domenica, 24 gennaio 2021

Licenziamento del lavoratore che fruisce di congedo parentale ai sensi di legge. Nella contestazione dell'abuso di permesso non si è tenuti a dichiarare dove ci si trova

Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza 21.4.2016 n. 8070

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. VENUTI Pietro - Presidente - Dott. NAPOLETANO Giuseppe - Consigliere - Dott. MANNA Antonio - Consigliere - Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo - Consigliere - Dott. RIVERSO Roberto - rel. Consigliere -

ha pronunciato la seguente:  SENTENZA 

sul ricorso 7919-201 proposto da: EEMS ITALIA S.P.A., P.I. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, già elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CARLO MIRABELLO 25, presso lo studio dell'avvocato GIUSEPPE MARIA GIOVANELLI, rappresentata e difesa dall'avvocato DANTE DURANTI, giusta delega in atti e da ultimo domiciliata presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;  - ricorrente -  contro  E.P., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FURIO CAMILLO 99, presso lo studio dell'avvocato WALTER GUERRERA, rappresentato e difeso dall'avvocato MAURIZIO ESPOSITO ACCIARINI, giusta delega in alti;  - controricorrente - avverso la sentenza n. 426/2013 della CORTE D'APPELLO di ROMA, depositata il 04/02/2013 r.g.n. 10304/2011; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 13/01/2016 dal Consigliere Dott. ROBERTO RIVERSO; udito l'Avvocato BROZZETTI LUCIANO per delega Avvocato DURANTI DANTE; udito l'Avvocato ESPOSITO ACCIARINI MAURIZIO; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

Con la sentenza n. 426/2013, depositata il 4.2.2013, la Corte d'appello di Roma, in riforma della sentenza resa in primo grado dal Tribunale di Rieti, accogliendo parzialmente l'appello proposto dal lavoratore, dichiarava l'illegittimità del licenziamento per giusta causa comminato a E.P. da EEMS ITALIA s.p.a. il 20.11.2006.

Secondo il giudice d'appello, in base all'istruttoria della causa, non considerata dal primo giudice, non sussisteva il fatto addebitato al lavoratore talchè pronunciava l'annullamento del licenziamento, con ordine di reintegrazione e condanna al pagamento delle retribuzioni maturate dal dì del licenziamento sino all'effettiva reintegra, oltre le spese. La Corte respingeva invece la domanda di risarcimento danni per mobbing formulata dal lavoratore.

Avverso detta sentenza EEMS ITALIA s.p.a. ha proposto ricorso per cassazione affidandosi a cinque motivi, illustrato da memoria ex art. 378 c.p.c.. Resiste l'intimato con controricorso.

Diritto

1.- Col primo motivo il ricorso censura la nullità della sentenza (ex art. 360 c.p.c., n. 4) per violazione degli artt. 115, 116, 132, 346, 414, 416, 434 (nel testo antecedente alle modifiche apportate dalla L. 7 agosto 2012, n. 134) e art. 436 c.p.c. art. 118 disp. att. c.p.c.. Violazione e falsa applicazione (ex art. 360 n. 3 c.p.c.) degli artt. 175, 1375, 2104, 2105, 2119, e 2697 c.c.; L. n. 300 del 1970, art. 7; L. n. 104 del 1992, art. 33. Omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio che sono stati oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5.

L'articolato motivo è diretto a censurare la valutazione del giudice d'appello che ha ritenuto insussistente, in quanto non provata, la contestazione relativa all'illegittima fruizione dei permessi parentali per i giorni dal 26 al 29 giugno 2006, ed in base alla quale il lavoratore invece di prestare l'assistenza ai genitori sarebbe andato in vacanza unitamente alla compagna.

In relazione a tale contestazione la Corte d'Appello avrebbe omesso di valutare la circostanza, positivamente verificata dagli investigatori (a differenza di quanto affermato in sentenza), che la vettura dell' E. non si trovasse nemmeno presso l'abitazione dei genitori; ed il fatto che l' E. non avesse confutato in modo specifico e puntuale l'addebito nelle lettere di giustificazione del 5.11.2006 e 15.11.2006, nè nell'atto introduttivo della causa.

Pertanto era errata, per mancanza di specifica contestazione, l'affermazione effettuata in sentenza secondo cui il lavoratore avesse contestato non solo la legittimità ma anche la fondatezza degli addebiti. Sul punto la Corte territoriale aveva pure violato il principio generale di non contestazione dando ingresso nella causa alla disamina di una questione che le era preclusa.

La censura, che investe l'omessa valutazione di fatti e la violazione del principio di non contestazione, senza riportare l'intero testo del ricorso e delle lettere di contestazioni che si riferiscono alla questione dedotta, risulta anzitutto lacunosa e viola il principio di autosufficienza del ricorso nei t e. declinati da questa Corte fin dalla sentenza 5656/1986 (ed in seguito puntualizzati dalle S.U. 8077/2012; e da Cass. SS. UU., 20 giugno 2007, n. 14297; e Cass., SS.UU., 23 dicembre 2009, n. 27210) ed ora accolti nell'art. 366, n. 6 e nell'art. 369 c.p.c., n. 4; ed in base ai quali il ricorrente per Cassazione che deduca un vizio di motivazione, ma anche una violazione o falsa applicazione di legge, ha l'onere di indicare in ricorso - a pena di inammissibilità - in modo adeguato e specifico, gli atti e i documenti cui ha fatto riferimento nell'esporre la propria doglianza. Senza che sia possibile al giudice procedere ad integrazioni che vadano aldilà della semplice verifica delle deduzioni contenute nell'atto.

Ciò detto, si tratta comunque di un motivo infondato anche nel merito. La sentenza impugnata dà atto che in generale il lavoratore appellante avesse contestato la fondatezza degli addebiti, sia nelle giustificazioni presentate in sede disciplinare, sia nel ricorso introduttivo; aggiungendo che di ciò costituisse conferma indiretta l'espletamento di una lunga e complessa istruttoria sulla sussistenza degli addebiti in accoglimento della richiesta avanzata in tal senso dalla stessa società nella memoria difensiva, atto nel quale invece mancava ogni deduzione sull'assenza di contestazioni sui fatti.

Peraltro, a conferma della tesi sostenuta dalla Corte d'appello, è sufficiente la lettura degli atti, parzialmente ed illogicamente riprodotti in ricorso (posto che è stata riprodotta la lettera di giustificazione del 5.11.2006 in relazione alla asserita contestazione dell'addebito relativo alla assenza dal domicilio, elevata con lettera del 10.11.2006).

Anzitutto, perchè il ricorrente, pur nella lettera di giustificazione del 5.11.2006, lamenta violazione del diritto di difesa per mancata allegazione delle prove e sostiene di aver assistito la propria madre presso il suo domicilio di Via Caduti del Lavoro; e quindi, contrariamente a quanto si sostiene nel motivo, contestando l'addebito in fatto; e di aver goduto del permesso in conformità a legge.

Nella lettera di giustificazione dell'15.11.2006 egli afferma poi l'infondatezza della contestazione del 30.10.2006 sul piano della tardività, dell'abuso di poter disciplinare, dell'erronea e strumentale interpretazione dei fatti e si contesta anche la tardività dei fatti di cui alla contestazione del 10.11.2006.

Inoltre, dalla stessa parte dell'atto introduttivo parzialmente riprodotta nel ricorso per cassazione (anche sullo specifico punto) emerge che il lavoratore impugni il licenziamento sostenendo che "la sanzione del 20.11.2006 si palesa illegittima per un sostanziale abuso del potere disciplinare, per l'illegittimità degli accertamenti, per l'infondatezza degli addebiti, per l'intempestività delle contestazioni...".

Non è vero quindi che non fosse stata contestata dal lavoratore la fondatezza in fatto degli addebiti.

Nemmeno è corretto sostenere, ala luce dell'art. 2967 c.c., che il lavoratore che si difenda in un licenziamento disciplinare fondato sull'abuso del permesso abbia l'onere di specificare dove si trovasse; essendo evidente che contestando il fatto addebitato egli intenda sostenere che la fruizione dei permessi fosse avvenuta in conformità alla disciplina legale.

Nessuna illogicità o violazione di legge sussiste inoltre in relazione all'affermazione della Corte territoriale, peraltro effettuata solo in via subordinata, circa la possibile presenza della vettura del lavoratore presso la abitazione dei genitori; non emergendo dalle prove citate in ricorso (la testimonianza degli investigatori) alcuna specifica circostanza contraria sul punto.

Mentre l'affermazione principale della Corte, non sarebbe stata sconfessata neanche dalla prova di aver effettuato indagini sulla mancata presenza della stessa vettura presso l'abitazione dei genitori, siccome in essa si sosteneva (in modo non illogico, nè contrario ad altre risultanze) che l'assenza della vettura dal parcheggio della propria abitazione fosse compatibile anzitutto con la presenza in un altro luogo (non esclusa l'abitazione dei genitori).

Quello che per la Corte territoriale è invece contato nella decisione della causa sul tale punto è stata soprattutto l'insufficienza (limitata ad un unico giorno) e la superficialità delle indagini degli investigatori (per il mancato accesso all'abitazione dei genitori, la non rilevata presenza della vettura nei dintorni, la mancata identificazione della presunta vicina di casa); nonchè l'inidoneità delle stesse prove addotte, con la testimonianza degli investigatori, a provare il fatto contestato.

2.- Col secondo motivo si sostiene violazione e falsa applicazione (ex art. 360 c.p.c., n. 3) degli artt. 2697, 2727 e 2729 c.c., artt. 115, 116, 210 e 213 c.p.c.. Omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio che sono stati oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5. Il motivo è diretto a censurare, sempre in relazione alla contestazione relativa all'illegittima fruizione dei congedi parentali dal 26 al 29 giugno 2006, che la Corte abbia ritenuto non idonea la testimonianza de relato dell'investigatore sulla dichiarazione di una donna, presunta vicina di casa dell' E., incontrata nel cortile della sua abitazione e secondo la quale l' E. non era in casa in quanto partito per il mare, forse per la Sicilia, unitamente alla compagna.

Anche tale valutazione si sottrae a censure e risulta conforme a legge, per come interpretata dalla giurisprudenza di questa Corte.

Invero la testimonianza de relato su dichiarazioni rese da persona non identificata nè identificabile - peraltro riferita da soggetto legato da un rapporto di servizio oneroso a favore di un'altra parte (come appunto l'investigatore privato) - e della quale si sconoscono generalità, caratteristiche, qualità ed affidabilità, non è di per sè fonte di prova del fatto da dimostrare.

La stessa affermazione della sussistenza del fatto da provare non poteva poi essere sorretta alla luce degli elementi evidenziati in questo ricorso dalla medesima EEMS, trattandosi di elementi tutt'altro che certi ed univoci in merito allo stesso fatto da provare e cioè che il ricorrente fosse stato assente dal proprio domicilio (o da quello dei propri genitori), dove avrebbe dovuto prestare assistenza e cura agli stessi, in conformità a legge.

Anche in relazione a quest'ultima censura, mentre non è precisato da dove emergano tutti gli elementi indicati e dove la prova presuntiva sarebbero stata dedotta, si ricorda quanto affermato da questa Corte con sentenza n. 3601 del 20/02/2006 ossia che "Il giudice di merito è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove o risultanze di prove che ritenga più attendibili ed idonee alla formazione dello stesso, essendo sufficiente, ai fini della congruità della motivazione del relativo apprezzamento, che da questa risulti che il convincimento nell'accertamento dei fatti si sia realizzato attraverso una valutazione dei vari elementi probatori acquisiti al giudizio, considerati nel loro complesso".

Inoltre, non è motivo alcuno di nullità l'omessa ammissione della prova consistente nell'ordine di esibizione richiesto dalla datrice di lavoro nei confronti di Poste Italiane circa i cartellini presenza della dipendente L.A. (all'epoca dei fatti oggetto di causa compagna di E.P. e dipendente di Poste Italiane spa) relativi al periodo dal 26.6.2006 al 7.7.2006; posto che il giudice può discrezionalmente ammettere le prove e negare ingresso ad altre ritenute, anche implicitamente, inidonee a provare i fatti del processo. Nel caso in esame la presenza o assenza dal lavoro della sig.ra L. non avrebbe potuto superare la grave carenza probatoria rilevata dal giudice in merito alla contestazione de qua formulata a carico dell' E..

3.- Col terzo motivo si denuncia la nullità della sentenza (ex art. 360 c.p.c., n. 4) per violazione degli artt. 112, 346 e 434 (nel testo antecedente alle modifiche apportate dalla L. 7 agosto 2012, n. 134); art. 2909 c.c..

Violazione e falsa applicazione (ex art. 360 c.p.c., n. 3) degli artt. 1175, 1375,2104, 2105, 2110 e 2119 c.c.; artt. 115 e 116 c.p.c.. Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato stato oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5.

Innanzitutto il ricorso censura la sentenza sostenendo che la questione dell'assenza dal servizio per malattia il 12.8.2006 e dell'esecuzione di attività incompatibile fosse coperta dal giudicato perchè la difesa dell' E. non avrebbe prospettato nell'atto di appello motivo alcuno di impugnazione, nemmeno generico.

La Corte ha sostenuto invece che alle pag. 26 e 27 dell'atto di appello l' E. avesse esposto le proprie doglianze avverso la sentenza di primo grado circa l'erroneità delle ritenuta incompatibilità della condotta con la malattia; aggiungendo che la specificità del motivo andava dimensionato a quella dell'argomentazione della sentenza che si era limitata a qualificare come abuso del beneficio l'allontanamento dal domicilio per ragioni non connesse allo stato di salute, senz'alcuna altra argomentazione.

Sul punto risulta che, diversamente da quanto sostiene la parte ricorrente, nell'atto di appello l' E. abbia invece esplicitamente contestato che EEMS avesse provato le condotte poste a base del licenziamento, contestando che "le fumose e lacunose" circostanze addotte potessero integrare la giustificazione del licenziamento. Si chiede poi l'appellante quale "aberrante ragionamento" possa aver portato il giudice di primo grado a confermare il licenziamento? e dove sta la grave violazione degli elementi essenziali del rapporto? Richiamando pure le contrarie affermazioni effettuate nella sentenza che la dedotta impugnazione sottopone quindi ad evidente critica, proprio in relazione all'episodio in discussione. Nel merito il motivo è infondato in conformità alla giurisprudenza consolidata, essendo certo che al lavoratore in malattia non sia vietato svolgere l'attività lavorativa o di altro tipo non incompatibile; mentre nel caso di specie la dedotta incompatibilità non sussiste essendo vero che la partecipazione ad un fiera estiva anche guidando la vettura non denoti di per sè alcuna incompatibilità con lo stato morboso denunciato (sindrome ansioso depressiva reattiva), così come affermato, in mancanza di elementi determinanti per attestare il contrario, dal giudice di merito, in modo scevro da vizi logici e giuridici, e quindi incensurabile da questa Corte.

Per quando concerne invece l'asserita presenza di giusta causa va osservato che nel caso in esame la stessa carenza è stata ritenuta dal giudice d'appello prima di tutto in fatto, per mancanza di responsabilità del lavoratore in conseguenza della carenza di prova degli illeciti disciplinari ascrittagli.

4.- Col quarto motivo si denuncia la nullità della sentenza (ex art. 360 c.p.c., n. 4) per violazione degli artt. 112, 346 e 434 (nel testo antecedente alle modifiche apportate dalla L. 7 agosto 2012, n. 134); art. 2909 c.c..

Violazione e falsa applicazione (ex art. 360 c.p.c., n. 3) degli artt. 1175, 1375,2104, 2105, 2110 e 2119 c.c.; L. n. 604 del 1966, artt. 1 e 3.

Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato stato oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5.

Il motivo censura l'omessa valutazione da parte della Corte del giustificato motivo soggettivo, non avendo il ricorrente addotto che le restanti condotte provate non fossero rilevanti, per carenza della "connessione condizionante" sotto il profilo dell'intenzione del datore di ritenere che la sanzione fosse esclusivo prodotto della connessione della pluralità dei fatti addebitati.

In realtà la Corte ha affermato che tutte le contestazioni formulate nella contestazione del 31.10.2006 e del 10.11.2006, poste a base del licenziamento del lavoratore, erano cadute, perchè alcune violazioni erano state ritenute giustificate dalla stessa datrice di lavoro (i comportamenti del 24.7.2006; del 13.8. e del 14.8.2006) secondo quanto ammesso nella memoria in appello; mentre le altre (quella dell'abuso della malattia del 12.8.2006 e quella dell'assenza dal domicilio dal 26 al 29 giugno e dal 3 al 7 luglio del 2006) erano state ritenute insussistenti dallo stesso giudice d'appello.

Non si capisce dunque quale residuo spazio potesse rimanere per una valutazione su un possibile giustificato motivo soggettivo di licenziamento (e prima ancora di giusta causa, riaffermata in via preliminare nel motivo precedente); e che la ricorrente sembra pretendere in relazione a fatti estranei a quelli specificamente posti a base del recesso con le lettere di contestazione del 30.10.2006 e del 10.11.2006, e richiamate nella lettera di licenziamento. Mentre è evidente che la stessa sanzione espulsiva non possa reggersi sulla base di una rinnovata valutazione della recidiva ovvero di precedenti disciplinari che avevano già portato alla irrogazione di specifica sanzione con la sospensione del lavoratore, ancorchè essi risultano genericamente richiamati nel medesimo provvedimento di licenziamento in funzione rafforzativa ("ed alla luce dei precedenti disciplinari maturati a suo carico").

Infatti, ancorchè il licenziamento disciplinare possa essere riferito alla globalità del comportamento di un lavoratore, talchè la recidiva possa esplicare effetti ai fini della gravità richiesta dalla giusta causa, esso non potrebbe mai sorreggersi in base all'esclusiva valorizzazione di comportamenti già sanzionati, in violazione del basilare principio del nè bis in idem. In tal senso si è pronunciata questa Corte con la sentenza 7523/2009: "Il datore di lavoro, una volta esercitato validamente il potere disciplinare nei confronti del prestatore di lavoro in relazione a determinati fatti costituenti infrazioni disciplinari, non può esercitare una seconda volta, per quegli stessi fatti, il detto potere, ormai consumato, essendogli consentito soltanto di tener conto delle sanzioni eventualmente applicate, entro il biennio, ai fini della recidiva, nonchè dei fatti non tempestivamente contestati o contestati ma non sanzionati - ove siano stati unificati con quelli ritualmente contestati - ai fini della globale valutazione, anche sotto il profilo psicologico, del comportamento del lavoratore e della gravità degli specifici episodi addebitati".

5.- Il quinto motivo deduce violazione e falsa applicazione (ex art. 360 c.p.c., n. 3) della L. n. 300 del 1970, art. 18, artt. 1453, 1223, 1227 e 2697 c.c.; art. 213 c.p.c..

Omesso esame circa fatti decisivi per il giudizio che sono stati oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell'art. 360 c.p.c., n. 5.

Il motivo censura il capo della pronuncia relativo al risarcimento del danno laddove la Corte non ha ritenuto di espletare gli incombenti istruttori intesi dalla determinazione dell'aliunde perceptum. Il motivo è infondato in quanto, come correttamente argomentato dalla Corte territoriale (richiamando Cass. 207/1998; 9715/1995; 5908/2004), la richiesta istruttoria era generica ed esplorativa e perciò inidonea a fondare l'obbligo del giudice di chiedere l'esibizione dei documenti ivi indicati.

6.- In conclusione, le considerazioni sin qui svolte impongono di rigettare il ricorso e di condannare il ricorrente, rimasto soccombente, al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in dispositivo.

Sussistono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater per il versamento da parte del ricorrente dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 100 per esborsi ed in Euro 3600 per compensi professionali, oltre accessori di legge e spese generali al 15%. Ai sensi dell'art. 13, comma 1- quater D.P.R. n. 115 del 2002 si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 13 gennaio 2016.

Depositato in Cancelleria il 21 aprile 2016
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LaPrevidenza.it, 26/04/2016

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