domenica, 24 gennaio 2021

Il pubblico dipendente adibito a funzioni di guardiaboschi in relaizone alle esperienze conseguite non può reclamare il demansionamento per non essere trasferito alla Polizia Municipale

Cassazione lavoro, Sentenza 29.10.2014 n. 23012

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE  

SEZIONE LAVORO 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. ROSELLI Federico - Presidente - Dott. NOBILE Vittorio - Consigliere - Dott. NAPOLETANO Giuseppe - Consigliere - Dott. DORONZO Adriana - Consigliere - Dott. LORITO Matilde - rel. Consigliere - ha pronunciato la seguente:  sentenza sul ricorso 16164-2008 proposto da:  M.S. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA G.B. MORGAGNI 2/A, presso lo studio dell'avvocato SEGARELLI UMBERTO, rappresentato e difeso dall'avvocato DI PAOLO MARIA, giusta delega in atti;  - ricorrente -  contro COMUNE DI TERNI P.I. (OMISSIS), in persona del Sindaco pro tempore, domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall'avvocato ALESSANDRO ALESSANDRO, giusta delega in atti;  - controricorrente - avverso la sentenza n. 5838/2007 della CORTE D'APPELLO di PERUGIA, depositata il 12/03/2008 R.G.N. 890/2004; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 24/09/2014 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO Gianfranco che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

M.S., dipendente del Comune di Terni con funzioni di coordinamento delle attività di vigilanza e controllo sul territorio che aveva conseguito a seguito di partecipazione a concorso interno per l'accesso alla sesta qualifica funzionale, si rivolse al Tribunale della stessa città chiedendo la condanna dell'ente locale al risarcimento del danno biologico e morale derivatogli da atti e comportamenti da esso assunti, reiterati nel tempo e tradotti in una sostanziale dequalificazione che aveva impedito l'espletamento delle mansioni di coordinamento del personale acquisite. All'esito della costituzione del Comune e dell'espletamento di attività istruttoria, il giudice adito, nel recepire la tesi attorea, condannò parte datoriale al pagamento della somma di Euro 28.850,00 a titolo di risarcimento danni.

Con sentenza 12/3/08 la Corte d'Appello di Perugia, a seguito di appello principale proposto dall'ente locale e di gravame incidentale spiegato dal M., in riforma della sentenza impugnata, respinse le domande tutte spiegate dal lavoratore a cui carico pose le spese di lite del doppio grado.

La Corte territoriale pervenne a tali conclusioni, per quel che qui interessa, sul rilievo che dalle risultanze istruttorie non erano emersi profili di illegittimità e conseguente lesività, per il lavoratore, dei vari provvedimenti adottati nei suoi confronti e tantomeno l'intenzione e l'attuazione di un disegno discriminatorio ed emarginativo volutamente e consapevolmente perseguito nei confronti del dipendente. Osservò in particolare la Corte come dai dati istruttori documentali e testimoniali raccolti, era emerso che legittimamente il M. era stato mantenuto presso il Servizio Guardaboschi, ove aveva svolto la sua carriera e non adibito al Servizio di Polizia Municipale ove egli riteneva di dover esser collocato, ciò rientrando nei poteri di organizzazione della P.A. che nella assegnazione, aveva valorizzato l'esperienza professionale acquisita dal dipendente.

I giudici del gravame negarono altresì la ravvisabilità, nella specie, degli estremi di una dequalificazione per mancanza di personale da coordinare, posto che il sia pur modesto numero di sottoposti, così come emerso alla stregua della attività istruttoria svolta, non impediva l'esercizio della funzione di coordinamento del personale coessenziale alla qualifica funzionale conseguita. Esclusero, in definitiva, l'esistenza di una finalità vessatoria nel comportamento assunto dalla parte datoriale, risultando smentito dagli atti l'ulteriore assunto di parte attorea secondo cui l'Amministrazione avrebbe tollerato atti di insubordinazione posti in essere nei suoi confronti da parte del personale sottoposto. Per la cassazione di tale pronuncia ricorre il M. con due motivi, trasfusi in quesiti di diritto e resistiti con controricorso dal Comune di Terni che ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

Con il primo motivo si denuncia violazione di legge ex art. 360, comma 1, n. 3 per avere la Corte territoriale delibato i comportamenti illegittimi assunti dal Comune e denunciati in primo grado, esclusivamente sotto il profilo del mobbing e della disciplina che lo regolamenta, piuttosto che della dequalificazione professionale e della violazione delle disposizioni di cui all'art. 2103 c.c.. nella cui ottica erano stati valutati dalla pronuncia del primo giudice, in conformità alla causa petendi che connotava il ricorso introduttivo del giudizio.

La articolata censura è priva di pregio.

Occorre, innanzitutto, premettere che fermo è il principio, nella giurisprudenza di questa Corte, secondo cui rientra nei poteri del giudicante rendere la pronuncia richiesta in base ad una ricostruzione dei fatti autonoma rispetto a quella prospettata dalle parti e ad una qualificazione giuridica degli stessi, diversa da quella invocata in atti, purchè non si sostituisca la domanda proposta con una diversa, modificandone i fatti costitutivi o fondandosi su di una realtà fattuale non dedotta e non allegata in giudizio (vedi Cass. 3 agosto 2012 n. 13945, Cass. 17 novembre 2010 n. 23215).

Mette conto, altresì, rilevare, che la problematica concernente la qualificazione della domanda proposta in primo grado, non risulta dibattuta in sede di merito, non avendo il ricorrente in alcun modo assolto all'onere sullo stesso gravante, di allegare l'avvenuta deduzione della questione nel pregresso grado di giudizio nè di indicare in quale atto essa sia stata sollevata (cfr. Cass. 9 luglio 2013 n. 17041).

E sempre in tale prospettiva, non può, inoltre, tralasciarsi di considerare come si palesi l'evidenza del difetto di autosufficienza del ricorso, in quanto privo di alcun completo riferimento agli atti del giudizio di primo grado dai quali evincere la pretesa diversità della causa petendi rispetto a quella acclarata dai giudici del gravame.

Per contro, dal tenore del controricorso, nel cui contesto sono stati riportati ampi stralci dell'atto introduttivo del giudizio di primo grado nonchè dell'appello incidentale, è emersa la piena rispondenza della qualificazione giuridica dei fatti elaborata dalla Corte territoriale, rispetto alla causa petendi ed al petitum mediato della azione, avendo il M. dedotto in ricorso ex art. 414 c.p.c., che il ripetersi dei descritti "comportamenti persecutori ed avvilenti" aveva "determinato una vera e propria emarginazione ed isolamento nel luogo di lavoro, cagionando traumi fisici e psichici e che la fattispecie consumata a suo danno con plurimi e variegati episodi non può che essere collocata nell'ambito del mobbing".

Di qui, l'infondatezza della doglianza, avendo la Corte di merito, come diffusamente riportato nello storico di lite, escluso l'esistenza di alcuna finalità vessatoria nel comportamento assunto dalla parte datoriale, in coerenza con le linee della causa petendi della azione qualificata come mobbing. Con il secondo mezzo di impugnazione si lamenta la violazione delle disposizioni del c.c.n.l. di settore, che si assume volto alla progressione in carriera dei dipendenti piuttosto che alla valorizzazione della professionalità come affermato dai giudici del gravame.

Si deduce altresì l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su fatti controversi e decisivi per il giudizio, per aver la Corte di merito tralasciato di considerare la documentazione da cui era desumibile il mancato espletamento di funzioni di coordinamento del personale da parte di esso ricorrente, il servizio cui era stato adibito essendo coordinato da altro personale collocato in posizione di superiorità gerarchica. Si lamenta, in sintesi, un vizio di motivazione in ordine alla questione della assegnazione del ricorrente al Servizio Guardaboschi, sulla corrispondenza delle mansioni ascrittegli rispetto alla qualifica superiore conseguita all'esito della procedura concorsuale oltre che sulla esegesi dei dati emersi alla stregua degli accertamenti medico-legali espletati nel corso del giudizio di merito.

La doglianza palesa innanzitutto, evidenti profili di inammissibilità, per la carente indicazione delle disposizioni di contratto asseritamente interpretate in modo erroneo e la assoluta genericità degli assunti sottesi alla censura medesima.

Inoltre, non può tralasciarsi di considerare che per costante giurisprudenza di questa Corte, i difetti di omissione e di insufficienza della motivazione sono configurabili soltanto quando dall'esame del ragionamento svolto dal giudice del merito e quale risulta dalla sentenza stessa impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico - giuridico posto a base della decisione.

Al contempo la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico - formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l'attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all'uno o all'altro dei mezzi di prova acquisiti (vedi fra le altre, Cass. 16 ottobre 2013 n. 23530).

Nel caso di specie, la Corte territoriale ha reso, nei termini riportati nello storico di lite, una motivazione perfettamente comprensibile e coerente con le risultanze processuali esaminate in ordine alla sussistenza della dedotta dequalificazione.

Posta l'inesistenza di un obbligo del Comune di assegnare il ricorrente ad un servizio diverso rispetto a quello in cui aveva maturato la propria esperienza professionale, si è infatti esclusa ogni ipotesi di demansionamento, essendo stato dimostrato per testi che il ricorrente esercitava il potere di coordinamento connesso alla qualifica rivestita nei confronti del personale addetto al servizio ed a lui sottoposto, oltre ad espletare funzioni vicarie del maresciallo maggiore ed ulteriori compiti di vigilanza che, associati alla funzione di coordinamento, costituivano elementi qualificativi delle mansioni superiori conferite al ricorrente all'esito della partecipazione alla procedura concorsuale per l'accesso alla sesta qualifica funzionale. Si è quindi rilevata, alla stregua dell'articolato compendio probatorio, l'infondatezza delle doglianze avanzate dal M. in ordine alla presunta tolleranza dell'ente in relazione ad atti di insubordinazione compiuti dai sottoposti nei suoi confronti, concludendosi, con apprezzamento del tutto congruo ed esente da vizi logici, per la insussistenza di indici significativi della vessatorietà dei comportamenti assunti dalla parte datoriale e denunciati come volti a rendere intollerabile, per il dipendente, il contesto lavorativo in cui operava.

Le ulteriori critiche formulate con riferimento alla statuizione della Corte territoriale in ordine alla insussistenza di alcun nesso eziologico fra la affezione psichica diagnosticata all'esito degli accertamenti medicolegali espletati in primo grado, e l'ambiente nel quale si era esplicata la propria prestazione lavorativa, oltre che connotate da un evidente difetto di autosufficienza, non essendo corredate dalla specifica riproduzione delle relazioni peritali alle quali si riferiscono, restano logicamente assorbite dalle considerazioni sinora esposte in ordine alla congruità delle statuizioni rese dai giudici del gravame sulla legittimità della condotta datoriale, in relazione alla quale non sono stati ravvisati profili di vessatorietà nei confronti del dipendente.

In definitiva, tenuto conto del ricordato ambito della facoltà di controllo consentita in sede di legittimità sulle questioni dibattute, deve concludersi che la decisione impugnata non resta scalfita dalle censure che le sono state mosse.

Il ricorso deve essere pertanto respinto.

Le spese del presente giudizio di Cassazione, per il principio della soccombenza, vanno poste a carico del ricorrente nella misura in dispositivo liquidata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 4.000,00 per competenze professionali, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 24 settembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 29 ottobre 2014
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LaPrevidenza.it, 11/11/2014

PAOLO SANTELLA
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