giovedì, 11 agosto 2022

Impiegato di Ambasciata: in materia contrattuale vige la giuridizione del paese che assume il lavoratore

Cassazione, Sezioni unite civili, Sentenza 27.10.2014 n. 22744

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONI UNITE CIVILI 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. ROVELLI Luigi Antonio - Primo Presidente f.f. - Dott. LUCCIOLI Maria Gabriella - Presidente Sezione - Dott. RORDORF Renato - Presidente Sezione - Dott. RAGONESI Vittorio - Consigliere - Dott. CAPPABIANCA Aurelio - Consigliere - Dott. NOBILE Vittorio - rel. Consigliere - Dott. SPIRITO Angelo - Consigliere - Dott. TRAVAGLINO Giacomo - Consigliere - Dott. D'ASCOLA Pasquale - Consigliere - ha pronunciato la seguente:  sentenza sul ricorso 27804/2013 proposto da:  L.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CRESCENZIO 20, presso lo studio dell'avvocato MENICACCI STEFANO, che lo rappresenta e difende, giusta delega a margine del ricorso;  - ricorrente -  contro AMBASCIATA DEGLI EMIRATI ARABI UNITI, in persona dell'Ambasciatore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA F.S. NITTI 11, presso lo studio dell'avvocato BERTUCCI BRUNO, che la rappresenta e difende, giusta delega a margine del controricorso;  - controricorrente - avverso la sentenza n. 7856/2013 della CORTE D'APPELLO di ROMA, depositata il 24/10/2013; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 07/10/2014 dal Consigliere Dott. VITTORIO NOBILE; udito l'Avvocato BRUNO BERTUCCI; udito il P.M. in persona dell'Avvocato Generale Dott. APICE Umberto, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso per quanto di ragione.

 Fatto SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso ex art. 414 c.p.c., L.A. chiedeva al Giudice del lavoro del Tribunale di Roma di accertare lo svolgimento, fin dal 1-7-1994, di mansioni superiori di impiegato consolare livello B3 del c.c.n.l. di categoria alle dipendenze della Ambasciata degli Emirati Arabi Uniti (qualifica riconosciutagli dal dicembre 1999), lamentando di non aver correttamente goduto delle ferie, di aver svolto lavoro straordinario non pagato, di non aver fruito dell'indennità di maneggio denaro ecc. Il ricorrente concludeva quindi per la condanna della Ambasciata convenuta al pagamento della somma di Euro 101.631,85, come da conteggi allegati al ricorso, oltre alla regolarizzazione contributiva e previdenziale.

L'Ambasciata si costituiva chiedendo il rigetto della domanda ed eccependo, tra l'altro, il difetto di giurisdizione del giudice italiano.

Il giudice adito, con sentenza n. 18413/2012 dichiarava il difetto di giurisdizione del giudice italiano e compensava le spese.

Con ricorso depositato il 23-11-2012 il L. proponeva appello avverso la detta sentenza chiedendone la riforma, con l'accoglimento della domanda, previa declaratoria della giurisdizione.

L'Ambasciata degli Emirati Arabi Uniti si costituiva resistendo al gravame.

La Corte d'Appello di Roma, con sentenza depositata il 24-10-2013, rigettava l'appello.

In sintesi la Corte territoriale, richiamato il principio della "immunità ristretta", rilevava che nella specie non si trattava di rapporto di lavoro avente per oggetto attività meramente ausiliarie e neppure ricorreva l'ipotesi di controversia che, benchè promossa da dipendente con funzioni istituzionali, comportasse una decisione incidente soltanto su aspetti patrimoniali, ma il cui accertamento non fosse idoneo ad interferire nell'esercizio delle dette funzioni.

In specie la Corte evidenziava, in conformità con quanto affermato dal primo giudice, che la particolare importanza e rilevanza delle mansioni, svolte a stretto contatto con l'Ambasciatore e connotate da un intenso elemento fiduciario, comportava necessariamente la necessità di attività istruttoria che avrebbe inciso sugli atti o comportamenti tenuti dallo Stato estero quali espressione dei suoi poteri sovrani di autorganizzazione.

Per la cassazione di tale sentenza il L. ha proposto ricorso con un unico complesso motivo.

L'Ambasciata degli Emirati Arabi Uniti ha resistito con controricorso.

Il L. ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto MOTIVI DELLA DECISIONE

Rileva il Collegio che nella fattispecie il ricorso va respinto, dovendo confermarsi il difetto di giurisdizione del giudice italiano, seppure correggendosi in parte la motivazione dell'impugnata sentenza, ex art. 384 c.p.c., u.c..

In primo luogo va rilevato che, in generale, questa Corte ha ripetutamente affermato il principio secondo cui "in tema di controversie inerenti ai rapporti di lavoro di personale delle ambasciate di Stati stranieri in Italia, ai fini dell'esenzione dalla giurisdizione del giudice italiano, in applicazione del principio consuetudinario di diritto internazionale dell'immunità ristretta, è necessario che l'esame della fondatezza della domanda del prestatore di lavoro non comporti apprezzamenti, indagini o statuizioni che possano incidere o interferire sugli atti o comportamenti dello Stato estero che siano espressione dei suoi poteri sovrani di autorganizzazione" (v. Cass. S.U. 13-2-2012 n. 1981, Cass. S.U. 17-1-2007 n. 880, Cass. S.U. Cass. S.U. 10-7-2006 n. 15628, Cass. S.U. 10-7-2006 n. 15626, Cass. S.U. 10-7-2006 n. 15620).

In specie è stato anche precisato che "l'esenzione dello Stato straniero dalla giurisdizione nazionale viene meno non solo nel caso di controversie relative a rapporti lavorativi aventi per oggetto l'esecuzione di attività meramente ausiliarie delle funzioni istituzionali del datore di lavoro convenuto, ma anche nel caso in cui il dipendente richieda al giudice italiano una decisione che, attenendo ad aspetti soltanto patrimoniali, sia inidonea ad incidere o ad interferire sulle funzioni dello Stato sovrano" (v. Cass. S.U. 9- 1-2007 n. 118, Cass. S.U. 18-6-2010 n. 14703, Cass. S.U. 26-1-2011 n. 1774, Cass. S.U. 25-3-2013 n. 7382).

Tali principi, peraltro, sono stati affermati anche alla luce della Convenzione di Vienna del 24 aprile 1963 sulle relazioni consolari, ratificata in Italia con l. n. 804 del 1967, (v. Cass. S.U. 21-4-1995 n. 4483, Cass. S.U. 20-4-1998 n. 4017, Cass. S.U. 27-5-1999 n. 313, Cass. S.U. n. 7382/2013 cit., concernenti l'applicazione dell'art. 43 della detta Convenzione), mentre è stato precisato che l'art. 31 della Convenzione di Vienna del 18 aprile 1961 sulle relazioni diplomatiche, resa esecutiva in Italia con la stessa legge n. 804 citata, fa riferimento all'agente diplomatico in proprio e non agli Stati esteri o alle loro rappresentanze (v. Cass. S.U. 27-11-2002 n. 16830).

Orbene, come è stato altresì da ultimo chiarito da queste Sezioni Unite (v. Cass. S.U. 18-4-2014 n. 9034), premesso che la questione in esame, (concernente l'ambito della immunità "relativa o ristretta"), riguarda direttamente il diritto internazionale pubblico, al quadro finora delineato devono aggiungersi sia le sentenze della Corte Europea dei diritti dell'uomo intervenute in materia (v. sentenze in caso Cudak c. Lituania del 23-3-1010, Guadagnino c. Italia e Francia del 18-1-2011 e Sabeh El Leil c. Francia del 29-6-2011), sia la adesione dell'Italia alla Convenzione di New York del 2 dicembre 2004, da ultimo sopravvenuta con legge del 14-1-2013 n. 5.

Seppure, infatti, l'entrata in vigore della nominata Convenzione non sia immediata (v. art. 30) e sia anche prevista la non retroattività della stessa (art. 64), non può trascurarsi che con le citate sentenze la Corte Europea, in sostanza, ha affermato che l'art. 11 della detta Convenzione riflette l'evoluzione del diritto consuetudinario nella materia e rileva anche come parametro della compatibilità dell'immunità giurisdizionale dello Stato convenuto con le garanzie del giusto processo.

In particolare, con la sentenza "Guadagnino" la Corte Europea ha affermato che "poichè i principi sanciti dall'art. 11 della Convenzione del 2004 sono parte integrante del diritto consuetudinario internazionale, essi impegnano l'Italia" e "la Corte ne deve tener conto, nel momento in cui appura se il diritto di accesso ad un tribunale sia stato rispettato".

Pertanto tali principi non possono essere trascurati anche nella presente sede.

Orbene il citato art. 11 ("Contratti di lavoro") prevede: al paragrafo 1. che "Sempre che gli Stati interessati non convengano diversamente, uno Stato non può invocare l'immunità giurisdizionale davanti a un tribunale di un altro Stato, competente in materia, in un procedimento concernente un contratto di lavoro tra lo Stato e una persona fisica per un lavoro eseguito o da eseguirsi, interamente o in parte, sul territorio dell'altro Stato"; al paragrafo 2, che "Il paragrafo 1 non si applica se:

a) l'impiegato è stato assunto per adempiere funzioni particolari nell'esercizio del potere pubblico;

b) l'impiegato è:

1) un agente diplomatico ai sensi della Convenzione di Vienna del 18 aprile 1961 sulle relazioni diplomatiche;

2) un funzionario consolare ai sensi della Convenzione di Vienna del 24 aprile 1963 sulle relazioni consolari;

3) un membro del personale diplomatico di una missione permanente presso un'organizzazione internazionale, o di una missione speciale, oppure è assunto per rappresentare uno Stato in occasione di una conferenza internazionale; o 4) una persona diversa che beneficia dell'immunità diplomatica;

c) l'azione ha per oggetto l'assunzione, la proroga del rapporto di lavoro o il reinserimento di un candidato;

d) l'azione ha per oggetto il licenziamento o la risoluzione del contratto di un impiegato e se, secondo il parere del capo dello Stato, del capo del governo o del ministro degli affari esteri dello Stato datore di lavoro, tale azione rischia di interferire con gli interessi dello Stato in materia di sicurezza;

e) l'impiegato è cittadino dello Stato datore di lavoro nel momento in cui l'azione è avviata, sempre che non abbia la residenza permanente nello Stato del foro; o f) l'impiegato e lo Stato datore di lavoro hanno convenuto diversamente per scritto, fatte salve considerazioni d'ordine pubblico che conferiscono ai tribunali dello Stato del foro la giurisdizione esclusiva in ragione dell'oggetto dell'azione".

In sostanza, come è stato evidenziato anche dalla Corte Europea, in via di principio in materia di contratti di lavoro non è applicabile la immunità giurisdizionale dello Stato estero. Tuttavia sussistono diverse eccezioni a tale principio, specificamente elencate nel citato art. 11 della Convenzione di New York (eccezioni da considerare, anch'esse, come "parte integrante del diritto consuetudinario internazionale", pur nella non immediata applicazione diretta della detta Convenzione) (v. Cass. S.U. n. 9034/2014 cit.).

Orbene osserva il Collegio che, nel caso in esame, seppure la controversia riguardi aspetti soltanto patrimoniali (pretese differenze retributive) e seppure non ricorra alcuna delle ipotesi di cui alle lettere dalla a) alla e) dell'art. 11 della Convenzione di New York citate (essendo, in specie, il L. - cittadino italiano - un semplice "impiegato consolare" e non un "agente diplomatico" o un "funzionario consolare" o un "membro del personale diplomatico di una missione permanente" o un rappresentante di uno Stato "in occasione di una conferenza internazionale" o una "persona diversa che beneficia dell'immunità diplomatica", e non risultando che lo stesso sia stato "assunto per adempiere funzioni particolari nell'esercizio del potere pubblico"...), certamente, comunque, ricorre l'ipotesi (già eccepita dall'Ambasciata degli EAU nella memoria di costituzione in primo grado e ribadita in appello e nell'odierno controricorso) della deroga convenzionale provata per iscritto in causa vertente su diritti disponibili (v. L. n. 218 del 1995, art. 4, comma 2), ipotesi, del resto, ora prevista anche dalla lettera f) del citato art. 11 della convenzione di New York.

Nella fattispecie, infatti, concernente pretese tutte disponibili (e suscettibili di conciliazione o transazione), il L. ha espressamente accettato e sottoscritto la deroga alla giurisdizione italiana in favore della giurisdizione degli Emirati Arabi uniti (vedi lettera di assunzione del 1-7-1994 dove il L. dichiara di "essere a conoscenza della applicabilità al presente rapporto della legge degli Emirati Arabi Uniti e della giurisdizione del giudice di tale Stato"; vedi contratti successivi del 1-1-1999 e del 19-7-2002 dove si stabilisce che "il Tribunale degli Emirati Arabi Uniti è l'Autorità competente a giudicare qualsiasi disputa tra le due parti riguardanti l'interpretazione di questo contratto";

vedi contratto del 1-1-2006 dove si stabilisce che il rapporto di lavoro è soggetto esclusivamente alla legge dello Stato degli Emirati Arabi Uniti ed è demandato alla giurisdizione esclusiva del detto Stato).

In tali sensi, e così correggendosi la motivazione dell'impugnata sentenza, va, quindi, respinto il ricorso.

In considerazione, poi, della complessità delle questioni e della novità della giurisprudenza di questa Corte relativa ai principi di cui alla Convenzione di New York, le spese vanno compensate tra le parti.

Infine, trattandosi di ricorso notificato successivamente al termine previsto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 18, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla citata L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 7 ottobre 2014.

Depositato in Cancelleria il 27 ottobre 2014
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LaPrevidenza.it, 07/11/2014

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