriali al pagamento delle retribuzioni fino alla riammissione in servizio.

Il Giudice di Prime Cure, tuttavia, rigettava il ricorso, costringendo, così, il dipendente ad impugnarne la sentenza presso la competente Corte d'Appello territoriale.

Il Giudice dell'impugnazione accoglieva il gravame proposto dal lavoratore e, per l'effetto, dichiarava l'illegittimità del licenziamento orale intimato, condannando, però, solo e soltanto la società datrice affittuaria dell'azienda al ripristino del rapporto, con corresponsione delle retribuzioni maturate dalla stessa data del recesso, nonché al pagamento di 13.702,58 a titolo di differenze retributive, oltre accessori di legge.

La Corte d'Appello, dunque, respingeva la domanda del lavoratore volt a ad accertare e dichiarare la sussistenza di una responsabilità solidale anche da parte dei proprietari dell'azienda ceduta in affitto alla società affittuaria.

Il Giudice dell'Appello motivava la propria decisione sostenendo che il lavoratore aveva prov ato di aver lavorato come direttore di sala-ristorante alle dipendenze della società appellata, ricevendo una retribuzione inferiore a quella dovutagli, dal 26.5.1998 al 31.12.1998, prima di essere licenziato verbalmente.

Riteneva, però, di rigettare la domanda proposta nei confronti dei proprietari dell'azienda ceduta in affitto alla società affittuaria e poi a loro restituita a seguito della cessazione del contratto d'affitto.

La Corte d'Appello, infatti, pur ritenendo applicabile alla fattispecie in esa me la norma sul trasferimento di azienda di cui all'art. 2112 c.c., sosteneva che il dipendente -appellante non avesse provato di essere ancora in forza alla società affittuaria, all'atto della cessazione del rapporto di affitto. Al fine di veder riconoscere una responsabilità in solido per l'illegittimo licenziamento anche da parte dell'azienda cedente, il lavoratore decide, quindi, di proporre ricorso per Cassazione avverso la decisione della Corte d'Appello territoriale.

E la Suprema Corte, con sentenza n. 4423 del 07.03.2016, ha ritenuto fondato il ricorso del lavoratore.

LA DECISIONE

Accogliendo le doglianze del ricorrente, La Corte di Cassazione ha affermato che non spetta affatto al lavoratore licenziato verbalmente l'onere di provare la sussistenza del rapporto di lavoro con l'affittuaria all'atto della cessazione dell'affitto dell'azienda.

Diversamente, secondo i Giudici di Legittimità, sarebbe dovuto essere onere della società affittuaria, che intendeva avvalersi degli effetti ad essa favorevoli derivanti dalla retrocessione dell'azienda, dimostrare che il rapporto di lavoro si era legittimamente risolto in epoca antecedente alla restituzione dell'azienda.

Secondo la Suprema Corte, infatti, "l'onere di allegare e provare l'insieme dei fatti integranti un trasferimento di ramo d'azienda incombe sul datore di lavoro cedente che intenda avvalersi degli effetti previsti dall'art. 2112 c.c., trattandosi di eccezione al principio generale del necessario consenso del lavoratore ceduto".

La Cassazione ha, altresì, ricordato come la disciplina dei trasferimenti d'azienda di cui all'art. 2112 c.c. si applichi ogni qualvolta il cedente sostituisca a sé il cessionario senza soluzione di continuità, esplicando la propria efficacia, dunque, sia nell'ipotesi di restituzione dell'azienda da parte del cessionario all'originario cedente per cessazione del rapporto di affitto, sia in caso di nuova azienda costituita dal conduttore di bene immobile con pertinenze, dal momento che, in ogni ipotesi di ritrasferimento, ex art. 2112, comma 2, c.c., il concedente è corresponsabile per tutti i debiti dell'affittuario verso i dipendenti correlati al rapporto di lavoro, ivi compreso quello attinente al regolare versamento dei contributi o al risarcimento del danno conseguente all'omessa o irregolare contribuzione.

In esito a tale ragionamento argomentativo, La Corte di Cassazione ha, dunque, accolto il ricorso del lavoratore, riconoscendo, in relazione all'illegittimo licenziamento subito dal dipendente, la responsabilità solidale anche dell'azienda cedente.

Avv. Michele Cannistraci

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CORTE DI CASSAZIONE 
SEZIONE LAVORO

Sentenza

sul ricorso 16362-2014 proposto da:

C.C.

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ANDREA MILLEVOI 81, presso lo studio dell'avvocato EDOARDO FERRAGINA, rappresentato e difeso dall'avvocato MASSIMO GIMIGLIANO, giusta delega in atti; - ricorrente - 

contro JXXX S.R.L. e vari - intimati -

avverso la sentenza n. 1482/2013 della CORTE D'APPELLO di CATANZARO, depositata il 05/06/2014 R.G.N. 5/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 25/11/2015 dal Consigliere Dott. UMBERTO
udito l'Avvocato GIMIGLIANO MASSIMO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. RENATO FINOCCHI GHERSI che ha concluso per il rigetto.

Svolgimento del processo Con sentenza pubblicata il 4.1.2010 il giudice del lavoro del Tribunale di Vibo Valentia rigettò il ricorso col quale C. Carmine aveva impugnato il licenziamento orale intimatogli dalla società xx .r.l. e chiesto il ripristino del rapporto con condanna della stessa al pagamento delle retribuzioni fino alla riammissione in servizio. A seguito di impugnazione di tale decisione da parte del Colantuono, la Corte d'appello di Catanzaro, con sentenza del 10/10 - 5/12/2013, ha accolto il gravame ed ha dichiarato l'illegittimità del licenziamento orale intimato 1'1/1/1999, condannando la società Joghè s.r.l. al ripristino del rapporto, con corresponsione delle retribuzioni maturate dalla stessa data del recesso, nonché al pagamento della somma di C 13.702,58 a titolo di differenze retributive, oltre accessori di legge, mentre ha respinto la domanda del lavoratore nei confronti di G. Umberto, G. Maria Rita, G. Carmela Maria Grazia e M. Maria. 

La Corte territoriale ha spiegato che il ricorrente aveva provato di aver lavorato come direttore di sala-ristorante alle dipendenze della società appellata, ricevendo una retribuzione inferiore a quella dovutagli, dal 26/5/1998 al 31/12/1998, prima di essere licenziato verbalmente. La stessa Corte ha ritenuto, però, di rigettare la domanda proposta nei confronti degli altri appellati, quali proprietari dell'azienda ceduta in affitto alla società XXX s.r.l. e poi a loro restituita a seguito di cessazione del contrato d'affitto, in quanto non era stato provato se all'atto della cessazione del rapporto di affitto il lavoratore era ancora in forza alla predetta società o se era stato già licenziato. 

Per la cassazione della sentenza propone ricorso C. Carmine con un solo motivo. Rimangono solo intimati la società XXX s.r.l. ed i predetti proprietari dell'azienda.  

Motivi della decisione 

Con un solo motivo il ricorrente censura l'impugnata sentenza per violazione o falsa applicazione dell'art. 111 della Costituzione e dell'art. 132, n. 4, c.p.c. assumendo che la Corte d'appello di Catanzaro, pur avendo riconosciuto l'inefficacia del licenziamento orale intimatogli dalla società affittuaria Joghè s.r.l. e pur avendo ritenuto applicabile nella fattispecie la norma di cui all'art. 2112 cod. civ., in tema di trasferimento d'azienda, per effetto della restituzione di quest'ultima ai proprietari che in origine l'avevano ceduta, ha finito per negare, contraddicendosi, la responsabilità solidale di costoro per il credito vantato da esso lavoratore. In particolare, il ricorrente contesta la conclusione secondo cui nel caso di specie non era possibile l'applicazione nei confronti dei proprietari dell'azienda, ai quali la "stessa era stata restituita, degli effetti della citata norma del codice civile a causa della ritenuta mancanza di prova, da parte del ricorrente, della circostanza che egli fosse ancora in forza alla datrice di lavoro che l'aveva licenziato. Al contrario, aggiunge il ricorrente, la Corte territoriale avrebbe dovuto applicare la norma di cui all'art. 2112 c.c. anche nei confronti dei proprietari ai quali l'azienda era stata restituita ed estendere ai medesimi la condanna al pagamento delle differenze retributive ed alla reintegra nel posto di lavoro. Il ricorso è fondato. Invero, ha ragione il ricorrente a dolersi della erroneità della decisione della Corte d'appello la quale, da un lato, ha riconosciuto senza ombra di dubbio che per effetto della inefficacia del licenziamento orale intimato dall'affittuaria dell'azienda il rapporto di lavoro col Colantuono era destinato a perdurare con tutte le conseguenze di carattere economico fino al suo ripristino, accertando, altresì, che a seguito della cessazione del rapporto di affitto d'azienda questa era tornata ai suoi proprietari, con conseguente configurabilità di un'ipotesi di cui all'art. 2112 c.c., e, dall'altro, ha ritenuto, tuttavia, di dover rigettare la domanda proposta nei confronti dei proprietari dell'azienda ceduta in affitto alla società Joghè s.r.I., ai quali la stessa era stata regkuita alla cessazione del contratto d'affitto, in quanto non era stato provato se all'atto della cessazione del rapporto di affitto il lavoratore era ancora in forza alla predetta società o se era stato già licenziato. L'errore in cui è incorsa la Corte territoriale è stato, perciò, quello di aver preteso che fosse il Colantuono a dover provare che il rapporto di lavoro era ancora in forza con l'affittuaria all'atto della cessazione dell'affitto d'azienda, nonostante fosse stata accertata l'inefficacia del licenziamento orale  intimatogli da quest'ultima, con conseguente affermazione del perdurare del  rapporto lavorativo, mentre sarebbe stato onere della società affittuaria, che  intendeva avvalersi degli effetti ad essa favorevoli derivanti dalla retrocessione dell'azienda, dimostrare che il rapporto di lavoro si era legittimamente risolto in epoca antecedente alla restituzione dell'azienda. Infatti, a tal riguardo questa Corte (Cass. sez. lav. n. 4601 del 6/3/2015) ha già avuto modo di statuire che "l'onere di allegare e provare l'insieme dei fatti integranti ' un trasferimento di ramo d'azienda incombe sul datore di lavoro cedente che intenda avvalersi degli effetti previsti dall'art. 2112 cod. civ., trattandosi di eccezione al principio generale del necessario consenso del lavoratore ceduto." Analogamente si è affermato (Cass. Sez. 3, n. 9012 del 16/4/2009) che "l'art. 2112 cod. civ., nel regolare la sorte dei rapporti di lavoro in caso di trasferimento di azienda, trova applicazione in tutte le ipotesi in cui il cedente sostituisca a sè il cessionario senza soluzione di continuità e, pertanto, sia nel caso di restituzione dell'azienda da parte del cessionario all'originario cedente per cessazione del rapporto di affitto, sia nel caso di nuova azienda costituita dal conduttore di bene immobile con pertinenze, atteso che in ogni ipotesi di ritrasferimento, in applicazione del secondo comma della norma citata, il concedente è corresponsabile per tutti i debiti dell'affittuario verso i dipendenti correlati al rapporto di lavoro, ivi incluso quello attinente al regolare versamento dei contributi assicurativi o al risarcimento del danno conseguente all'omessa o irregolare contribuzione." Pertanto, in accoglimento del ricorso la sentenza impugnata va cassata e la causa va rimessa, anche per le spese, alla Corte d'appello di Reggio Calabria che nel pronunziarsi nuovamente sul merito della vicenda si atterrà ai suddetti principi.  

P.Q.M. 

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le ,spese, alla Corte d'appello di Reggio Calabria. 

Così deciso in Roma il 25 novembre 2015 

Il Consigliere estensore 

Il Presidente
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LaPrevidenza.it, 14/03/2016