lunedž, 09 dicembre 2019

Amianto: la certificazione Inail attestante la malattia professionale determina il riconoscimento della rivalutazione contributiva nella misura di 1,5 del periodo di esposizione

Cassazione civile sez. VI, sentenza 8.9.2015 n. 17799

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SESTA CIVILE  SOTTOSEZIONE L 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. CURZIO Pietro - Presidente - Dott. ARIENZO Rosa - rel. Consigliere - Dott. FERNANDES Giulio - Consigliere - Dott. GARRI Fabrizia - Consigliere - Dott. MANCINO Rossana - Consigliere

ha pronunciato la seguente:  ordinanza 

sul ricorso 26657-2013 proposto da: INPS - ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del Direttore Centrale Entrate, e legale rappresentante pro tempore, in proprio e quale procuratore speciale della SOCIETA' DI CARTOLARIZZAZIONE DEI CREDITI INPS (SCCI) SPA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l'AVVOCATURA CENTRALE DELL'ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati PREDEN SERGIO, CALIULO LUIGI, CARCAVALLO LIDIA, PATTERI ANTONELLA giusta procura speciale a margine del ricorso;  - ricorrente -  contro  S.G., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall'avvocato POZZA MASSIMO giusta procura speciale a margine del controricorso;  - controricorrente - avverso la sentenza n. 403/2013 della CORTE D'APPELLO di TORINO del 27/03/2013, depositata il 04/04/2013; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 19/05/2015 dal Consigliere Relatore Dott. ARIENZO ROSA; udito l'Avvocato PATTERI Antonella difensore del ricorrente che si riporta agli scritti.

Fatto

Con sentenza del 4.4.2013, la Corte d'appello di Torino, in accoglimento del gravame proposto da S.G., dichiarava il diritto del predetto alla rivalutazione contributiva per il coefficiente 1,5 ai sensi della L. n. 257 del 1992, art. 13 per il periodo 24.9.1973 - 6.8.2007 e conseguentemente condannava l'INPS ad effettuare tale rivalutazione.

Rilevava la Corte che il S. aveva presentato all'INAIL la domanda di certificazione di esposizione ad amianto in data 20.9.2002 e quindi prima del 2.10.2003, per cui non operavano le modificazioni introdotte dal D.L. n. 269 del 2003, che non riguardavano chi, come l'appellante, avesse già maturato alla data del L. n. 10 del 2003 il diritto al trattamento pensionistico o che, entro tale data, avesse già avanzato domanda di riconoscimento dell'esposizione all'INAIL. Aggiungeva che, in ogni caso, anche a prescindere da tali considerazioni, neppure l'applicazione del D.M. 27.10.2004 richiamato dal Tribunale poteva portare a ritenere intervenuta la decadenza prevista dal co. 5 della L. n. 326 del 2003, art. 47, in quanto l'obbligo di ripresentare entro 180 gg., ossia entro il 15.6.2005, una nuova domanda all'Istituto assicuratore era previsto solo per coloro che non vi avessero già provveduto. Il S. ben prima del 2.10.2003 aveva presentato domanda all'INAIL, onde non aveva l'onere di presentare nuova istanza.

Neanche l'eccezione di decadenza triennale di cui al D.P.R. n. 639 del 1970, era, poi, fondata, per avere l'appellante proposto l'azione giudiziaria solo in data 6.8.2007, nulla avendo l'INPS specificato al riguardo ed essendosi riferito unicamente alla domanda di certificazione presentata all'INAIL il 20.9.2002.

L'eccezione era infondata perchè il termine triennale era previsto solo in relazione alla comunicazione della decisione del ricorso pronunciata dagli organi dell'INPS e non era possibile alcuna commistione con la domanda di certificazione dell'esposizione all'amianto presentata all'INAIL, in relazione alla quale non erano previsti termini procedimentali di sorta.

Infine, secondo la Corte del merito, non erano applicabili ratione temporis il D.L. n. 98 del 2011, art. 38, comma 1 lett. d) conv. in L. n. 111 del 2011 e la decadenza di cui alla L. n. 247 del 2007.

Nel merito, rilevava che non era contestato dall'INPS l'esposizione del S. ad amianto, sia pure al di sotto dei limiti di 100 fibre/litro per il periodo 20.9.1973 - 31.12.1992, e che ciò non era ostativo al riconoscimento del beneficio, essendo risultato l'appellante affetto da malattia professionale.

Per la cassazione di tale decisione ricorre l'INPS, affidando l'impugnazione ad unico motivo, cui resiste, con controricorso, il S..

Sono seguite le rituali comunicazioni e notifica della relazione redatta ai sensi dell'art. 380 bis c.p.c., unitamente al decreto di fissazione della presente udienza in Camera di consiglio.

L'istituto denunzia violazione della L. 27 marzo 1992, n. 257, art. 13, commi 7 ed 8, violazione della L. n. 350 del 2003, art. 3, comma 132, falsa applicazione del D.L. n. 269 del 2003, art. 47, convertito con L. n. 326 del 2003, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3, osservando che la Corte di appello ha erroneamente ritenuto non necessario un assoggettamento "qualificato", ossia superiore al limite dei 100 fibre per litro ad asbesto, valorizzando la circostanza che il S. era risultato affetto da malattia professionale, e che tale convincimento non sia conforme a diritto.

Osserva che nella specie non è, invero, applicabile, come del resto riconosciuto dalla stessa Corte di Torino, la disciplina di cui al D.L. n. 269 del 2003, art. 47, che prevede che tale soglia non sia richiesta per i lavoratori per cui sia stata accertata una malattia professionale, non senza considerare che non poteva neanche aversi riguardo a quanto previsto della L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 7, essendo la prestazione richiesta in causa quella di cui della L. n. 257 del 1992, comma 8.

Il motivo è destituito di giuridico fondamento.

Ed invero, la norma di cui alla L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 7, richiamata dal giudice del gravame - v. pag 17 della sentenza impugnata -, non fa riferimento ad un periodo minimo di esposizione, nè a limiti della soglia di esposizione a fibre di amianto, per cui la fattispecie si perfeziona con la sola certificazione dell'insorgenza della malattia professionale, documentata dall'Inail, senza alcun limite temporale, e senza la necessità di dedurre e provare che vi sia stata una esposizione qualificata pari o superiore alle 100 nella media delle otto ore lavorative.

Benchè anche il comma successivo non preveda i suddetti valori idonei a far ritenere il carattere qualificato dell'esposizione, è pacifico che per i soggetti cui si riferisce tale comma (nel testo risultante dalle modifiche apportate dal D.L. n. 169 del 1993, art. 1, comma 1, convertito nella L. n. 271 del 1993) l'attribuzione del beneficio richiede che il lavoratore sia stato adibito per oltre un decennio a mansioni comportanti un effettivo e personale rischio morbigeno a causa della presenza, nei luoghi di lavoro, di una concentrazione di fibre di amianto che, per essere superiore ai valori limite indicati dal D.Lgs. n. 277 del 1991, art. 24 e successive modifiche, renda concreta e non solo presunta la possibilità del manifestarsi delle patologie che la sostanza è idonea a generare (cfr., tra le altre, Cass. 28.7.2010 n. 17632).

Tuttavia, con riferimento a quanto previsto del L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 7, sia la considerazione che l'insorgenza di malattia professionale derivante dall'esposizione ad amianto (come accertata nella specie) è tale da rendere inoperante la presunzione rafforzata di cui al successivo comma rispetto all'evidenza della contrazione di patologia generata proprio dalla detta esposizione, sia la espressa previsione nella normativa successiva (D.L. n. 269 del 2003 conv.

dalla L. n. 326 del 2003) della inapplicabilità del limite dell'esposizione all'amianto, in concentrazione media annua non inferiore a 100 fibre/litro come valore medio su otto ore al giorno ai lavoratori per i quali sia stata accertata una malattia professionale a causa dell'esposizione all'amianto, confortano la conclusione suddetta.

Deve, pertanto affermarsi il principio alla cui stregua ai lavoratori occupati presso imprese che utilizzano amianto, per i quali è documentata dall'INAIL una malattia professionale da amianto, deve essere riconosciuto, sia ai fini del diritto, che della misura della pensione, il beneficio della maggiorazione per l'1,5 del periodo di esposizione certificato dall'INAIL, indipendentemente sia dalla durata dell'esposizione, sia dalla natura qualificata delle stessa, derivante dai valori di concentrazione delle fibre di amianto rapportata alla durata giornaliera dell'esposizione stessa con riferimento ad una media annuale .

Va, poi, ritenuto che, sebbene l'istituto ricorrente affermi che la domanda, per come prospettata nel ricorso introduttivo, avesse riguardo ai benefici di cui alla L. n. 257 del 1992, è pur vero che nella sentenza impugnata si precisa che l'appellante aveva depositato in grado di appello certificato rilasciatogli dall'INAIL il 26.8.2011 - ritenuto dalla Corte del merito utilmente e ritualmente depositato in sede di gravame, per essere la sua formazione successiva alla pronuncia della sentenza del Tribunale - che attestava l'esistenza in capo al S. di una malattia professionale comportante una menomazione dell'integrità psico fisica del 6%, costituita da "inspessimenti pleurici bilaterali da esposizione ad amianto con sfumata ripercussione funzionale".

Rispetto ad un tale ampliamento del quadro probatorio, determinato dal rilascio di tale certificazione e dalla relativa produzione in giudizio, non risulta che l'appellato istituto abbia mosso alcuna contestazione idonea a sostenere la mancata accettazione del contraddittorio, nè il motivo di ricorso risulta prospettato specificamente e formalmente in termini di ultrapetizione, con richiamo all'art. 112 c.p.c. ed all'art. 360 c.p.c., n. 4, sicchè deve ritenersi che la decisione non sia scalfita dai rilievi mossi alla stessa nella presente impugnazione, anche ove si consideri che la censura ha ad oggetto più precipuamente l'inapplicabilità al caso di specie della disciplina introdotta dal decreto legge 269/03, pacificamente non applicata dal giudice del gravame.

Ogni questione relativa alla necessità di verificare la soglia di cui all'art. 24 del D.Lgs. n. 177 del 1991 attiene alla prospettazione di una violazione del L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8, , laddove la decisione inequivocabilmente si fonda sull'applicazione del comma precedente del medesimo articolo, con la conseguenza che è inconferente la censura nei termini anzidetti formulata.

In ogni caso, anche ove si ritenesse che l'accoglimento della domanda sia avvenuto ai sensi di una norma diversa da quella asseritamente posta fondamento della pretesa (il ricorso non è autosufficiente riguardo alla precisa delimitazione della iniziale domanda), è sufficiente osservare che l'accertamento della malattia professionale escludeva, in base a quanto sopra affermato, ogni verifica in ordine al limite temporale dell'esposizione ed alla soglia della stessa, essendo ogni altro profilo esaminato, ivi compreso quello attinente alla decadenza, comune alle due fattispecie legali, ed essendo l'attività lavorativa svolta dal S. pacificamente soggetta all'assicurazione obbligatoria gestita dall'INAIL. L'accertamento in fatto ed in diritto compiuto è, pertanto, del tutto idoneo a sorreggere il decisum, non essendo necessario che la esposizione per tutto il periodo accertato dalla c.t.u. fosse "qualificata".

Le svolte considerazioni conducono al rigetto del ricorso.

Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza dell'INPS e si liquidano come da dispositivo. Delle stesse va disposta la distrazione in favore del difensore dichiaratosi antistatario.

La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell'applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l'applicazione dell'ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l'obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo - ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione - del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l'impugnante, dell'impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell'ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell'apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione (così Cass., Sez. Un., n. 22035/2014).

Diritto 

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna l'INPS al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 4000,00 per compensi professionali, Euro 100,00 per esborsi, oltre accessori come per legge, nonchè al pagamento delle spese generali in misura del 15%, con attribuzione all'avv. Pozza Massimo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 19 maggio 2015.

Depositato in Cancelleria il 8 settembre 2015
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LaPrevidenza.it, 26/01/2016