martedý, 22 ottobre 2019

Bancari: il premio fedeltà va computato nel Tfr

Cassazione, Sezione lavoro, sentenza 19.11.2015 n. 23701

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE LAVORO 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. STILE Paolo - Presidente - Dott. NAPOLETANO Giuseppe - rel. Consigliere - Dott. MANNA Antonio - Consigliere - Dott. DORONZO Adriana - Consigliere - Dott. TRICOMI Irene - Consigliere - 

ha pronunciato la seguente:  sentenza 

sul ricorso 26910/2011 proposto da: CASSA DI RISPARMIO DI VENEZIA S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZALE CLODIO 32, presso lo studio dell'avvocato SGOTTO CIABATTINI LIDIA, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati PAOLO TOSI e ANDREA UBERTI, giusta delega in atti;  - ricorrente -  

contro  

P.G. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE G. MAZZINI 144, presso lo studio dell'avvocato GIUDICE ANTONELLO, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato ALFREDO ZABEO;  - 
controricorrente - 

avverso la sentenza n. 513/2011 della CORTE D'APPELLO di VENEZIA, depositata il 26/08/2011 r.g.n. 156/2011; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 21/10/2015 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE NAPOLETANO; udito l'Avvocato UBERTI ANDREA; udito l'Avvocato ZABEO ALFREDO; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

La Corte di Appello di Venezia, confermando la sentenza del Tribunale di Venezia, accoglieva la domanda del lavoratore in epigrafe proposta nei confronti della Cassa di Risparmio di Venezia S.p.A. di cui era dipendente, diretta ad ottenere l'accertamento del suo diritto al computo nel TFR del premio di fedeltà previsto dalla contrattazione collettiva integrativa aziendale.

A base del decisum la Corte del merito poneva il fondante rilevo secondo il quale il premio di fedeltà andava computato nella base del calcolo del TFR poichè trovava la propria fonte nella protrazione dell'attività lavorativa per un certo tempo ed era rigorosamente collegato allo svolgimento del rapporto di lavoro sicchè aveva i requisiti di dipendenza dal rapporto stesso e di non occasionalità di cui all'art. 2120 c.c..

Aggiungeva, poi, la predetta Corte che dalle disposizioni dei CCNL del 1994 e del 1991 non si evinceva in modo certo ed inequivoco la volontà di escludere dal TFR un compenso, quale quello del premio di fedeltà, contraddistinto da uno scopo gratificativo e nel contempo connesso alla protrazione dell'attività lavorativa per un certo tempo. Avverso questa sentenza la Cassa di Risparmio di Venezia S.p.A. ricorre in cassazione sulla base di tre censure.

Resiste con controricorso la parte intimata.

Vengono depositate note illustrative.

Diritto

Con la prima censura la società ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione dell'art. 2120 c.c., art. 12 disp. att. gen., in combinato disposto con l'art. 28 CIA Carive del 3.4.1992, sostiene che il premio fedeltà previsto dall'art. 28 del CIA Carive 3.4.1992 avendo natura occasionale non può essere, ai sensi dell'art. 2120 cc,computato nel TFR. Con la seconda censura la società, allegando violazione dell'art. 112 c.p.c., in relazione alle norme contrattuali, prospetta che la Corte del merito si è pronunciata oltre i limiti del ricorso introduttivo del giudizio ignorando che solo nelle note conclusionali il lavoratore ha preso posizione in ordine all'art. 45 del CCNL ACRI 19.12.1994.

Con il terzo motivo, la società deducendo violazione dell'art. 45 del CCNL ACRI del 19.12.94 in relazione all'art. 2120 c.c., nonchè violazione degli artt. 1362, 1363 e 1366 c.c., in relazione all'art. 45 del CCNL ACRI 19.12.1994, critica la sentenza impugnata per aver i giudici di appello ritenuto che le parti sociali non abbiano inteso con la denunciata norma disciplinare anche la base di calcolo del TFR elencando quali voci computare e quindi escludendo quelle non contemplate.

La seconda censura non è scrutinabile poichè la società, in violazione del principio di autosufficienza non ha trascritto, almeno nella parte che interessa, il testo del ricorso introduttivo del giudizio così impedendo a questa Corte qualsiasi sindacato di legittimità.

Nè risulta osservato il disposto dell'art. 369 c.p.c., n. 4, che impone a pena d'improcedibilità, di depositare insieme al ricorso gli atti processuali sui - quali lo stesso si fonda.

Le altre censure, che in quanto strettamente connesse dal punto di vista logico giuridico vanno trattate unitariamente, sono infondate.

Occorre preliminarmente rilevare che, come affermato da questa Corte in plurime occasioni, l'abbandono da parte del legislatore del 1982 della nozione di "continuità" ravvisabile nel vecchio testo dell'art. 2121 c.c., e la sostituzione del sistema di determinazione del trattamento di fine rapporto non più basato, come in passato, sull'ultima retribuzione percepita, ma sulla sommatoria di quote di retribuzione annue accantonate, ha condotto la prevalente giurisprudenza a non assegnare rilievo alla ripetibilità e/o alla frequenza delle erogazioni ma a far leva sulla "qualità" dell'emolumento corrisposto, dando così rilevanza al titolo della erogazione, riscontrando detta connessione ogni volta che vi sia un collegamento tra un certo evento correlato al rapporto lavorativo e l'emolumento stesso: è stato dato, così, decisivo rilievo, come da ultimo annotato da Cass. 21 luglio 2014, n. 16591, alla derivazione eziologica tra erogazione della prestazione e rapporto lavorativo escludendo solo quelle prestazioni collegate a ragioni aziendali del tutto eventuali, imprevedibile e fortuite (cfr. ex plurimis, Cass. 5 giugno 2000, n. 7488; si veda anche Cass. 2 agosto 2002, n. 11607; id. 5 febbraio 2003, n. 1693; 9 aprile 2008, n. 9252; 21 aprile 2008, n. 10303).

Tra quest'ultime non può certo essere compreso il premio di anzianità la cui derivazione eziologica, come accertato dalla Corte del merito, dal rapporto lavorativo è evidente, con la conseguente sua computabilità nella base di calcolo del trattamento di fine rapporto; quindi, in mancanza di esplicita - esclusione, deve ritenersi facenti parte della base di calcolo del t.f.r.. Nè può sottacersi che questo giudice di legittimità ha già affermato che in tema di trattamento di fine rapporto, premesso che la nozione di retribuzione accolta dall'art. 2120 c.c., comma 2, prescinde dalla ripetitività regolare e continua e dalla frequenza delle prestazioni e dei relativi compensi, i quali vanno esclusi dal calcolo del trattamento di fine rapporto solo in quanto sporadici ed occasionali, tali essendo le prestazioni collegate a ragioni aziendali del tutto eventuali, imprevedibili e fortuite, il premio fedeltà è computabile nella base di calcolo ai fini della determinazione del trattamento medesimo, trovando la propria fonte di riferimento sostanziale nella protrazione dell'attività lavorativa per un certo tempo ed essendo rigorosamente collegato allo svolgimento del rapporto di lavoro, anche se non alla effettiva prestazione lavorativa (Cass. 9 aprile 2008, n. 9252).

Tanto premesso va evidenziato che se pure è fondata la tesi secondo la quale, ai sensi dell'art. 2120 c.c., comma 2, la contrattazione collettiva è abilitata a definire liberamente la retribuzione utile ai fini del calcolo del trattamento di fine rapporto, escludendovi o includendovi qualsiasi voce, spettando all'autonomia delle parti determinare il peso che questa forma di retribuzione differita deve assumere nell'economia del rapporto, tuttavia quando la contrattazione collettiva non disponga altrimenti si applica, pur con riferimento alle singole voci - in denaro o in natura - erogate a titolo non occasionale, la regola della onnicomprensività della retribuzione.

Analogamente va ritenuto quando la contrattazione collettiva non sia chiaramente ed univocamente espressiva della volontà delle parti contraenti a livello nazionale di escludere una determinata tipologia di emolumento dal computo del t.f.r. (cfr. Cass. 21 luglio 2014, n. 16591 cit.; Cass. 23 marzo 2001, n. 4251; id. 5 novembre 2003, n. 16618; 8 gennaio 2003, n. 96).

Nel caso di specie, non è revocabile in dubbio, che l'interpretazione fornita dalla Corte territoriale delle disposizioni contrattuali invocate dalla ricorrente, e cioè l'art. 40 del CCNL ACRI del 19.3.1987 e art. 45 del CCNL ACRI del 19.12.94, non contrastando affatto con il loro tenore letterale, sia corretta per quanto riguarda l'identificazione della comune intenzione delle parti trovando questa riscontro, ex art. 1362 c.c., u.c., nel successivo CCNL del 1999 (art. 65) dove le parti, a differenza della precedente contrattazione collettiva, definiscono la retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto con analitica elencazione dei singoli elementi utili.

Del resto questa Corte proprio con riferimento al settore del credito ha ritenuto corretta tale interpretazione, non senza sottolineare, condivisbilmente, che l'art. 65 CCNL del 1999, stipulato in sostituzione del precedente CCNL del 1994, nel prevedere una elencazione tassativa degli emolumenti che costituiscono la retribuzione annua di riferimento per il calcolo del TFR, stabilisce espressamente, all'u.c., che nei confronti del personale destinatario del contratto collettivo del 1994 continua ad applicarsi quest'ultimo contratto (Cfr. Cass. 6 marzo 2009, n. 5569; id. 15 marzo 2010, n. 6204), sicchè per detto personale è irrilevante il richiamato art. 65 quanto, al computo del premio di fedeltà nel TFR. Consegue che, muovendo dalla premessa della mancanza di un intervento derogatorio delle parti collettive, correttamente la sentenza impugnata ha fatto riferimento alle previsioni di legge, valutando la natura dei compensi in esame alla stregua del criterio di dipendenza dal rapporto e non di occasionalità.

Ed infatti, in tema di trattamento di fine rapporto, premesso che la nozione di retribuzione accolta dall'art. 2120 c.c., comma 2, prescinde dalla ripetitività regolare e continua e dalla frequenza delle prestazioni e dei relativi compensi, i quali vanno esclusi dal calcolo del trattamento di fine rapporto solo in quanto sporadici ed occasionali, tali essendo le prestazioni collegate a ragioni aziendali del tutto eventuali, imprevedibili e fortuite, il premio di anzianità erogato al lavoratore in occasione del 20^ anno di anzianità è computabile nella base di calcolo ai fini della determinazione del trattamento medesimo, trovando la propria fonte di riferimento sostanziale nella protrazione dell'attività lavorativa per un certo tempo ed essendo rigorosamente collegato allo svolgimento del rapporto di lavoro, anche se non alla effettiva prestazione lavorativa (si vedano Cass. 21 luglio 2014, n. 16591 cit.; id. 18 agosto 2004, n. 16171; id. 9 aprile 2008, n. 9252; 24 febbraio 2009, n. 4418).

Il ricorso in conclusione va rigettato.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese giudiziali liquidate in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 2.500,00 per compensi oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 21 ottobre 2015.

Depositato in Cancelleria il 19 novembre 2015
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LaPrevidenza.it, 30/11/2015