mercoledž, 21 ottobre 2020

Incentivo alle dimissioni: il dipendente ha diritto al rimborso per le somme percepite a tale titolo

Cassazione, sezione Vi civile, Sentenza 17060

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA CIVILE  SOTTOSEZIONE T 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. IACOBELLIS Marcello - Presidente - Dott. CARACCIOLO Giuseppe - Consigliere - Dott. COSENTINO Antonello - rel. Consigliere - Dott. PERRINO Angelina Maria - Consigliere - Dott. CONTI Roberto Giovanni - Consigliere - ha pronunciato la seguente:  sentenza sul ricorso 9643/2014 proposto da: AGENZIA DELLE ENTRATE (OMISSIS), in persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l'AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende ope legis;  - ricorrente -  contro  B.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA GIUSEPPE AVEZZANA 31, presso lo studio dell'avvocato ALESSANDRA FLAUTI, rappresentato e difeso dall'avvocato PAPARO RENATO, giusta procura speciale in calce al controricorso;  - controricorrente - avverso la sentenza n. 107/36/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE di TORINO del 10/12/13, depositata il 22/01/2014; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/03/2015 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONELLO COSENTINO; udito l'Avvocato Maria Laura Cherubini (Avvocatura) difensore della ricorrente che si riporta agli scritti.

Fatto

L'Agenzia delle Entrate ricorre contro il sig. B.A. per la cassazione della sentenza con cui la Commissione Tributaria Regionale del Piemonte, confermando la sentenza di primo grado, ha accolto la domanda di rimborso avanzata dal contribuente con riferimento alle ritenute alla fonte effettuate dal suo datore di lavoro, la Regione Piemonte, sulle somme corrisposte quale incentivo alle dimissioni. In particolare, il contribuente aveva chiesto il rimborso del 50% delle ritenute operate dalla Regione, invocando il disposto del comma 4 bis del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 19, il quale appunto prevedeva il dimezzamento dell'aliquota IRPEF applicabile sulle somme erogate a titolo di incentivo all'esodo.

Secondo la Commissione Tributaria Regionale, il contribuente, pur essendosi dimesso in forza di un accordo individuale successivo all'abrogazione del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 19, comma 4 bis, (abrogazione disposta, con decorrenza dal 4/7/2006, dal D.L. n. 223 del 2006, art. 36, comma 23, convertito con la L. n. 248 del 2006), aveva tuttavia diritto, alla stregua del regime transitorio fissato dallo stesso comma 23, sopra menzionato, di fruire dell'agevolazione fiscale prevista del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 19, comma 4 bis;

ciò in quanto il rapporto di lavoro del contribuente era cessato in attuazione di accordi a carattere collettivo, aventi data certa, anteriori al 4/7/2006. Il ricorso si articola su due mezzi.

Con il primo mezzo, riferito al vizio di violazione di legge, la difesa erariale denuncia la violazione e falsa applicazione del D.L. n. 223 del 2006, art. 36, comma 23, e art. 19, comma 4 bis, TUIR in cui la Commissione Tributaria Regionale sarebbe incorsa trascurando che dette disposizioni andrebbero interpretate restrittivamente e quindi riferite soltanto ad atti recanti "non solo le condizioni per la cessazione del rapporto di lavoro ma anche contenenti l'invito al personale interessato presentare la propria adesione entro un termine preciso; deve trattarsi, in altri termini, di atti o accordi aventi contenuto precettivo, direttamente applicativi in quanto autosufficienti in ordine alla previsione sia delle condizioni che dei termini per l'esodo anticipato" (pag. 8 del ricorso).

Secondo la ricorrente, i protocolli antecedenti al 4/7/2006, richiamati nella sentenza gravata, non presenterebbero le suddette caratteristiche, limitandosi a prevedere la pubblicazione di un bando annuale con il quale ogni anno veniva aperta una finestra per la presentazione delle domande di cessazione del rapporto di lavoro.

Solo tali bandi annuali, secondo l'Agenzia delle entrate, sarebbero sussumibili nella nozione di "atti o accordi" di cui al D.L. n. 223 del 2006, art. 36, comma 23; ma, nella specie, il contribuente non si sarebbe potuto giovare del regime transitorio previsto da tale disposizione perchè il bando annuale di cui egli aveva fruito risaliva al 25/7/2007 ed era quindi successivo al 4.7.06, data di entrata in vigore del decreto L. n. 223 del 2006.

Con il secondo mezzo, riferito al vizio di omesso esame di fatto decisivo, la difesa erariale censura la sentenza gravata per aver apoditticamente assunto, ai fini dell'applicazione del D.L. n. 223 del 2006, art. 36, comma 23, che si dovesse avere riguardo ai protocolli stipulati tra la Regione e le associazioni dei lavoratori prima del 4/7/2006, invece che al bando del 25/7/07. In particolare la ricorrente lamenta che la Commissione Tributaria Regionale avrebbe omesso "ogni dovuta indagine sull'effettivo contenuto (precettivo o meno) di tali protocolli" (pag. 10 del ricorso). Il contribuente si è costituito con controricorso.

La causa è stata discussa all'udienza pubblica del 26.3.15, per la quale il contro ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

La decisione della Commissione Tributaria Regionale si fonda sull'affermazione che il rapporto di lavoro del contribuente era cessato "in attuazione di accordi a carattere collettivo, aventi data certa, anteriori al 4/7/2006 e le somme sono state corrisposte al ricorrente in attuazione di detti accordi, i quali discendono dall'art. 17 del C.C.N.L. e dai protocolli d'intesa del 20/1/2003, 24/9/2003, 26/1/2004, 20/5/2004, 15/11/2004, 22/6/2006 stipulati tra l'Amministrazione regionale con le Associazioni di categoria dei dipendenti". Il giudice di merito ha cioè assegnato ai protocolli di intesa del 20/1/2003, 24/9/2003, 26/1/2004, 20/5/2004, 15/11/2004 e 22/6/2006 la portata di atti vincolanti per l'Amministrazione regionale, dei quali l'accordo individuale di cessazione del rapporto di lavoro costituirebbe mera attuazione.

Con entrambi i mezzi di ricorso la difesa erariale in sostanza contesta - col primo mezzo mediante la prospettazione di un vizio di violazione di legge e con il secondo mezzo sotto il profilo del vizio di motivazione - la ricostruzione operata dal giudice di merito in ordine alla portata dei suddetti protocolli ed alla relazione tra il contenuto, dei medesimi ed il disposto del bando annuale per la presentazione delle domande di cessazione del rapporto di lavoro emesso dalla Regione il 25/7/2007, del quale il contribuente si è concretamente avvalso. Secondo l'Agenzia delle entrate, infatti, la Commissione Tributaria Regionale avrebbe errato nel non cogliere che i protocolli anteriori al 4/7/2006 erano privi di contenuto precettivo e che solo il bando del 25/7/2007 conteneva una specifica indicazione delle condizioni e dei termini per l'esodo anticipato.

Tanto il primo quanto il secondo mezzo vanno giudicati inammissibili, in quanto la censura che propongono non è stata formulata nel rispetto del canone dell'autosufficienza del ricorso per cassazione, non avendo la ricorrente nè trascritto nel ricorso il contenuto dei menzionati protocolli, del bando del 2007 e dell'accordo individuale sulle dimissioni, nè indicato quando e con quali modalità detti atti siano stati prodotti in sede di merito (cfr. al riguardo, da ultimo, Cass. 22607/14 "Al fine di ritenere integrato il requisito della cosiddetta autosufficienza del motivo di ricorso per cassazione, quando esso concerna la valutazione da parte del giudice di merito di atti processuali o di documenti, è necessario specificare la sede in cui nel fascìcolo d'ufficio o in quelli di parte essi siano rinvenibili, sicchè, in mancanza, il ricorso è inammissibile per l'omessa osservanza del disposto di cui all'art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6)"). Il ricorso va quindi dichiarato inammissibile.

Per esigenze nomofilattiche va peraltro evidenziata l'erroneità dell'argomento, svolto dalla difesa erariale nel primo mezzo di ricorso, secondo cui la nozione normativa di "atti o accordi" D.L. n. 223 del 2006, ex art. 36, comma 23, postulerebbe la necessaria previsione di termini entro i quali i dipendenti debbano prestare la propria adesione al piano di esodo concordato tra il datore di lavoro e le organizzazioni sindacali.

Al riguardo va qui ribadito, riprendendo quanto affermato nelle sentenza di questa Sezione n. 19626/14, che - se va condiviso il principio che la norma agevolatrice in esame è "norma eccezionale, di strettissima interpretazione, in quanto pone una deroga al principio di capacità contributiva" (Cass. n. 2931/09) - tale principio non legittima, tuttavia, una interpretazione di tale norma che ne riduca il campo applicativo mediante l'inserimento di limiti non previsti nella legge, come sarebbe quello della necessità che, negli accordi aziendali, risultino fissati termini temporali per la manifestazione dell'adesione dei lavoratori alla possibilità di esodo; tanto più che non necessariamente gli accordi aziendali di cui si tratta devono prevedere piani di esodo generalizzati, in quanto, come pure questa Corte ha già chiarito (sentt. nn. 4910/05, 9049/05, 9334/06) la disposizione in commento "non presuppone che ne siano oggetto, anche solo potenziale, una pluralità di addetti, e neppure che il datore di lavoro abbia offerto ad una pluralità di dipendenti condizioni speciali in caso di uscita anticipata dall'azienda".

Le spese seguono la soccombenza.

Non si applica all'Agenzia delle entrate il disposto che del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma quater, (Cass. SSUU 9938/14).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Condanna la ricorrente a rifondere al contro ricorrente le spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 2.000, oltre e 100 per esborsi e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 26 marzo 2015.

Depositato in Cancelleria il 20 agosto 2015
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LaPrevidenza.it, 28/10/2015

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