giovedì, 22 aprile 2021

Inps: legittimo il cambio di gestione attività in presenza di comunicazione inesatta

Cassazione, Sezione lavoro, Sentenza 11.4.2014 n. 8558

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE  

SEZIONE LAVORO 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. LAMORGESE Antonio - Presidente - Dott. D'ANTONIO Enrica - Consigliere - Dott. TRIA Lucia - rel. Consigliere - Dott. BLASUTTO Daniela - Consigliere - Dott. PAGETTA Antonella - Consigliere - ha pronunciato la seguente:  sentenza sul ricorso 28497/2010 proposto da: SARTEL DI FUSARO VITO IGNAZIO DITTA C.F. (OMISSIS), in persona del suo omonimo titolare, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA UGO DE CAROLIS 34/B SC. A, presso lo studio dell'avvocato CECCONI MAURIZIO, rappresentata e difesa dall'avvocato LOI Piergiorgio, giusta delega in atti;  - ricorrente -  contro I.N.P.S. - ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE C.F. (OMISSIS) in persona del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. Società di Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CESARE BECCARIA N. 29, presso l'Avvocatura Centrale dell'Istituto, rappresentati e difesi dagli avvocati SGROI Antonino, MARITATO LELIO, CALIULO LUIGI, giusta delega in atti;  - controricorrenti - avverso la sentenza n. 282/2010 della CORTE D'APPELLO di CAGLIARI, depositata il 27/05/2010 R.G.N. 261/2008; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 17/12/2013 dal Consigliere Dott. LUCIA TRIA; udito l'Avvocato LOI PIERGIORGIO; udito l'Avvocato MARITATO LELIO; udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 Fatto

1.- La sentenza attualmente impugnata respinge l'appello proposto dalla ditta SARTEL di Fusaro Vito Ignazio contro la sentenza del Tribunale di Cagliari del 30 gennaio 2008, di accoglimento parziale - con annullamento dell'iscrizione a ruolo e rideterminazione dell'entità del debito - dell'opposizione della suddetta ditta individuale avverso la cartella con la quale le era stato ingiunto il pagamento, in favore dell'INPS, di una somma di denaro per contributi previdenziali evasi con le conseguenti somme aggiuntive, relativamente al periodo dall'1 settembre 1991 al 30 settembre 1996.

La Corte d'appello di Cagliari, per quel che qui interessa, precisa che:

a) il Tribunale di Cagliari ha affermato che, alla luce delle risultanze istruttorie, il provvedimento di rettifica dell'inquadramento adottato dell'INPS è da considerare non solo pienamente corretto nel merito, ma anche destinato ad avere efficacia retroattiva, seppure nei limiti della prescrizione quinquennale applicata in sede giudiziaria, essendo l'erroneo inquadramento nel settore industria derivato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro;

b) tale statuizione è stata censurata in appello sotto due diversi profili rappresentati da: 1) l'asserita erroneità nel merito del provvedimento di variazione di inquadramento, ai fini previdenziali, dal settore industria al settore commercio, per il periodo suindicato; 2) comunque la natura non retroattiva del provvedimento stesso, non dipendendo l'inquadramento originario della ditta nel settore industria da dichiarazioni false o inesatte dal datore di lavoro;

c tali censure sono infondate;

d) per quel che riguarda il primo profilo, il provvedimento di variazione in oggetto deve essere considerato del tutto corretto perchè, a fronte di risultanze processuali non controverse in merito alla ricostruzione dei fatti, la conclusione con la quale il Tribunale ha ritenuto accertata, nel quinquennio considerato, l'assoluta prevalenza dell'attività commerciale rispetto a quella di tipo impiantistico merita di essere condivisa e risulta contestata dalla parte interessata in modo molto debole, senza la proposizione di nessuna specifica argomentazione di tipo tecnico-contabile, a fronte di una indagine nella quale, correttamente, è stato attribuito particolare rilievo al criterio rappresentato dal "volume di affari", elemento rivelatore della concreta destinazione e dimensione produttiva dell'impresa, nei diversi momenti;

e) quanto al profilo di censura relativo alla affermata efficacia retroattiva della disposta variazione della classificazione in quanto, come ritenuto dalla più recente giurisprudenza di legittimità, ai fini della retroattività degli effetti della variazione della classificazione in oggetto, all'ipotesi in cui l'inquadramento iniziale sia stato determinato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro deve essere equiparata quella dell'omessa comunicazione dei mutamenti intervenuti nell'attività svolta dall'azienda, che, per effetto delle scelte operate dall'imprenditore, assume caratteristiche tali da comportare una diversa classificazione ai fini previdenziali, rispetto alla quale la sanzione amministrativa comminata dal D.L. n. 362 del 1978, art. 2 (convertito, con modificazioni, dalla L. n. 467 del 1978) ribadisce, per un verso, l'obbligo della comunicazione e, per altro verso, non esaurisce gli effetti dell'omissione stessa (Cass. 23 maggio 2008, n. 13383, che ha superato il meno convincente orientamento espresso da Cass. 1 marzo 2006, n. 4521);

f) tale orientamento è quello che maggiormente si adatta alle ipotesi - tutt'altro che infrequenti - di esercizio promiscuo di differenti attività, quale quello di specie.

2.- Il ricorso della ditta individuale SARTEL di Fusaro Vito Ignazio domanda la cassazione della sentenza per tre motivi; resiste, con controricorso, l'INPS.

Diritto

1 - Sintesi dei motivi di ricorso.

1.- Il ricorso è articolato in tre motivi.

1.1.- Con il primo motivo si denuncia, in relazione all'art. 360 cod. proc. civ., n. 3, in violazione e/o falsa applicazione ed interpretazione della L. 8 agosto 1995, n. 5, art. 3, comma 8 (recte:

n. 335).

Si rileva che - come affermato anche da Cass. SU 12 agosto 2005, n. 16875 - della L. n. 335 del 1995, suddetto art. 3, comma 8, "nella parte in cui (primo e secondo periodo) stabilisce che i provvedimenti di variazione della classificazione dei datori di lavoro a fini previdenziali, adottati dall'INPS di ufficio o su richiesta dell'azienda, producono effetti dal periodo di paga in corso alla data di notifica del provvedimento o della richiesta dell'interessato, ha valenza generale". Costituisce eccezione a tale regola, con conseguente retroattività degli effetti della variazione della classificazione, la sola ipotesi in cui "l'inquadramento iniziale sia stato determinato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro".

Nella specie a seguito dell'accertamento è stato adottato un provvedimento di variazione della classificazione nei confronti della ricorrente, notificato il 24 febbraio 1997, in relazione al periodo contributivo 1 settembre 1991-30 settembre 1996.

Pertanto la variazione avrebbe dovuto avere effetto dalla data di notifica del provvedimento, sicchè la sentenza impugnata avrebbe violato la normativa richiamata ove ha attribuito al suddetto provvedimento efficacia retroattiva.

1.2.- Con il secondo motivo si denunciano: 1) in relazione all'art. 360 cod. proc. civ., n. 3, violazione e/o falsa applicazione ed interpretazione della L. 8 agosto 1995, n. 5, art. 3, comma 8 (recte:

n. 335); 2) in relazione all'art. 360 cod. proc. civ., n. 5, difetto di motivazione su un punto decisivo della controversia.

Si rileva che la SARTEL, nel corso del giudizio, ha sempre sottolineato la conformità alla realtà operativa iniziale della dichiarazione di inquadramento dell'azienda come impresa esercente attività di "installazioni di impianti elettrici" (propriamente inserita nel settore industria), aggiungendo che solo a partire dagli anni novanta alla suddetta attività si è aggiunta quella commerciale di vendita al minuto di apparecchi cellulari. Pertanto, al momento dell'inizio dell'attività non si sarebbe avuta alcuna falsa o inesatta dichiarazione in merito all'attività "prevalente", visto la prevalenza dell'attività commerciale è risultata apprezzabile solo nella seconda metà degli anni novanta.

In ogni caso, sarebbe poco attendibile il metodo usato dagli ispettori dell'INPS per dimostrare la suddetta prevalenza, in quanto basato sulla sola consistenza del fatturato, che invece è soltanto uno degli elementi da valutare, insieme con tutti gli altri fattori economici e strutturali che caratterizzano lo svolgimento di una attività imprenditoriale (quali i capitali impiegati, la distribuzione del personale, le linee di tendenza etc.).

1.3.- Con il terzo motivo si denunciano: 1) in relazione all'art. 360 cod. proc. civ., n. 3, violazione e/o falsa applicazione ed interpretazione della L. 8 agosto 1995, n. 5, art. 3, comma 8 (recte:

n. 335); 2) in relazione all'art. 360 cod. proc. civ., n. 5, difetto di motivazione su un punto decisivo della controversia.

Si sostiene la manifesta erroneità della sentenza impugnata ove alla inesatta dichiarazione iniziale del datore di lavoro sono state equiparate le omesse dichiarazioni successive sulle sopravvenute modificazioni della natura dell'attività svolta.

Si rileva che - a parte che l'ispettore dell'INPS ha limitato la propria verifica solo all'indicato quinquennio, sicchè non ha adeguatamente provato la falsità o l'inesattezza delle dichiarazioni dell'imprenditore - in ogni caso, la sentenza di questa Corte di cassazione 23 maggio 2008, n. 13383, cui si è uniformata la Corte d'appello di Cagliari, ha affermato un principio diverso da quello in precedenza statuito da Cass. 1 marzo 2006, n. 4521, la quale ha escluso l'assimilabilità all'inesatta dichiarazione della omessa comunicazione dei mutamenti intervenuti nell'attività svolta.

Pertanto, nell'ipotesi in cui il Collegio ravvisasse un contrasto di giurisprudenza, sarebbe opportuna la rimessione della questione alle Sezioni unite, ai sensi dell'art. 374 cod. proc. civ., comma 2.

1 - Esame delle censure.

2.- I tre motivi di ricorso - da esaminare congiuntamente, data la loro intima connessione -non sono fondati, per le ragioni di seguito esposte.

2.1.- Per quel che riguarda l'inquadramento, ai fini previdenziali, della ditta ricorrente, va ricordato che secondo la giurisprudenza di questa Corte - cui il Collegio intende uniformarsi - qualora una impresa eserciti attività distinte, tali che, di per sè considerate, comporterebbero inquadramenti diversi ai fini previdenziali (ovvero, ai fini dell'applicabilità di un determinato contratto collettivo non di diritto comune), è necessario aver riguardo all'elemento concreto del carattere autonomo delle attività, in modo da dare luogo ad aziende separate che potrebbero stare sul mercato anche da sole, perchè, se tale autonomia fosse da escludere per essere una complementare e strumentale rispetto all'altra, l'attività effettivamente esercitata dall'imprenditore deve essere considerata unica, avuto riguardo a quella preponderante in relazione alle finalità economiche perseguite, (Cass. 10 febbraio 1990, n. 669; 20 aprile 1995, n. 4421; 6 maggio 1995, n. 4937; 2 maggio 1997, n. 3773; 11 aprile 2000, n. 4619; Cass. 29 marzo 2001, n. 4665; Cass. 23 luglio 2004, n. 13869; Cass. 11 marzo 2008, n. 6442; Cass. 4 marzo 2014, n 4987).

Al suddetto principio la sentenza impugnata si è puntualmente attenuta, sicchè non hanno fondamento le censure di violazione di norme di diritto avanzate al riguardo.

Quanto, poi, all'effettuato accertamento, da parte del Giudice di merito, della prevalenza - con riguardo al periodo in contestazione - dell'attività commerciale rispetto a quella industriale, va osservato che, trattandosi di un accertamento di fatto, istituzionalmente riservato al giudice del merito, esso è suscettibile di essere sindacato in sede di legittimità solo per vizio della motivazione, ma la ricorrente non riesce di dimostrare alcuna insufficienza o contraddizione logica delle argomentazioni che sorreggono la decisione, nella quale le valutazioni delle risultanze probatorie operate dal Giudice di appello risultano congruamente motivate e l'iter logico-argomentativo posto a fondamento della decisione, nel punto considerato, risulta chiaramente individuabile, non presentando alcun profilo di manifesta illogicità o insanabile contraddizione.

Nè la ricorrente impugna efficacemente, in questa sede, la statuizione della Corte territoriale secondo cui la affermazione della assoluta prevalenza dell'attività commerciale rispetto a quella di tipo impiantistico contenuta nella sentenza di primo grado è stata contestata, in appello, dalla parte interessata "in modo molto debole, senza nessuna specifica argomentazione di tipo tecnico- contabile".

2.2.- Tutte le altre censure riguardano l'affermazione - contenuta nella sentenza impugnata, in conformità con quanto già ritenuto nella sentenza di primo grado - della efficacia retroattiva della disposta variazione della classificazione, basata sull'assunto secondo cui, ai detti fini, l'omessa comunicazione dei mutamenti intervenuti nell'attività svolta dall'impresa - verificatasi nella specie - deve essere equiparata alle inesatte dichiarazioni dell'imprenditore al riguardo.

Come già affermato da questa Corte in precedenti occasioni - vedi, per tutte, Cass. 23 maggio 2008, n. 13383 e Cass. 18 giugno 2010, n. 14778 - con orientamento cui il Collegio intende uniformarsi, la disposizione di cui alla L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 8 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare) - che disciplina la fattispecie dedotta nel presente giudizio - sancisce testualmente:

"I provvedimenti adottati d'ufficio dall'INPS di variazione della classificazione dei datori di lavoro ai fini previdenziali, con il conseguente trasferimento nel settore economico corrispondente alla effettiva attività svolta producono effetti dal periodo di paga in corso alla data di notifica del provvedimento di variazione, con esclusione dei casi in cui l'inquadramento iniziale sia stato determinato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro. In caso di variazione disposta a seguito di richiesta dell'azienda, gli effetti del provvedimento decorrono dal periodo di paga in corso alla data della richiesta stessa. Le variazioni di inquadramento adottate con provvedimenti aventi efficacia generale riguardanti intere categorie di datori di lavoro producono effetti, nel rispetto del principio della non retroattività, dalla data fissata dall'INPS. Le disposizioni di cui al primo e secondo periodo del presente comma si applicano anche ai rapporti per i quali, alla data di entrata in vigore della presente legge, pendano controversie non definite con sentenza passata in giudicato".

2.3.- Secondo un indirizzo di questa Corte ormai consolidato la suddetta disposizione, nella parte in cui (primo e secondo periodo) stabilisce che i provvedimenti di variazione della classificazione dei datori di lavoro a fini previdenziali, adottati dall'INPS di ufficio o su richiesta dell'azienda producono effetti dal periodo di paga in corso alla data di notifica del provvedimento o della richiesta dell'interessato, ha valenza generale, ed è quindi applicabile ad ogni ipotesi di rettifica di precedenti inquadramenti operata dall'Istituto previdenziale dopo la data di entrata in vigore della predetta legge - o anche prima, nel caso in cui la modifica, così come attuata, formi oggetto di controversia in corso a quella stessa data - indipendentemente dai parametri adottati, si tratti cioè dei nuovi criteri di inquadramento introdotti dai primi due commi della L. n. 88 del 1989, art. 49, ovvero di quelli applicabili secondo la normativa previgente, in base ad una lettura sistematica e costituzionalmente orientata della norma, volta ad uniformare il trattamento di imprese di identica natura ed attività ma disomogenee nella classificazione (vedi: Cass. 3 dicembre 2003, n. 18500; Cass. SU 12 agosto 2005, n. 16875; Cass. 26 aprile 2006, n. 9554; Cass. 20 luglio 2007, n. 16149; Cass. 9 febbraio2006, n. 2850; Cass. 8 maggio 2009, n. 10623).

2.4.- La efficacia ex nunc delle stesse variazioni ("dal periodo di paga in corso alla data di notifica del provvedimento di variazione"), prevista contestualmente (della L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 8, primo periodo, cit. appunto), risulta, all'evidenza, funzionale - anche per quanto riguarda le variazioni, disposte a seguito di richiesta dell'azienda, e per quelle adottate con provvedimenti aventi efficacia generale (della L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 8, di cui al secondo e terzo periodo cit.) - allo scopo (ratio) di non imporre, ai datori di lavoro, le conseguenze - sul piano contributivo - di eventuali ritardi - imputabili all'Ente previdenziale - nell'assicurare, appunto, la corrispondenza della classificazione, a fini previdenziali, alla effettiva attività degli stessi datori di lavoro.

2.5.- La suddetta efficacia ex nunc risulta espressamente esclusa nei "casi in cui l'inquadramento iniziale sia stato determinato da inesatte dichiarazioni del datore di lavoro" (di cui all'ultimo inciso del primo periodo della disposizione).

E tale esclusione - riguardante le ipotesi in cui il ritardo nell'assicurare la corrispondenza della classificazione, a fini previdenziali, alla effettiva attività dei datori di lavoro risulti imputabile non a ritardi dell'Ente previdenziale, ma agli stessi datori di lavoro - risulta del tutto coerente con la indicata ratio della norma.

Tale identità della ratio impone di estendere (ubi eadem ratio - infatti - ibi eadem legis dispositivo) la stessa deroga alla ipotesi di omessa comunicazione, agli Enti previdenziali, di variazioni della propria attività, da parte del datore di lavoro, in violazione di obbligo imposto - a pena di sanzione amministrativa (dal D.L. 6 luglio 1978, n. 362, art. 2, convertito dalla L. 4 agosto 1978, n. 467. Norme per l'attuazione del collegamento tra le anagrafi delle aziende e per il completamento del casellario centrale dei pensionati) - al pari dell'obbligo di denuncia iniziale dell'attività (esplicitamente contemplato dall'ultimo inciso del primo periodo della L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 8, cit.).

2.6.- La anzidetta conclusione risulta conforme non soltanto alle citate Cass. 23 maggio 2008, n. 13383 e Cass. 18 giugno 2010, n. 14778, ma anche alla precedente Cass. 17 febbraio 1999, n. 1338, nella quale (anche in motivazione) è stato affermato che "il caso dell'azienda, la quale, per effetto delle scelte operate dall'imprenditore, assume caratteristiche tali da comportare una diversa classificazione ai fini previdenziali, è da equiparare all'ipotesi delle dichiarazioni inesatte, atteso che, sia pure in un momento successivo, si realizza discrasia tra l'effettività della situazione e le dichiarazioni, sulle quali la classificazione iniziale era fondata".

2.7. Si discostano, invece, da tale indirizzo Cass. 1 marzo 2006, n. 4521 e Cass. 12 ottobre 2006, n. 26886, secondo cui "l'omessa comunicazione dei mutamenti intervenuti nell'attività svolta non è assimilabile all'inesatta dichiarazione", in quanto "la condotta prevista dalla norma, caratterizzata da un comportamento positivo e volontario, qual è l'invio di dichiarazioni inesatte, peraltro inoltrate nel momento iniziale dell'attività è affatto diversa dal comportamento omissivo, intervenuto nel corso dell'attività del datore di lavoro, che trova una specifica sanzione nell'ordinamento alla stregua del D.L. n. 352 del 1978, art. 2, comma 1, convertito in L. n. 467 del 1978, che prevede l'obbligo dell'impresa di comunicare agli enti previdenziali le variazioni relative all'attività imprenditoriale svolta e la relativa violazione".

2.8.- Più di una ragione soccorre, tuttavia, a sorreggere il dissenso rispetto a tale ultimo orientamento, che peraltro non ha trovato alcun seguito nella successiva giurisprudenza di questa Corte.

Intanto il rilievo esclusivo - che nelle suddette sentenza n. 4521 e n. 26886 del 2006 - viene attribuito al tenore letterale (dell'ultimo inciso del primo periodo della L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 8, cit.) ne trascura, all'evidenza, la ratio prospettata.

Le sentenze stesse, inoltre, pervengono alla conclusione di riservare un trattamento diverso a discrasie - tra classificazione, a fini previdenziali, ed effettiva attività dei datori di lavoro - a seconda che derivino da una azione ovvero da una omissione dei datori di lavoro, mentre una simile distinzione, oltre a non apparire ragionevole, non trova riscontro nell'art. 2, primo comma, del decreto-legge n.352 del 1978 citato, che, nel sanzionare l'omessa osservanza dell'obbligo dell'impresa di comunicare agli enti previdenziali le variazioni relative all'attività imprenditoriale svolta, configura la omessa o tardiva comunicazione dei suddetti dati come un illecito amministrativo omissivo (arg. ex Cass. 23 marzo 1988, n. 2537), in armonia con i principi generali in materia di sanzioni amministrative, secondo cui, ai fini dell'affermazione della responsabilità per un illecito amministrativo, i comportamenti omissivi hanno la medesima rilevanza di quelli commissivi, richiedendosi, per la imputabilità dell'illecito, soltanto il compimento dei diciotto anni di età e la capacità di intendere e di volere al momento del fatto (arg. della L. 24 novembre 1981, n. 689, ex art. 2).

2.9.- Al contrario, la soluzione della questione che il Collegio, per quanto si è detto, intende condividere è coerente sia con la prospettata ratio della disposizione in esame (di cui all'ultimo inciso del primo periodo della L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3, comma 8, cit.) sia con i principi generali in materia di illeciti amministrativi.

Essa, pertanto, da tale punto di vista, risulta essere imposta dalla interpretazione della disposizione medesima costituzionalmente orientata al rispetto al principio di razionalità-equità di cui all'art. 3 Cost..

Ma appare anche imposta dalla interpretazione della disposizione medesima costituzionalmente orientata al rispetto dei principi affermati dalla Corte costituzionale in ordine a quelle che sono le generali caratteristiche del nostro sistema previdenziale, nel quale, a garanzia del rispetto dei principi fondanti di uguaglianza e di solidarietà, il legislatore - nell'operare, nei limiti del rispetto dei diritti fondamentali, le scelte politiche di propria competenza in materia, che, dall'esercizio finanziario relativo all'anno 2014, devono tenere conto anche dei vincoli derivanti dall'art. 81 Cost., nel testo sostituito dalla Legge Costituzionale 20 aprile 2012, n. 1 - ha approntato una serie di strumenti volti ad assicurare il rispetto dell'esigenza di procurare agli Enti previdenziali la disponibilità dei mezzi finanziari occorrenti per fornire le prestazioni, mezzi che sono rappresentati dai contributi previdenziali e che sono finalizzati ad assicurare la sostenibilità dell'intero sistema, in base agli artt. 2 e 38 Cost. (vedi, fra le altre: Corte costituzionale, sentenze n. 132 e n. 133 del 1984; n. 173 del 1986; n. 202 del 2008; n. 264 del 2012; ordinanza n. n. 61 del 1992).

In considerazione di tali esigenze gli Enti previdenziali pubblici sono stati dotati di poteri di indagine e certificazione, che peraltro devono essere esercitati, in primo luogo, nel rispetto, nei confronti degli assicurati, delle clausole generali di correttezza e buona fede, applicabili alla stregua dei principi di imparzialità e di buon andamento di cui all'art. 97 Cost. (vedi per tutte: Cass. 19 settembre 2013. n. 21454), come risulta anche dall'art. 3, comma 8, in oggetto, laddove - come si è detto - nello stabilire che di regola le disposte variazioni di classificazione dei datori di lavoro hanno efficacia ex mine vuole evitare di imporre, ai datori di lavoro, le conseguenze - sul piano contributivo - di eventuali ritardi imputabili all'Ente previdenziale nell'assicurare la corrispondenza della classificazione, a fini previdenziali, alla effettiva attività degli stessi datori di lavoro.

Ciò risulta conforme al principio generale secondo cui le disfunzioni burocratiche non possono produrre effetti negativi sulle posizioni giuridicamente tutelate di coloro che non hanno, incolpevolmente, modo di incidervi (vedi, per tutte: Corte costituzionale sentenze n. 209 e n. 483 del 1995; n. 327 del 1999; n. 35 del 2004), principio da cui si desume anche che, in generale, nei rapporti con le pubbliche amministrazioni i destinatari dei relativi provvedimenti non devono tenere, per colpa o dolo, comportamenti che possano determinare un ingiustificato aumento, nel tempo o nella quantità, della attività burocratica.

Per quel che riguarda i rapporti con gli Enti previdenziali, dal suddetto principio deriva che gli assicurati sono tenuti ad uniformare la loro condotta al rigoroso rispetto delle norme di riferimento, onde consentire il corretto funzionamento del suddetto complesso sistema di sicurezza sociale - finalizzato alla attribuzione di beni essenziali della vita (quali sono quelli garantiti dall'art. 38 Cost.) - di tipo universalistico, quale voluto dai nostri Padri costituenti e quale attuato dal nostro legislatore, anche attraverso la previsione di specifiche sanzioni spesso sono previste in caso di scorrettezze degli assicurati.

In questa ottica è del tutto evidente come le due condotte di cui si discute - le inesatte dichiarazioni del datore di lavoro in merito all'attività svolta e l'omessa comunicazione dei mutamenti intervenuti nell'attività stessa - non possano non essere equiparate sia per quanto riguarda la relativa sanzione amministrativa (di cui al cit. D.L. 6 luglio 1978, n. 362, art. 2), sia con riferimento alla produzione dell'effetto dell'attribuzione della efficacia retroattiva alla variazione della classificazione che viene conseguentemente disposta dall'Ente previdenziale.

3 - Conclusioni.

3.- In sintesi, per tutte le suesposte considerazioni, il ricorso deve essere respinto. Le spese del presente giudizio di cassazione - liquidate nella misura indicata in dispositivo - seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, liquidate in Euro 100,00 (cento/00) per esborsi, Euro 4000,00 (quattromila/00) per compensi professionali, oltre accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Lavoro, il 17 dicembre 2013. 

Depositato in Cancelleria il 11 aprile 2014
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LaPrevidenza.it, 21/05/2014

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