lunedž, 25 gennaio 2021

La diagnosi di ispessimenti pleurici unita alla variazione di tipologia lavorativa sono elementi determinanti per l'individuazione del nesso causale

Cassazione civile sez. lavoro, sentenza 31.10.2014 n. 23207

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE 
SEZIONE LAVORO 

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. VIDIRI Guido - Presidente - Dott. VENUTI Pietro - rel. Consigliere - Dott. AMOROSO Giovanni - Consigliere - Dott. BANDINI Gianfranco - Consigliere - Dott. NAPOLETANO Giuseppe - Consigliere - ha pronunciato la seguente:  sentenza sul ricorso 16952-2008 proposto da: NUOVA SACELIT S.R.L. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G.B. VICO 1, presso lo studio dell'avvocato PROSPERI MANGILI LORENZO, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato BRUNO LUCCHINI, giusta delega in atti;  - ricorrente -  contro  B.G. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NIZZA 59, presso lo studio dell'avvocato ANDREONI AMOS, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato LUCIANO ONGARO giusta delega in atti;  - controricorrente - avverso la sentenza n. 170/2007 della CORTE D'APPELLO di BRESCIA, depositata il 20/06/2007 R.G.N. 288/2006; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 07/10/2014 dal Consigliere Dott. PIETRO VENUTI; udito l'Avvocato PROSPERI MANGILI LORENZO; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SERVELLO Gianfranco che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

La Corte d'appello di Brescia, con la sentenza indicata in epigrafe, ha confermato la decisione di primo grado, con la quale era stata dichiarata la responsabilità della società Nuova Sacelit s.r.l.

nella determinazione della malattia professionale contratta da B. G. ("ispessimenti pleurici a placca") per inalazione di polveri d'amianto ed era stata condannata la stessa società al pagamento, a titolo di risarcimento del danno biologico e morale, della somma di Euro 5.700,00.

Ha osservato la Corte di merito che erano condivisibili le osservazioni svolte dal consulente tecnico d'ufficio, il quale aveva ritenuto la sussistenza del nesso causale tra l'attività lavorativa svolta dal B. e la patologia da lui contratta.

Ha aggiunto che il datore di lavoro non aveva adottato le misure idonee ad impedire o ridurre nell'ambiente di lavoro l'esposizione all'amianto e al materiale polveroso attraverso sistemi di aspirazione o altri sistemi, violando così le disposizioni previste dal D.P.R. n. 303 del 1956, art. 21. Doveva quindi ritenersi provata la condotta colposa del datore di lavoro.

Ha rilevato infine che, pur avendo il D.Lgs. 23 febbraio 2000, n. 38, art. 13 esteso la copertura assicurativa obbligatoria INAIL al danno biologico, inteso come lesione dell'integrità psicofisica, l'indennizzo erogato dall'Istituto per ristorare il lavoratore presentava caratteristiche ontologicamente diverse dal risarcimento del danno in materia di responsabilità civile, posto che le prestazioni assicurative prescindevano dall'esistenza di un illecito civile. Peraltro l'indennizzo corrisposto dall'INAIL non copre il danno biologico per invalidità permanenti inferiori, come nella specie, al 6%. Al riguardo erano corretti i criteri di liquidazione adottati dal primo giudice in base alle tabelle del Tribunale di Milano.

Per la cassazione di questa sentenza ha proposto ricorso la società Nuova Sacelit sulla base di tre motivi. Il lavoratore resiste con controricorso, depositando memoria ex art. 378 cod. proc. civ., con la quale insiste nelle argomentazioni già dedotte nel controricorso.

Diritto

1. Con il primo motivo, cui fa seguito il relativo quesito di diritto ex art. 366 bis cod. proc. civ., non più in vigore ma applicabile ratione temporis, la ricorrente, denunziando violazione o falsa applicazione dell'art. 2697 cod. civ. "anche in relazione agli artt. 40 e 41 c.p.", deduce che la Corte di merito ha affermato la responsabilità di essa ricorrente nonostante non vi fosse la prova del nesso causale tra la nocività dell'ambiente di lavoro e la patologia del lavoratore.

Richiama la ricorrente i principi di diritto enunciati dalle Sezioni unite penali in materia e conclude rilevando che, ancorchè non vi fossero elementi per stabilire se effettivamente il danno alla salute fosse da ricollegare alla durata e all'intensità dell'esposizione all'amianto ovvero alla predisposizione del lavoratore alla patologia denunziata, la sentenza impugnata ha optato per la prima di dette ipotesi.

2. Con il secondo motivo la ricorrente, denunciando motivazione insufficiente o contraddittoria, sostiene che, all'epoca dei fatti (anni sessanta), non era possibile prevenire l'evento lesivo con misure esigibili da parte del datore di lavoro, come era stato evidenziato in sede di appello anche attraverso il parere di un illustre esperto in materia, pubblicato in una rivista specializzata, il quale, con particolare riguardo alle placche pleuriche aveva evidenziato come il mesotelioma è causato dalle fibre ultrafini passate dal polmone alla pleura parietale, fibre che non erano visibili nè eliminabili con le misure preventive allora disponibili e, tanto meno, con le macchine aspiratrici. Aggiunge la ricorrente che "Soltanto con il Decreto 6 settembre 1994 sono state prescritte ufficialmente in Italia maschere in gomma semifacciali, con filtri assoluti, finalmente adeguate alla protezione verso le fibre ultrafini".

3. Con il terzo motivo, cui fa seguito il quesito di diritto, la ricorrente, denunciando violazione o falsa applicazione dell'art. 2087 cod. civ., rileva che in tanto può essere affermata la responsabilità del datore di lavoro in quanto sussista una lesione del bene tutelato che derivi casualmente dalla violazione di determinati obblighi di comportamento; che dal dovere di prevenzione imposto al datore di lavoro dall'art. 2087 cod. civ. non può farsi discendere la responsabilità del medesimo ogni volta che un danno si sia comunque verificato, occorrendo invece che l'evento sia comunque riferibile a sua colpa, a pena di far scadere la responsabilità per colpa in responsabilità oggettiva;

che l'onere della prova del nesso causale tra danno e inadempimento resta a carico del lavoratore, mentre il datore di lavoro può liberarsi solo dimostrando la non imputabilità dell'evento; che nella specie la Corte di merito ha disatteso tali principi, addossando la responsabilità dell'evento lesivo al datore di lavoro.

4. Il ricorso, i cui motivi vanno trattati congiuntamente in ragione della loro connessione, non è fondato.

La Corte di merito è pervenuta all'affermazione della responsabilità del datore di lavoro, accertando la sussistenza del nesso causale tra l'attività lavorativa svolta dal B. e la patologia dal medesimo contratta ("ispessimenti pleurici a placca"), conseguente ad inalazione di polveri di amianto.

Ha rilevato al riguardo che il B. ha lavorato per quattro anni presso la società ricorrente ed è stato esposto alla inalazione di fibre di amianto in quanto addetto alla pulitura di elementi di legno, definiti "anime", che risultavano incrostati da residui dell'impasto a base di cemento e amianto. Le "anime" venivano pulite e raschiate con carta di vetro e poi verniciate.

Inoltre il B. sollevava e spostava, anche per pulirli, i tappeti su cui erano riposti i tubi di amianto ed operava anche all'interno di un reparto adibito a deposito di materiali, tra cui anche sacchi di juta contenenti amianto, non impermeabili.

La società, come afferma la sentenza impugnata, non ha contestato l'attività lavorativa svolta dal B. - come sopra riferita alla stregua delle dichiarazioni rese dai testi -, l'esposizione all'amianto e la diagnosi posta dal consulente tecnico d'ufficio, limitandosi a negare la sussistenza del nesso causale tra attività lavorativa ed evento e ad evidenziare, comunque, la non possibilità di prevenire l'evento.

Ed anche in questa sede ha insistito in tali contestazioni, richiamando un "articolo" a firma di un illustre esperto in materia, il quale sostiene che gli ispessimetri pleurici sono causati da fibre ultrafini che passano dal polmone alla pleura parietale, fibre che non erano visibili ed eliminabili con le misure preventive allora disponibili e, tanto meno, con le macchine aspiratrici.

Ma siffatto assunto - peraltro espresso su basi teoriche, fuori dal giudizio e senza alcuna visita del diretto interessato - non ha trovato riscontro nelle affermazioni del consulente tecnico d'ufficio, il quale ha invece riferito che l'asbestosi, nella quale sono ricompresi gli ispessimenti pleurici riscontrati al B., è conseguenza della inalazione di fibre di amianto, che, a prescindere dalla dimensione e struttura, penetrano e si depongono nel sistema respiratorio. Ovviamente, alle fibre più lunghe, si riconosce un maggior potere fibrogeno rispetto a quelle sottili, ma entrambe, raggiungendo i bronchi, innescano meccanismi biocellulari che esercitano l'azione irritante o cancerogena.

Inoltre, ad avviso del c.t.u., era da ritenersi sussistente il nesso causale tra l'attività lavorativa e la patologia, atteso che prima e dopo l'attività lavorativa svolta in Sacelit il B. ha lavorato in altre aziende nelle quali il fattore amianto era da escludere e considerato altresì che "le placche in genere sono un tardivo segno di esposizione a fibre di amianto (anche 20 anni di latenza)".

La Corte di merito, nel prestare adesione a tali conclusioni, ha rilevato come, osservando gli obblighi di comportamento previsti dal D.P.R. n. 303 del 1956, art. 21, sarebbe stato possibile impedire, o quanto meno, ridurre la diffusione delle polveri di amianto, attraverso una accurata pulizia degli ambienti di lavoro, adeguati sistemi di aspirazione, inumidimento del materiale ed ogni altro elemento idoneo ad impedire la inalazione delle polveri.

Alla stregua di tutto quanto precede, si rivelano inconsistenti le critiche mosse all'impugnata sentenza, le quali sostanzialmente si risolvono nel richiamo ad un parere espresso da un autorevole esperto in materia, in contrapposizione a quanto affermato dal consulente tecnico d'ufficio, il quale, con argomentazioni scientifiche esaurienti e privi di vizi, fondate sui risultati degli accertamenti diretti compiuti, ha ravvisato il nesso causale tra l'attività lavorativa e l'evento dannoso.

Deve in conclusione ritenersi che correttamente la Corte di merito ha ritenuto provato sia il nesso causale tra l'esposizione alle polveri d'amianto e la patologia, sia l'omissione delle misure di sicurezza relative all'adozione di sistemi idonei ad eliminare o ridurre la pericolosità dell'ambiente di lavoro, dovendo al riguardo ricordarsi che, come più volte affermato da questa Corte (cfr., fra le altre, Cass. 4 giugno 2008 n. 14770; Cass. 17 giugno 2011 n. 13361), in materia trova diretta applicazione la regola contenuta nell'art. 41 cod. pen., per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dal principio dell'equivalenza delle condizioni, secondo il quale va riconosciuta l'efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell'evento, mentre solamente se possa essere con certezza ravvisato l'intervento di un fattore estraneo all'attività lavorativa, che sia di per sè sufficiente a produrre l'infermità tanto da far degradare altre evenienze a semplici occasioni, deve escludersi l'esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge.

Il ricorso deve pertanto essere rigettato.

Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida, a favore del resistente, in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi professionali, oltre spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 7 ottobre 2014.

Depositato in Cancelleria il 31 ottobre 2014
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LaPrevidenza.it, 13/11/2014

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