lunedý, 09 dicembre 2019

Il rapporto di lavoro subordinato tra la società ed uno dei soci è configurabile, in via eccezionale, in presenza di controllo gerarchico di un altro socio

Cassazione civile, sezione lavoro, Sentenza 5.4.2016 n. 6576

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. MANNA Antonio - Presidente - Dott. RIVERSO Roberto - Consigliere - Dott. TRICOMI Irene - rel. Consigliere - Dott. SPENA Francesca - Consigliere - Dott. BOGHETICH Elena - Consigliere - 

ha pronunciato la seguente:  SENTENZA

sul ricorso 16228-2013 proposto da:  Z.L., C.F. (OMISSIS), nella qualità di amministratore unico della G.A.M.I.T.A. di A.L. & c s.n.c., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ILDEBRANDO GOIRAN 23, presso lo studio dell'avvocato UGO SARDO, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato NEDO CORTI, giusta procura speciale per Notaio;  - ricorrente -  contro INPS - ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso L'AVVOCATURA CENTRALE DELL'ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati CARLA D'ALOISIO, ANTONINO SGROI, EMANUELE DE ROSE, LELIO MARITATO, giusta delega in atti;  - controricorrente - avverso la sentenza n. 1685/2012 della CORTE D'APPELLO di CATANZARO, depositata il 27/12/2012 R.G.N. 526/2011; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12/01/2016 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI; udito l'Avvocato SARDO UGO; udito l'Avvocati DE ROSE EMANUELE; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

1. La Corte d'Appello di Catanzaro, con la sentenza n. 1685 del 2012, depositata il 27 dicembre 2012, accoglieva in parte (sesto motivo di appello) l'impugnazione proposta dall'INPS nei confronti di Z.L., nella qualità di amministratore unico della società G.A.M.I.T.A. di Anania Luigi & C. snc, avverso la sentenza pronunciata tra le parti dal Tribunale di Lamezia Terme il 14 marzo 2011.

Il Tribunale aveva accolto la domanda di accertamento negativo dell'obbligo contributivo di cui al verbale ispettivo n. 5 del 12 giugno 1992, redatto nei confronti della Z. nella suddetta qualità di rappresentante legale.

La Corte d'Appello per l'effetto dichiarava valido ed efficace il verbale di accertamento in questione nella parte relativa alla simulazione di un rapporto di lavoro dipendente tra A.L., coniuge della Z. e la s.n.c. G.A.M.I.T.A., di cui era legale rappresentante la medesima Z..

La Corte d'Appello premette che grava sul socio che assume di aver instaurato a latere del rapporto associativo, un ulteriore e diverso rapporto di lavoro subordinato, la prova degli indici atti a far ritenere l'esistenza della subordinazione e cioè: che la prestazione non integri un conferimento previsto dal contratto speciale, e che l'attività lavorativa si svolga sotto il controllo gerarchico di un altro socio munito di poteri di supremazia.

Afferma, quindi, che i testi avevano posto in luce come l' A. osservava un orario di lavoro non inferiore a quello degli altri dipendenti, con mansioni di cuoco, e successivamente, dopo la chiusura della mensa, come barista. Tuttavia, nulla i testi riferivano circa fatti che potevamo essere sintomatici di un controllo gerarchico esercitato dall'unico altro socio Z. L., nelle forme ad esempio del potere disciplinare e direttiva.

A fronte di ciò, la documentazione in atti comprovava che la società era, sin dal 1989, costituita soltanto da due soci, Z.L., con la quota del 28 per cento, e A.L., con la quota del 72 per cento. L' A. era stato amministratore unico dal 1980 al 1981, anno nel quale, nel mese di novembre, era stata nominata in sua sostituzione la Z.. Quest'ultima, con atto notarile del 20 gennaio 1982, delegava al coniuge i poteri propri dell'amministratore unico, così sostanzialmente rimettendo allo stesso la gestione e l'organizzazione della società.

Tali elementi portavano la Corte d'Appello ad escludere il vincolo della subordinazione, atteso che non era stata dimostrata la sottoposizione al potere gerarchico, e la direzione e gestione dell'impresa erano interamente affidate all' A. medesimo.

3. Per la cassazione della sentenza resa in grado di appello ricorre Z.L., nella qualità di amministratore unico della società G.A.M.I.T.A. di A.L. & C. snc, prospettando due motivi di ricorso.

4. Resiste l'INPS con controricorso.

5. La ricorrente ha depositato memoria di costituzione di nuovo difensore.

Diritto

1. Con il primo motivo di ricorso è dedotta la violazione dell'art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione agli artt. 2094 e 2697 c.c., nonchè agli artt. 115 e 116 c.p.c..

Assume la ricorrente che spettava all'INPS dare dimostrazione giudiziale che il rapporto di lavoro subordinato formalmente esistente tra l' A. e la società G.A.M.I.T.A. snc, non era effettivo in quanto rientrante nell'ambito dell'attività resa in qualità di titolare, o comunque socio della snc. Nè la statuizione della Corte d'Appello poteva trovare conforto in ragione dell'orientamento giurisprudenziale che pone a carico di chi promuove un'azione di accertamento negativo, l'onere della prova dei fatti negativi, poichè tale indirizzo contrasta con la regola di cui all'art. 2697 c.c., aggravando ingiustificatamente la posizione di coloro che sono indotti a promuovere azioni di accertamento negativo.

L'acquisizione alla causa del solo verbale di accertamento ispettivo doveva ritenersi inidoneo a comprovare il credito vantato dall'INPS che avrebbe dovuto essere suffragato da elementi idonei a confortare la tesi dell'Istituto.

L'INPS, invece, si limitava ad affermare che il ruolo di socio e marito della legale rappresentante della società era assorbente d'ogni altro profilo. Ciò, tenuto anche conto del valore probatorio dei verbali ispettivi, limitato ai fatti avvenuti alla presenza del pubblico ufficiale o da lui compiuti.

2. Con il secondo motivo di ricorso è dedotta la violazione dell'art. 360 c.p.c., nn. 4 e 5; nullità della sentenza e/o sua invalidità per illogicità ed incongruenza della valutazione dei mezzi istruttori ammessi.

La Z., nella qualità, premettendo di non voler censurare le valutazioni del materiale probatorio rimesse al giudice del merito, deduce che la Corte d'Appello ha omesso, o non sufficientemente esaminato, una puntuale valutazione delle varie risultanze istruttorie acquisite agli atti, e, segnatamente, in sede di procedimento di primo grado. Si paleserebbe, nella specie, una motivazione apparente.

Richiama, quindi, le dichiarazioni rese dai testi D.F.P., G.N. e F.B., che avevano dichiarato vero che A.L. aveva prestato attività lavorativa alle dipendenze della società G.A.M.I.T.A. snc sotto le direttive dell'amministratore unico, rispettando l'orario di lavoro e percependo una retribuzione.

Ciò contraddiceva quanto affermato dalla Corte d'Appello: "nulla i testi riferivano circa fatti che potevamo esser sintomatici di un controllo gerarchico esercitato dall'unico altro socio".

3. Preliminarmente, vanno disattese le eccezioni di inammissibilità dei motivi formulate dall'INPS con riguardo alla violazione del principio di autosufficienza. Ed infatti, le censure, per come formulate, offrono una compiuta cognizione della controversia e del suo oggetto.

3.1. Va altresì premesso che, come eccepito dall'INPS, nel presente giudizio trova applicazione, ratione temporis, il testo vigente dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come risultante dalle modifiche introdotte dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 convertito dalla L. 7 agosto 2012, n. 134.

Trovano applicazione, pertanto, i principi enunciati dalle Sezioni Unite (cfr., Cass., S.U., nn. 8053 del 2014; 8054 del 2014; 9032 del 2014), secondo cui: la riformulazione dell'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 convertito dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall'art. 12 preleggi, come riduzione al "minimo costituzionale" del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l'anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all'esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali.

Tale anomalia si esaurisce nella "mancanza assoluta di motivi sotto l'aspetto materiale e grafico", nella "motivazione apparente", nel "contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili" e nella "motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile", esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di "sufficienza" della motivazione.

3.2. I motivi di ricorso devono essere trattati congiuntamente, in ragione della loro connessione. Gli stessi non sono fondati.

Va premesso che la contestazione del verbale ispettivo effettuata con il primo motivo di ricorso è del tutto generica, in quanto priva di riferimenti all'effettivo contenuto dello stesso e dunque alle circostanze in esso riportate che si intenderebbe contestare.

Si rileva, quindi che, come questa Corte ha avuto modo di affermare (Cass., n. 16917 del 2012, Cass., S.U., n. 18046 del 2010), anche in relazione al caso specifico di giudizio promosso per l'accertamento dell'insussistenza dell'obbligo contributivo preteso sulla base di un verbale ispettivo che è l'istituto previdenziale a dover dimostrare i fatti costitutivi del proprio credito, poichè ex art. 2697 c.c., l'onere di provare i fatti costitutivi del diritto incombe su colui che si proclama titolare del diritto stesso e che intende farlo valere, ancorchè venga convenuto in un giudizio di accertamento negativo.

Nella fattispecie in esame, tuttavia, viene in rilievo non un'inversione dell'onere della prova, ma l'accertamento in fatto riservato al giudice di merito compiuto dalla Corte d'Appello.

Quest'ultima, correttamente, con logica e coerente motivazione, ha valorizzato quanto l'INPS aveva dedotto a fondamento del disconoscimento del rapporto di lavoro subordinato, e cioè che l' A., socio (72 per cento) con la Z. (28 per cento) della società G.A.M.I.T.A. snc, era stato amministratore unico della medesima dal 1980 al 1981 e, successivamente, dal 1982 gli erano stati delegati, con atto notarile, dalla Z. divenuta amministratore unico, tutti i poteri della carica.

Tali circostanze non sono state contestate dalla ricorrente con gli odierni motivi di ricorso.

Rilevava il giudice di secondo grado che la prova per testi aveva posto in evidenza lo svolgimento da parte dell' A. di attività lavorativa con mansioni di cuoco, per un orario non inferiore a quello degli altri dipendenti, ma la stessa non riferiva circostanze in relazione ad un potere disciplinare o direttivo esercitato nei confronti dell' A. dall'altro socio Z., che all' A. aveva delegato le funzioni di amministratore unico.

Secondo i principi già affermati da questa Corte con la sentenza n. 4725 del 1999 (con riguardo alle società di capitali si v. la sentenza n. 24972 del 2013), nella società di persone che non siano enti giuridici distinti dai singoli soci, un rapporto di lavoro subordinato tra la società ed uno dei soci (che, assumendo la veste di dipendente, non perde i diritti connessi alla predetta qualità), è configurabile, in via eccezionale, nella sola ipotesi in cui il socio presti la propria attività lavorativa sotto il controllo gerarchico di un altro socio, e sempre che la predetta prestazione non integri un conferimento previsto dal contratto sociale.

Di tali indici, non vi è prova, atteso che come affermato dalla Corte d'Appello, tutti gli elementi acquisiti al giudizio, caratterizzanti l'esplicazione in concreto dell'attività dell' A., portavano certamente ad escludere la sussistenza del vincolo della subordinazione, atteso che per un verso non era stata dimostrata la sottoposizione ad un potere gerarchico, per altro verso la direzione e gestione dell'impresa apparivano totalmente affidate all' A. medesimo.

Peraltro, il richiamo effettuato dalla ricorrente, nel secondo motivo di ricorso, a quanto riferito dai testi D.F.P., G. N. e F.B. circa l'aver lavorato l' A. sotto le direttive dell'Amministratore unico, in ragione della genericità dell'affermazione, e tenuto conto del richiamato assetto societario che vedeva l'amministratore unico Z. delegare i propri poteri all' A., non è adeguato a incidere la congrua e corretta motivazione della Corte d'Appello.

4. Il ricorso deve essere rigettato.

5. Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in euro cento per esborsi, Euro quattromilacinquecento per compensi professionali, oltre accessori come per legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 12 gennaio 2016.

Depositato in Cancelleria il 5 aprile 2016
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LaPrevidenza.it, 13/05/2016