martedý, 27 ottobre 2020

La fittizia interposizione di società televisive esterne alla Rai non evita il riconoscimento del rapporto lavorativo con la televisione di Stato

Cassazione civile sez. lavoro, Sentenza 9.2.2016 n. 2522

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE 
SEZIONE LAVORO 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. STILE Paolo - Presidente - Dott. NAPOLETANO Giuseppe - Consigliere - Dott. BRONZINI Giuseppe - Consigliere - Dott. MANNA Antonio - Consigliere - Dott. BALESTRIERI Federico - rel. Consigliere - 

ha pronunciato la seguente:  sentenza 

sul ricorso 21504-2012 proposto da: RAI - RADIOTELEVISIONE ITALIANA S.P.A. P.I. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CARLO MIRABELLO 25, presso lo studio dell'avvocato PRUNAS Francesco, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato PIERLUIGI LAX, giusta delega in atti;  - ricorrente -  contro  N.G. C.F. (OMISSIS);  - intimato - Nonchè da:  N.G. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CRESCENZIO 58, presso lo studio degli avvocati COSSU Bruno e SAVINA BOMBOI, che lo rappresentano e difendono giusta delega in atti;  - controricorrente e ricorrente incidentale -  contro RAI - RADIOTELEVISIONE ITALIANA S.P.A. P.I. (OMISSIS);  - intimata - avverso la sentenza non definitiva n. 3380/2008 della CORTE D'APPELLO di ROMA, depositata il 18/11/2009 r.g.n. 31/2006; avverso la sentenza n. 8495/2011 della CORTE D'APPELLO di ROMA, depositata il 24/03/2012 r.g.n. 31/2006; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 17/11/2015 dal Consigliere Dott. FEDERICO BALESTRIERI; udito l'Avvocato COSSU BRUNO; udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.

Fatto

Con sentenza in data 16 dicembre 2004, il Tribunale di Roma, accogliendo parzialmente la domanda avanzata dal ricorrente N. G. nei confronti della RAI - Radiotelevisione Italiana s.p.a., riconosceva che tra il ricorrente e la convenuta esisteva un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato dal 1.1.93 stante l'illecita e fittizia interposizione di UNITELEFILM s.r.l. e di ETABETA s.p.a. e riconosceva altresì la illegittimità dei contratti a termine stipulati dal ricorrente nel suddetto periodo con conversione degli stessi in un unico rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, respingendo la spiegata domanda nel resto, con condanna della convenuta alla rifusione delle spese di lite.

Nell'atto introduttivo del giudizio il N. aveva prospettato: - di essere stato assunto nell'autunno 1992 dall'allora capo-struttura della RAI C.A., come redattore della trasmissione "Chi l'ha visto" mediante la stipulazione di contratti a termine con UNITELEFILM s.r.l. ed ETABETA s.p.a. che avrebbero provveduto a corrispondergli la retribuzione; di aver prestato attività lavorativa dal gennaio 1993 alle dipendenze della RAI con orario quotidiano dalle ore 10,00 alle ore 19,00 per sei giorni la settimana presso la redazione del programma situata presso gli uffici RAI di (OMISSIS) fino al marzo 2001 in esecuzione di un unico rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato; di aver svolto mansioni giornalistiche di redattore inviato, provvedendo in base alle disposizioni ricevute dai responsabili del programma a raccogliere e controllare le notizie, a realizzare i servizi televisivi sui luoghi degli avvenimenti, a montare le immagini selezionando materiale informativo dagli archivi RAI ed a tutti gli adempimenti necessari per la realizzazione della trasmissione in diretta.

Aveva pertanto richiesto che fosse riconosciuta la illegittimità e la nullità delle clausole di limitazione temporale apposte ai contratti indicati in atti e stipulati con UNITELEFILM ed ETABETA e che fosse riconosciuto altresì che tra lui e la convenuta RAI esisteva un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a far tempo dal 1.1.93 (o dalla diversa data ritenuta di giustizia) in ragione dell'illecita e fittizia interposizione di tali società;

aveva chiesto altresì che fosse riconosciuto il suo diritto, per il periodo 1 gennaio 1993 - 3 aprile 2001, al trattamento economico previsto dal ccn.l.g. per l'inviato (art. 1) con conseguente condanna della convenuta RAI al pagamento delle relative differenze retributive in misura da determinarsi in separato giudizio, con ulteriore condanna della medesima convenuta RAI ad adibirlo all'attività lavorativa ovvero a reintegrarlo nel posto di lavoro con le mansioni di inviato nonchè a corrispondergli la relativa retribuzione secondo quanto prescritto al ccn.l.g. e dagli accordi integrativi Rai-Usigrai; con ulteriore condanna sempre della convenuta RAI a corrispondergli, anche a titolo di risarcimento del danno, la retribuzione prevista dal ccn.l.g. e dagli accordi integrativi suddetti, con effetto dal 3 aprile 2001, oltre accessori di legge.

Si costituiva la RAI contestando la fondatezza della domanda.

Il Tribunale accoglieva parzialmente la domanda.

Proponeva appello la società; resisteva il N., proponendo appello incidentale.

Con sentenza non definitiva pubblicata il 18 novembre 2009 la Corte d'appello di Roma respingeva l'eccezione di violazione del contraddittorio sollevata dalla RAI s.p.a.. Con sentenza definitiva, depositata il 24 marzo 2012, la medesima Corte confermava la sussistenza di una illecita interposizione di manodopera e la nullità dei contratti a termine stipulati con le società interposte, i cui requisiti di temporaneità non erano stati dimostrati dalla RAI, mentre, in parziale riforma della sentenza impugnata, condannava la RAI s.p.a. al pagamento, in favore del N., ad una indennità pari a dodici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto percepita.

Per la cassazione di tali sentenze propone ricorso la RAI-, Radiotelevisione Italiana s.p.a., affidato a quattro motivi.

Resiste il N. con controricorso, contenente ricorso incidentale affidato a due motivi. Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

Debbono pregiudizialmente riunirsi i ricorsi proposti avverso la medesima sentenza (art. 335 c.p.c.).

l.-Con il primo motivo la RAI s.p.a. denuncia la violazione e falsa applicazione dell'art. 106 c.p.c. e art. 420 c.p.c., comma 9, anche in relazione all'art. 111 Cost.; oltre ad omessa ed insufficiente motivazione su un fatto decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5) inerente la sussistenza di una illecita interposizione di manodopera.

Lamenta di aver chiaramente esposto e documentato l'esistenza di un rapporto di lavoro intercorrente unicamente tra il N. e le società sopra indicate, di cui aveva chiesto inutilmente la chiamata in causa, nonostante a tal fine non fosse necessaria l'effettiva comunanza di cause, ma solo che la parte richiedente ne faccia richiesta (Cass. n. 5736/1981).

Il motivo è infondato. Questa Corte ha infatti chiarito che in tema di controversie di lavoro, la disposizione dell'art. 420 c.p.c., comma 9 - relativa ai provvedimenti del giudice, nell'udienza di discussione di primo grado, in ipotesi di chiamata in causa a norma degli artt. 102, 106 e 107 c.p.c. - non implica un automatico obbligo di adozione dei provvedimenti predetti, in quanto il giudice, investito della domanda di chiamata in giudizio di un terzo ai sensi delle norme citate, non è sempre tenuto a fissare una nuova udienza e a disporre le relative notifiche, conservando, secondo i principi generali, il potere di valutare - con i margini di discrezionalità attribuitigli dagli artt. 106 e 107 c.p.c., art. 269 c.p.c., comma 2 e art. 270 c.p.c. - la comunanza della causa e le ragioni d'intervento del terzo, restando configurabile un vizio del processo, tale da comportare il rinvio della causa al giudice di primo grado ai sensi dell'art. 383 c.p.c., solo quando il giudice, investito della domanda predetta, si sia sottratto al dovere di esaminarla o abbia comunque omesso di rilevare il difetto del contraddittorio in ipotesi di litisconsorzio necessario (Cass. 12.5.89 n. 2182, Cass. 26.6.1999 n. 6657).

Nella specie la Corte di merito ha adeguatamente motivato circa la sussistenza di una interposizione illecita di manodopera, configurandosi così un rapporto di lavoro esclusivamente con (Interponente RAI e dunque l'assenza della comunanza di cause dedotta dalla attuale ricorrente.

2.-Con il secondo motivo la società denuncia una omessa e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.

Lamenta che la sentenza aveva erroneamente attribuito alle testimonianze assunte in corso di causa, una valenza certamente superiore a quella ad esse riconoscibile, da cui emergeva che il rapporto tra la RAI ed il N. era stato in realtà del tutto indiretto ed occasionale, posto che l'attività del N., indirettamente utilizzata dalla RAI essenzialmente per le esigenze del programma "Chi l'ha visto", rilevava solo in quanto egli realizzava i filmati, prodotti dalla UNITELEFILM ed alle cui dipendenze egli lavorava, commessi dalla RAI per la realizzazione della trasmissione, garantendo in sostanza, anche partecipando ad apposite riunioni, che tali filmati rispondessero alle esigenze della committente RAI all'interno della citata trasmissione. Dunque il N. non lavorava per la RAI ma per la UNITHLEFILM e la sua presenza in RAI era occasionale e legata alle esigenze di cui sopra.

3.- Con il terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 1369 del 1960, art. 1, commi 1, 3 e 5.

Lamenta che la sentenza impugnata non considerò che la fattispecie vietata dalla legge è solo quella di interposizione fittizia di manodopera, essendo invece perfettamente consentita ogni forma di cooperazione tra aziende nell'ambito delle quali si realizzi un genuino decentramento produttivo, come nel caso in esame in cui la RAI si era rivolta a società esterne, munite di reale ed autonoma organizzazione imprenditoriale, per appaltare loro dei contributi filmati inerenti la trasmissione in questione, i cui responsabili si limitavano ad indicare le caratteristiche che avrebbe dovuto avere il filmato, come del resto emergeva dai contratti in atti.

3.1- I motivi, che per la loro connessione possono esaminarsi congiuntamente, sono infondati. Deve infatti rimarcarsi che il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), non equivale alla revisione del "ragionamento decisorio", ossia dell'opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall'ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all'ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l'autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa. Del resto, il citato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non conferisce alla Corte di cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione operata dal giudice del merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento, e, in proposito, valutarne le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza, scegliendo, tra le varie risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione. (Cass. 6 marzo 2006 n. 4766; Cass. 25 maggio 2006 n. 12445; Cass. 8 settembre 2006 n. 19274; Cass. 19 dicembre 2006 n. 27168; Cass. 27 febbraio 2007 n. 4500; Cass. 26 marzo 2010 n. 7394; Cass. 5 maggio 2010 n. 10833, Cass. n. 15205/14).

Nella specie la sentenza impugnata ha congruamente accertato che mentre con la memoria di costituzione in primo grado la RAI aveva negato che il ricorrente avesse mai avuto rapporti lavorativi direttamente con la convenuta, utilizzando essa per le proprie trasmissioni semplicemente i contributi filmati delle società appaltatrici esterne, dall'istruttoria espletata (ed in particolare dalle testimonianze raccolte) era emerso che il ricorrente era presente nelle trasmissioni che lo riguardavano e, durante la trasmissione, ascoltava le telefonate che giungevano in diretta per poi valutarne l'attendibilità delle informazioni, ai fini della messa in onda, insieme al regista ed all'autore del programma "Chi l'ha visto?"; raccoglieva le informazioni sul luogo dei fatti sulla base delle indicazioni fornite dagli autori del programma, insieme ai quali visionava, presso la sede Rai di (OMISSIS), il materiale raccolto che poi veniva montato negli studi della Unitelefilm alla presenza del tecnico montatore; il ricorrente riceveva disposizioni dal coordinatore del programma, sui compiti da svolgere e anche la conduttrice aveva rapporti diretti con il ricorrente per conoscere i contenuti del programma. Inoltre la frequentatone della redazione di (OMISSIS), dove era istituito un ufficio permanente della trasmissione, era quotidiana e il ricorrente aveva a disposizione in quella sede materiale e strutture della Rai, utilizzando gli archivi Rai per le notizie, mentre solo le riprese venivano effettuate dalle società appaltatrici, le quali si limitavano a dare il supporto tecnico per le riprese e i montaggi, mentre tutte le altre attività erano di competenza della Rai e venivano eseguite presso la redazione di quest'ultima.

Tali circostanze trovano conferma nella deposizione di una testimone che svolgeva il medesimo lavoro del N., la quale aveva chiarito che spesso le immagini venivano montate presso sedi esterne della Rai, e che essa ed il N. avevano una frequentazione quotidiana della sede redazionale Rai; che il giorno precedente alla trasmissione partecipavano ad una riunione con l'autore M. P., C.A., la conduttrice, redattori e programmisti registi e registi della RAI. La teste aveva anche chiarito che essa stessa ed il N. ricevevano incarichi solo dagli autori del programma, utilizzando le strutture ed il materiale della RAI. Tale ampia motivazione risulta logica ed immune da vizi logici, sicchè la censura in esame risulta infondata.

Al contempo risulta infondata anche la terza censura posto che se è pur vero che non può ritenersi sussumibile nella fattispecie di interposizione illecita di cui alla L. n. 1369 del 1960, art. 1, un semplice decentramento produttivo realizzato attraverso genuine ed autonome imprese esterne, nella fattispecie, come visto, è stato accertato che la RAI, e quanto meno con riferimento alla prestazione lavorativa del N., non si limitò ad una semplice commissione di filmati esterni, ma utilizzò la sua opera anche ai fini propri dell'azienda RAI, mediante una presenza continuativa in azienda, la collaborazione con i responsabili della trasmissione RAI, da cui riceveva disposizioni circa i compiti da svolgere, che a tale fine la frequentazione della redazione di (OMISSIS), dove era istituito un ufficio permanente della trasmissione, era quotidiana e il ricorrente aveva a disposizione in quella sede materiale e strutture della Rai, utilizzando gli archivi Rai per le notizie; che solo le riprese venivano effettuate dalle società appaltatici, mentre tutte le altre attività erano di competenza della Rai e venivano eseguite presso la redazione di quest'ultima, cui il N. partecipava assiduamente; che il ricorrente era sostanzialmente sempre presente nelle trasmissioni che lo riguardavano e, durante la trasmissione, ascoltava le telefonate che giungevano in diretta per poi valutarne l'attendibilità delle informazioni, ai fini della messa in onda, insieme al regista ed all'autore del programma "Chi l'ha visto?"; raccoglieva le informazioni sul luogo dei fatti sulla base delle indicazioni fornite dagli autori del programma, etc..

Anche il terzo motivo risulta pertanto infondato.

4.- Con il quarto motivo la RAI denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 230 del 1962, art. 1, comma 2, lett. e), nel testo novellato dalla L. 23 maggio 1977, n. 266, oltre che dell'art. 12 preleggi.

Lamenta che in ogni caso al fine della legittima previsione di un termine al contratto di lavoro in base alla disciplina legale invocata, era sufficiente l'indicazione degli specifici programmi o spettacoli per i quali il lavoratore veniva assunto, così com'era nella specie avvenuto, non essendo affatto richiesto il necessario e particolare apporto creativo fornito dal lavoratore, così come erroneamente ritenuto dalla sentenza impugnata.

Il motivo è infondato.

Premesso che in materia di contratti a termine con la società RAI sono successivamente intervenuti accordi sindacali stipulati L n. 56 del 1987, ex art. 23, che hanno diversamente disciplinato la materia (sostanzialmente nel senso voluto dalla odierna ricorrente), deve rilevarsi che nel caso in esame si tratta di contratti a termine stipulati precedentemente, cui è applicabile, altrettanto pacificamente, la disciplina di cui di cui alla L. n. 230 del 1962, così come modificata, per quanto qui interessa, dalla L. n. 266 del 1977.

Al riguardo deve allora osservarsi che il consolidato orientamento di questa Corte è nel senso che in tema di assunzioni a termine di lavoratori dello spettacolo (L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 1, comma 2, lett. e), come modificato dalla L. 23 maggio 1977, n. 266), non solo è necessario che ricorrano contestualmente i requisiti della temporaneità (nella specie oggi in esame correttamente esclusa in sede di merito stante l'arco temporale di circa dieci anni di reiterati contratti a termine) e della specificità, ma è indispensabile, altresì, che l'assunzione riguardi soggetti il cui apporto lavorativo si inserisca, con vincolo di necessità diretta, anche se complementare e strumentale, nello specifico spettacolo o programma, sicchè non può considerarsi sufficiente ad integrare l'ipotesi di legittimo ricorso al contratto a tempo determinato la mera qualifica tecnica od artistica del personale correlata alla produzione di spettacoli o programmi radiofonici o televisivi (e tanto meno la sola indicazione dei programmi per cui l'assunzione avviene), occorrendo che l'apporto del peculiare contributo professionale, tecnico o artistico del soggetto esterno sia necessario per il buon funzionamento dello spettacolo o programma, in quanto non sostituibile con le prestazioni del personale di ruolo dell'azienda (e plurimis, Cass. n. 11573 del 26/05/2011, Cass. ord. n. 3308 del 02/03/2012, Cass. ord. n. 7222 del 2/3/2012, Cass. n. 4849 del 28/02/2014).

In tali ultime pronunce si è peraltro chiarito che la temporaneità della occasione lavorativa rappresentata dalla trasmissione o dallo spettacolo, seppure non deve essere straordinaria od occasionale, deve tuttavia essere di durata limitata nell'arco di tempo della programmazione complessiva, dovendo quindi trattarsi di programmi destinati ad esaurirsi, ferma restando la specificità del programma e la connessione reciproca tra specificità dell'apporto dei lavoratore e specificità del programma o spettacolo (per cui il primo concorre a formare la specificità del secondo o è reso necessario da quest'ultima specificità), di modo che l'assunzione riguardi soggetti il cui apporto lavorativo sia tale da realizzare un peculiare contributo professionale, tecnico o artistico, che non sia facilmente fungibile con il contributo realizzabile dal personale a tempo indeterminato dell'impresa.

Risultando anche tale ultimo motivo infondato, il ricorso principale deve essere dunque rigettato.

5.- Con il primo motivo di ricorso incidentale il N. denuncia una omessa ed insufficiente motivazione su fatti controversi e decisivi per il giudizio, riguardanti la riconducibilità delle mansioni del N. a quelle proprie del giornalista (inviato) e non già a quelle di programmista regista in base al ccl. RAI 9.5.1990.

Lamenta che la sentenza impugnata non valutò adeguatamente le risultanze istruttorie, testimonianze e documenti, pure riprodotti in ricorso.

Il motivo è inammissibile.

Deve infatti considerarsi che il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), non equivale alla revisione del "ragionamento decisorio", ossia dell'opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall'ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all'ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l'autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa. Del resto, il citato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non conferisce alla Corte di cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione operata dal giudice del merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento, e, in proposito, valutarne le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza, scegliendo, tra le varie risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione. (Cass. 6 marzo 2006 n. 4766; Cass. 25 maggio 2006 n. 12445; Cass. 8 settembre 2006 n. 19274; Cass. 19 dicembre 2006 n. 27168; Cass. 27 febbraio 2007 n. 4500; Cass. 26 marzo 2010 n. 7394; Cass.5 maggio 2010 n.10833, Cass. n. 15205/14).

Il motivo è altresì inammissibile posto che il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, espresso nell'art. 366 c.p.c., nn. 3 e 4, pure richiamato dal N., impone al ricorrente la specifica indicazione dei fatti e dei mezzi di prova asseritamente trascurati dal giudice di merito. Il requisito dell'autosufficienza non può tuttavia ritenersi soddisfatto nel caso in cui il ricorrente inserisca nel proprio atto di impugnazione la riproduzione fotografica di uno o più documenti, come nella specie, affidando esclusivamente alla Corte la selezione delle parti rilevanti e così una individuazione e valutazione dei fatti, preclusa al giudice di legittimità (Cass. 7 febbraio 2012 n.1716).

6.- Con il secondo, subordinato, motivo il N. denuncia, in alternativà, la violazione della nozione di giornalista così come presupposta dalla L. 3 febbraio 1963, n. 69 e della declaratoria contrattuale di programmista regista in base al ccl. RM 9.5.1990.

Lamenta che la sentenza impugnata avrebbe violato comunque la detta L. n. 69 del 1963, sull'ordinamento della professione di giornalista, secondo la quale costituisce attività giornalistica la prestazione di lavoro intellettuale diretta alla raccolta, commento ed elaborazione di notizie volte a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi di informazione, ponendosi il giornalista quale mediatore intellettuale tra il fatto e la diffusione della conoscenza di esso, con il compito di acquisire la conoscenza dell'evento, valutarne la rilevanza in relazione ai destinatari e confezionare il messaggio con apporto soggettivo e creativo; in ogni caso (aveva violato) la dedaratoria del programmista Regista contenuta nel ccl-RAI, All. B, "figure professionali" Impiegali, posto che dalla stessa emerge in modo incontrovertibile che le mansioni di programmista regista sono riferite alla realizzazione di servizi e "programmi radiofonici e/o televisivi, culturali e di spettacolo", e non già (solo) di programmi o servizi di contenuto giornalistico.

Il motivo è infondato, avendo la Corte di merito per un verso riconosciuto la qualifica di programmista regista, per altro verso escluso la natura giornalistica delle mansioni espletate non in base alla natura non giornalistica del programma, ma in base all'accertamento delle mansioni svolte dal N., a suo avviso inquadrabili, alla luce dell'attività istruttoria compiuta, nella qualifica di programmista regista, ed essendo risultata la relativa censura oggi proposta dal N. inammissibile.

7.- Entrambi i ricorsi vanno dunque rigettati.

La reciproca soccombenza giustifica la compensazione delle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta entrambi. Compensa le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 17 novembre 2015.

Depositato in Cancelleria il 9 febbraio 2016
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LaPrevidenza.it, 29/02/2016

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