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Assistenza

Ai fini dell’accertamento della sussistenza del requisito reddituale per la pensione di inabilità agli invalidi civili assoluti assume rilievo anche il reddito del coniuge del disabile
(Sentenza Cassazione sezione lavoro n. 7320/13 del 22.3.2013 - Avvocato Sabrina Cestari)

La sentenza qui commentata riguarda la vexata quaestio dei limiti reddituali delle pensioni di inabilità civile.

Ricordiamo che, proprio ai fini del calcolo del requisito reddituale, nella recente circolare Inps n. 149/2012, l’Istituto aveva preso a riferimento, per gli invalidi civili al 100%, oltre al reddito personale anche quello del coniuge del disabile.

Invero, dopo le proteste delle associazioni di disabili, dei sindacati e l’intervento del Ministro Fornero, che aveva chiesto un approfondimento, l’Inps, con il messaggio n. 717 del 14/01/2013, aveva stabilito che: “In attesa della preannunziata nota ministeriale a chiarimento della complessa materia dei limiti reddituali delle pensioni di inabilità civile ed in considerazione di una interpretazione costituzionalmente orientata degli artt. 12 e 13 della legge n. 118/1971, si ritiene di non modificare l’orientamento amministrativo assunto a suo tempo dal Ministero dell’Interno (circ. Ministero dell’Interno n. 5 del 20.6.1980) e successivamente confermato nel tempo da questo Istituto all’atto del subentro nella funzione di erogazione delle provvidenze economiche per le minorazioni civili.”

Conseguentemente l’Inps, sia nella liquidazione dell’assegno ordinario mensile di invalidità civile parziale, sia per la pensione di inabilità civile, aveva continuato a far riferimento al reddito personale dell’invalido.

Ora la Cassazione con la recentissima sentenza n. 7320/12 del 22/03/2013 interviene nuovamente sul punto a seguito dell’impugnazione, da parte di una disabile, della pronuncia della Corte d’Appello di Roma, che aveva confermato la sentenza del Tribunale di Tivoli di rigetto della sua domanda volta ad ottenere l’accertamento del diritto alla pensione di inabilità di cui all’articolo 12 della legge n. 118/71. Il ricorso era stato respinto dalla Corte d’Appello in quanto i redditi della disabile, cumulati con quelli del coniuge, superavano i limiti stabiliti dalla legge per l’ottenimento del beneficio richiesto. Secondo la Corte d’Appello, ai fini del requisito reddituale, doveva tenersi conto anche del reddito del coniuge dell’invalido, secondo quanto stabilito dall’articolo 14 septies, quarto comma, della legge n. 33/1980, non potendo trovare applicazione la regola stabilita nel successivo quarto comma dello stesso articolo ai fini della corresponsione dell’assegno mensile di cui agli articoli 13 e 17 della legge n. 118/1971, ovvero l’esclusione del cumulo dei redditi percepiti da altri componenti del nucleo famigliare del disabile.Secondo la Corte d’Appello, inoltre, non avevano valenza alcuna la prassi o le circolari adottate dall’Inps.

La disabile ricorrendo in Cassazione ha sostenuto, in primis, che lo stesso Istituto previdenziale ha considerato per anni e continua a considerare, ai fini del requisito reddituale del beneficio de quo, il solo reddito personale e ha rilevato, altresì, che l’esame dei lavori parlamentari relativi alla legge n 33/1980 conferma la bontà della suddetta interpretazione. Secondo l’invalida, inoltre, in base ad un’interpretazione costituzionalmente orientata della normativa di riferimento, anche ai fini della pensione di inabilità, occorre dare rilievo solo al reddito personale dell’invalido, così come la normativa dispone espressamente per il riconoscimento dell’assegno.

In subordine la ricorrente ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 14 septies, quinto comma, della legge n. 33/1980 in relazione agli articoli 3, 29, 31, 32, 38 della Costituzione.

La Suprema Corte, nella sentenza qui commentata, ha preliminarmente escluso che, nel caso di specie, ricorrano i presupposti per l’intervento delle Sezioni Unite, invero, secondo la Corte, le conclusioni espresse nelle precedenti sentenze della stessa Corte (nn. 5003/2011 e 4677/2011) costituiscono il risultato di una considerazione e valutazione compiuta delle disposizioni normative che si sono succedute nel tempo e di una ricostruzione del loro significato che appare la più aderente al loro dato testuale ed alla complessiva ratio dell’intervento legislativo in materia.

Tali principi sono stati poi condivisi, sottolinea la Corte, da tutta la successiva giurisprudenza (Cass. nn. 4806/2012; 10276/2012; 10658/2012).

Ai fini della decisione la Cassazione ha esaminato poi la disciplina normativa succedutasi nel corso degli anni in materia.

Nel dettare le norme in relazione alle provvidenze a favore degli invalidi civili la legge n. 118/1971 ha previsto la concessione di una pensione di inabilità, per i soggetti maggiori di 18 anni con accertata totale inabilità lavorativa (art. 12) e la corresponsione, per periodi di incollocamento al lavoro, di un assegno mensile ai soggetti di età compresa tra il diciottesimo ed il sessantaquattresimo anno, con capacità lavorativa ridotta in misura superiore ai due tersi (art. 13).

Le condizione economiche richieste dalla legge per l’assegnazione di entrambe le descritte prestazioni, evidenzia la Cassazione, erano le medesime: l’art. 12 comma 2, facendo riferimento a quelle stabile dalla legge n. 153/1969, articolo 26 e, a sua volta, l’articolo 13 comma 1, prevedendo la concessione dell’assegno mensile “con le stesse condizioni e modalità previste per l’assegnazione della pensione di cui all’articolo predente”. Considerando, quindi, quanto previsto dall’articolo 26 della legge n. 153/1969 (norma, quest’ultima che stabilisce le condizioni economiche richieste per la pensione sociale), l’invalido, per aver diritto alla pensione di inabilità, come pure all’assegno mensile, non doveva essere “titolare di redditi, a qualsiasi titolo, di importo pari o superiore a lire 156.000 annue” (così il testo originario dell’articolo 26 della legge citata).

Successivamente il d.l. n. 30/1974 (convertito nella legge n. 114/1974) intervenne per elevare l’importo annuo della pensione di inabilità e quello mensile dell’assegno (art. 7), ribadendo (art. 8) che le condizioni economiche per le provvidenze agli invalidi civili e, quindi, tanto per la pensione di inabilità che per l’assegno mensile, “sono quelle previste nel precedente art. 3 per la concessione della pensione sociale” e, nel contempo, stabilendo (appunto nell’art. 3, dettato in parziale sostituzione della legge n. 153/1969 articolo 26 cit.) che le condizioni economiche necessarie per la concessione della pensione sociale consistevano nel possesso di redditi propri per un ammontare non superire a lire 336.050 annue, ovvero, in caso di soggetto coniugato, di un reddito, cumulato con quello del coniuge, non superiore a lire 1.320,000 annue.

Con il successivo intervento di cui alla legge n. 19/1977, articolo unico, (di conversione con modificazioni del d.l. n. 850/1976) i limiti di reddito di cui al decreto legge n. 30/1974, art. 8, furono elevati a lire 3.120.000 annui, ma esclusivamente per la pensione di inabilità.

Per gli invalidi parziali dovevano, quindi, ritenersi ancora vigenti i limiti reddituali previsti dal decreto legge n. 30/1974 articolo 3, come modificati dalla legge n. 160/1975 articolo 3.

Secondo la Cassazione, l’intervento legislativo in parola non incideva, tuttavia, sul principio di sistema per cui il limite reddituale andava determinato tenendosi conto del cumulo del reddito dei coniugi sia per la pensione che per l’assegno, mutando soltanto ed esclusivamente per la pensione di inabilità l’importo massimo da considerate ai fini della verifica del superamento o meno del suddetto limite.

Successivamente il Legislatore, nel convertire il decreto legge n. 663/1979 attraverso la legge n. 33/1980, aggiunse la disposizione dell’articolo 14 septies, con la quale vennero elevati nuovamente i limiti di reddito di cui al decreto legge n. 30/1974 articolo 8, e contestualmente venne stabilito che per l’assegno mensile in favore dei mutilati e invalidi civili di cui alla legge n. 118/1971 articoli 13 e 17, il limite di reddito da considerare era fissato nell’importo di lire 2.500.000 annue, anch’esso rivalutabile annualmente e “da calcolare con esclusione del reddito percepito da altri componenti del nucleo familiare di cui il soggetto interessato fa parte”.  La succitata disposizione, secondo la Suprema Corte, non può essere interpretata nei senso di cui alle sentenze della stessa Cassazione nn. 18825/2008, 7259/2009, 20426/2010. Le suddette pronunce avevano affermato che, dopo l’introduzione dell’articolo 14 septies citato, anche per la pensione di inabilità doveva farsi esclusivo riferimento al reddito personale dell’assistito.

Nella sentenza qui commentata la Cassazione, al contrario, ritiene che debba condividersi il diverso principio, espresso da un più risalente indirizzo della Corte (Cass. nn. 16363/2002, 16311/2002, 12266/2003, 14126/2006 e 13261/2007), secondo cui “Ai fini dell’accertamento del requisito reddituale previsto per l’attribuzione della pensione di inabilità prevista dalla legge n. 118/1971 articolo 12, deve tenersi conto anche della posizione reddituale del coniuge dell’invalido, secondo quanto stabilito dalla legge n. 33/1980 articolo 14 septies comma 4, in conformità con i generali criteri del sistema di sicurezza sociale, che riconoscono alla solidarietà familiare una funzione integrativa dell’intervento assistenziale pubblico, non potendo invece trovare applicazione la regola stabilita dallo stesso articolo 14 septies successivo comma 5 solo per l’assegno mensile di cui alla legge n. 118/1971 della esclusione dal computo dei redditi percepiti da altri componenti del nucleo familiare dell’interessato”.

Secondo la Suprema Corte, infatti, l’intervento attuato dal legislatore con l’articolo 14 septies comma 5, è chiaramente inteso a equilibrare le posizioni dei mutilati e invalidi civili parziali a seguito dell’innalzamento del limite reddituale previsto esclusivamente per gli invalidi civili assoluti dalla legge n. 19/1977.

Attualmente, sottolinea la Corte, la divaricazione si è notevolmente ampliata in quanto, secondo le tabelle Inps, il limite reddituale stabilito per la pensione agli invalidi civili totali è quasi tre volte superiore a quello indicato per l’assegno mensile agli invalidi civili parziali a parità di importo mensile della prestazione.

La suddetta norma, inoltre, rappresenta, a parere della Cassazione, una deroga all’orientamento generale della legislazione in tema di pensioni di invalidità e di pensione sociale, in base al quale il limite reddituale va determinato tenendosi conto del cumulo del reddito dei coniugi (Corte Cost. sent. nn. 769/1988, 751/1991, 454/1992) e, di conseguenza, non esprime un principio generale con il quale dovrebbero essere coerenti le disposizioni particolari. Del resto la sua stessa formulazione letterale, che fa menzione del solo assegno, fino a quel momento equiparato alla pensione di inabilità quanto alla regola del cumulo con i redditi del coniuge, non può che far concludere nel senso che la prestazione prevista per gli invalidi civili assoluti sia rimasta assoggettata alla regola del cumulo.

Successivamente, evidenzia la Cassazione, con la legge n. 412/1991 articolo 12, la distinzione tra le due prestazioni continua ad essere mantenuta, disponendo la norma che, con effetto dal primo gennaio 1992, ai fini dell’accertamento della condizione reddituale per la concessione delle prestazioni assistenziali agli invalidi civili, si applica il limite di reddito individuale stabilito per la pensione sociale, con esclusione, tuttavia, degli invalidi totali.

Per questi motivi, secondo la Suprema Corte, non è condivisibile l’assunto della ricorrente secondo cui l’abrogazione delle disposizioni legislative incompatibili, stabilita dalla legge n. 33/1980 articolo 14 septies, comma 7, impedirebbe la sopravvivenza, per la sola pensione, della disposizione concernente il cumulo disposta dalla legge n. 153/1969, infatti, l’abrogazione non riguarda direttamente quest’ultima norma, bensì le disposizioni legislative che vi avevano fatto richiamo ai fini dell’assegno mensile e che, come tali, risultavano in contrasto con l’espressa esclusione di tale cumulo.

Per quanto concerne i lavori preparatori della legge n. 33/1980, citati a sostegno della propria tesi dalla disabile, la Cassazione ne afferma l’irrilevanza, atteso che gli ordini del giorno accettati come raccomandazione dal Governo non si sono poi tradotti in provvedimenti legislativi di contenuto contrario a quello esplicitato dalla normativa di riferimento.

La Corte ha escluso, altresì, la rilevanza delle difformi prassi applicative adottate in sede amministrativa dall’Inps.

Infine, la Cassazione ha rilevato che l’articolo 13 della legge n. 18/1971, che come sopra ricordato disciplina l’assegno mensile di invalidità, è stato recentemente sostituito ad opera della legge n. 247/2007, articolo 1, comma 35, il quale, testualmente stabilisce che: “agli invalidi civili di età compresa tra il diciottesimo e il settantaquattresimo anno nei cui confronti sia accertata una riduzione della capacità lavorativa, nella misura pari o superiore al 74 per cento, che non svolgono attività lavorativa e per il tempo in cui tale condizione sussiste, è concesso a carico dello Stato ed erogato dall’Inps, un assegno mensile di euro 242,84 per tredici mensilità con le stesse condizioni e modalità previste per l’assegnazione della pensione di cui all’articolo 12”.

A parere della Corte tale intervento normativo ripristina il collegamento tra le due prestazioni assistenziali quanto alle “condizioni” richieste per la loro assegnazione, tuttavia, il prendere a riferimento le “condizioni stabilite per l’assegnazione della “pensione di cui all’articolo 12”, determinare cioè una equiparazione che si vuole modulata sulla disciplina propria della prestazione prevista per gli invalidi civili assoluti, è di per sé, indicativo del fatto che tale disciplina, anche per quanto riguarda le condizioni reddituali rilevanti, è diversa da quella nel frattempo dettata per l’assegno mensile, non avendo altrimenti senso una simile formulazione normativa qualora le condizioni reddituali richieste per la pensione di inabilità fossero le stesse previste per l’assegno

In ordine alla questione di costituzionalità sollevata dalla ricorrente la Cassazione ne ha affermato l’infondatezza con riferimento a tutti i precetti costituzionali richiamati.

In particolare, con riferimento agli articolo 3 e 38 della Costituzione, in quanto notevolmente diverso è l’importo del reddito previsto dall’articolo 14 septies della legge n. 33/1980 per gli invalidi civili totali e parziali, fatto che vale ad escludere, un’identità di ratio nella tutela che si è voluta apprestare con le due provvidenze, evidentemente graduate in esito a una complessa valutazione delle situazioni di bisogno delle varie categorie, attuata dal Legislatore tenendo conto di vari elementi concorrenti.

In relazione, invece, alle norme costituzionali poste a tutela della famiglia, la Cassazione evidenzia che il reddito familiare, a seguito della sostituzione del testo dell’articolo 13 della legge n 118/1971 ad opera dell’articolo 1 comma 35 della legge n. 247/2007, costituisce necessario parametro di riferimento anche per la concessione dell’assegno mensile, consistendo la provvidenza in questione (cfr. sentenza Corte Cost. n. 187/2010) in una erogazione destinata non già ad integrare il minor reddito dipendente dalle condizioni soggettive della persona invalida (come aveva ritenuto con riferimento al precorso regime la giurisprudenza di questa Corte e della stessa Corte Costituzionale), ma a fornire all’invalido allo stesso modo che la pensione di inabilità, un minimo di “sostentamento” atto ad assicurarne la sopravvivenza.

Il principio di diritto affermato, quindi, dalla Cassazione nella sentenza qui commentata è il seguente: “Deve …… ritenersi giuridicamente corretto l’orientamento ermeneutico ……….. in base al quale, ai fini dell’accertamento della sussistenza del requisito reddituale per l’assegnazione della pensione di inabilità agli invalidi civili assoluti, di cui alla L. n. 118 del 1971, art. 12, assume rilievo non solamente il reddito personale dell’invalido, ma anche quello (eventuale) del coniuge del medesimo, onde il beneficio va negato quando ……….. l’importo di tali redditi, complessivamente considerati, superi il limite determinato con i criteri indicati dalla norma in parola”.

Conseguentemente la Cassazione ha rigettato il ricorso della disabile.

Alla luce della sentenza de qua, le associazioni dei disabili ed i sindacati, preoccupate in ordine alle sue possibili ripercussioni, stanno chiedendo un intervento del Legislatore.

Avvocato Sabrina Cestari

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LaPrevidenza.it, 02/04/2013

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