mercoledž, 21 ottobre 2020

Licenziamento illegittimo se il dipendente utilizza con coscienza la carta di credito e il telepass aziendale

Cassazione civile sez. lavoro, Sentenza 20.2.2015 n. 3479

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE  
SEZIONE LAVORO 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. VIDIRI Guido - rel. Presidente - Dott. VENUTI Pietro - Consigliere - Dott. NAPOLETANO Giuseppe - Consigliere - Dott. BALESTRIERI Federico - Consigliere - Dott. BERRINO Umberto - Consigliere - ha pronunciato la seguente:  sentenza sul ricorso 10810/2012 proposto da: 

IPR MACCHINE S.R.L. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE BRUNO BUOZZI 49, presso lo studio dell'avvocato CICALA CARLO, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato MARCO ANDREA BAUDINO BESSONE, giusta delega in atti;  - ricorrente -  

contro  F.E., elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO TRIESTE 87, presso lo studio dell'avvocato BELLI BRUNO, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato PIETRO BONARDI, giusta delega in atti;  - controricorrente - avverso la sentenza n. 36/2012 della CORTE D'APPELLO di TORINO, depositata il 17/02/2012 R.G. N.258/2011; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 03/12/2014 dal Consigliere Dott. GUIDO VIDIRI; udito l'Avvocato BELLI BRUNO; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELENTANO Carmelo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 Fatto

Con sentenza del 20 maggio 2010 il Tribunale di Torino rigettava il ricorso proposto nei confronti della s.r.l. Macchine I.P.R. da F.E., che aveva chiesto di dichiarasi la illegittimità del licenziamento intimatogli per giusta causa con lettera del 15 giugno 2009 con consequenziale condanna della società al pagamento della indennità di cui alla L. n. 604 del 1966, art. 8, e della indennità di mancato preavviso ai sensi della contrattazione nazionale del settore commercio.

Su gravame del F., la Corte d'appello di Torino, in riforma della impugnata sentenza, dichiarava la illegittimità del suddetto licenziamento e condannava la società al pagamento di una indennità di sei mensilità della ultima retribuzione globale di fatto oltre Euro 6.362,00 a titolo di indennità sostitutiva del preavviso oltre rivalutazione ed interessi. Nel pervenire a tale conclusione la Corte territoriale osservava che il primo giudice aveva errato nel ritenere ingiustificati gli utilizzi della carta di credito e del telepass di cui il ricorrente si era avvalso.

Avverso tale sentenza la società propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi.

Resiste con controricorso F.E.. 

Diritto

Con tre motivi del ricorso la società denunzia sotto numerosi e differenziati profili la violazione e falsa applicazione di norme di legge (violazione e falsa applicazione del disposto dell'art. 2697 c.c., sulla distribuzione dell'onere della prova tra le parti del giudizio; violazione e falsa applicazione del disposto degli artt. 112 e 342 c.p.c., nonchè del disposto dell'art. 2729 c.c.). In sintesi la s.r.l. Macchine I P.R. lamenta che la Corte territoriale abbia erroneamente reputato che fosse un onere su di essa gravante provare che la carta di credito aziendale ed il telepass non fossero in "uso promiscuo" e che il dipendente non potesse quindi utilizzarli senza obbligo di rendiconto per l'acquisto del carburante e per il pagamento dei pedaggi nel caso di uso in proprio dell'autovettura.

E nella stessa ottica la suddetta società rimarca che il giudice d'appello aveva inopinatamente e di sua iniziativa reputato che la concessione in uso dell'autovettura e la assenza di puntuali controlli sui giustificativi di spesa potessero valere come autorizzazione implicita al dipendente dell'uso della carta di credito (per l'acquisto di carburanti) e del telepass (per il pagamento di pedaggi) anche in caso di uso privato dell'autovettura.

Per concludere la società addebita alla Corte territoriale di avere fondato la propria decisione su elementi (presuntivi) palesemente contraddittori che invece, se unitariamente esaminati, avrebbero dovuto condurre il giudicante a conclusioni diametralmente opposte a quelle cui era giunto. I tre motivi del ricorso, da esaminarsi congiuntamente in ragione della loro stretta connessione sul versante logico-giuridico, non possono trovare accoglimento...

Ai fini di un ordinato iter argomentativo risultano opportune alcune preliminari considerazioni.

Per quanto ancora interessa in questa sede di legittimità vanno rimarcate preliminarmente le ragioni per le quali la Corte territoriale non ha condiviso le argomentazioni poste a base dalla sentenza di primo grado.

Ed invero una volta autorizzato l'uso privato dell'autovettura di servizio da parte della società ed una volta reputate altresì insussistenti le contestazioni concernenti le violazioni dell'obbligo di compilare sempre e comunque le "lettere di incarico" al fine di rendere controllabili la fondatezza delle richieste di rimborso spese, il giudice di primo grado - ha precisato la Corte territoriale - era poi incorso in un evidente salto logico quando nella sua decisione aveva concluso - senza alcun valido riscontro probatorio nè scritto nè orale - che incombeva invece sul F. l'obbligo di giustificare l'uso privato del mezzo solo per le spese relative al telepass per le quali soltanto il lavoratore era tenuto a rimborsare alla società gli esborsi non strettamente collegati all'esercizio della attività lavorativa, diversamente di quanto avveniva per le spese di altro genere. E che la sentenza impugnata non potesse essere condivisa derivava dalle dichiarazioni dei testi escussi, i quali avevano smentito che in relazione all'uso del telepass fosse stato imposto l'obbligo di un rimborso o di un semplice rendiconto, non diversamente del resto da quanto accadeva per il consumo del carburante e più in generale per l'utilizzo della autovettura aziendale.

Ciò premesso, le censure in cui si articola il ricorso non risultano capaci di scalfire la fondatezza delle ragioni di fatto e di diritto poste a base della impugnata sentenza in quanto le suddette censure sono prive della necessaria specificità e per di più risultano non conferenti con i passaggi motivazionali della impugnata decisione della Corte torinese, perchè finiscono per tradursi in una richiesta di nuovi accertamenti dei fatti di causa ed in un ulteriore esame delle risultanze processuali, il che non è consentito in sede di giudizio di cassazione.

Ma al di là della già indicate ragioni di inammissibilità i motivi del ricorso non possono trovare accoglimento anche per altre considerazioni. Ed infatti, contrariamente a quanto denunziato dalla società ricorrente, non può addursi che la sentenza impugnata abbia fatto errata applicazione degli artt. 2697 e 2729 c.c., o che sia incorsa nel vizio di cui al disposto dell'art. 112 c.p.c., perchè il giudice dell'appello ha supportato la sua decisione non sulla base di mere presunzione ma su risultanze ritualmente acquisite al processo e sulla deposizione dei testi escussi che hanno costituito una prova capace di smentire l'assunto della società, consentendo alla Corte territoriale, senza incorrere nel denunziato vizio di ultrapetizione, di ritenere provate le ragioni del F., con il consequenziale effetto di determinare il rigetto del presente ricorso per cassazione.

La società, per essere rimasta soccombente, va pertanto condannata al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, che liquida in Euro 100,00 (cento/00) per esborsi, ed in Euro 3.500,00 (tremilacinquecento/00) per compensi professionali, oltre accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 3 dicembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 20 febbraio 2015
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LaPrevidenza.it, 26/02/2015

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