La corte Europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo condanna l'Italia per i detenuti che stanno scomodi. Ma chi tutela la salute e la sicurezza degli agenti della polizia penitenziaria che lavorano ogni giorno nelle stesse carceri?
(Articolo a cura dell'Avvocato Valter Marchetti)
1. La recente sentenza della Corte di Strasburgo condanna l’Italia a risarcire mille euro ad un detenuto.
La sentenza del 16 luglio 2009 della Corte Europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia a risarcire un detenuto bosniaco per i danni morali subiti da questo ultimo a causa del sovraffollamento della cella in cui era stato recluso per alcuni mesi nel carcere di Rebibbia.
Tra il novembre 2002 e l’aprile 2003, secondo quanto accertato dalla Corte di Strasburgo, il detenuto bosniaco avrebbe condiviso una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone disponendo così di una effettiva superficie di 2,7 metri quadri ove trascorrere oltre diciotto ore al giorno. In particolare, la sentenza in questione ha osservato come la superficie a disposizione del detenuto è stata molto inferiore agli standard stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura che prevede il limite di 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per ogni singola cella. La Corte ha condannato quindi il nostro Paese a risarcire mille euro al detenuto bosniaco.
Nelle attuali condizioni di sovraffollamento in cui si trovano gli istituti carcerari italiani, altri detenuti potrebbero intraprendere l’iniziativa legale del “collega” bosniaco, denunciando alla Corte di Strasburgo i danni subiti. Il nostro Paese, si trova davanti al concreto rischio di risarcire centinaia di milioni di euro.
2. Gli agenti di polizia penitenziaria ed i detenuti: due facce della stessa medaglia ?
Ad un recente convegno regionale del Sappe ( Sindacato autonomo di polizia penitenziaria) organizzato presso l’Istituto di Marassi di Genova, un illustre politico esordì il proprio intervento affermando che “ prima occorre pensare agli agenti di polizia penitenziaria e poi, eventualmente, ai detenuti “.
Personalmente, con tutto il dovuto rispetto e la simpatia per il relatore in questione, non sono in sintonia con tale dichiarazione. Anzi, credo che l’argomento “carcere” e tutto ciò che navighi intorno a tale “pianeta” ( ne è nato anche un interessantissimo sito “pianeta carcere” appunto), debba essere affrontato con equilibrio, tenendo in giusta e pari considerazione l’uomo agente quanto l’uomo detenuto e senza dimenticare che, tale dimensione particolare della vita, quella relativa alla sicurezza del nostro Paese, appartiene a tutti in quanto, appunto, interessa tutti gli uomini della collettività.
In sintesi, credo sia pleonastico pensare ad un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro degli agenti di polizia penitenziaria senza migliorare le condizioni relative ai detenuti e viceversa. Occorre intraprendere dei percorsi di rinnovamento globale che interessino il “pianeta carcere” sotto tutti i suoi diversi e molteplici profili. Sono certo che il punto di svolta per migliorare il “pianeta carcere” vada individuato nella volontà e negli sforzi di tutti, agenti, detenuti, istituzioni, collettività. Fino a quando penseremo al carcere come a qualcosa che non ci riguarda, non ci compete o comunque non ci interessa, le emergenze ed i molteplici problemi resteranno tali, senza che si possa intravedere alcuna via di miglioramento. In sostanza, ci si può migliorare condividendo le forze a disposizione, insieme: se ognuno percorre da solo la propria strada, senza confronto e senza coordinare idee e progetti, il “pianeta carcere” rischia di continuare a ruotare su se stesso ed i suoi problemi.
3. Alcuni numeri relativi alle nostre carceri in Italia.
Le cifre comunicate dal Ministero di Giustizia nei mesi scorsi, indicano che su un totale di 63.587 reclusi, 30.436 sono in carcere in qualità di imputati, e quindi in via cautelare in attesa del processo, e altri 31.192 sono invece già stati condannati. Gli internati per motivi psichici sono intorno ai 1.800. La posizione di altri 139 detenuti, infine, risulta ancora da classificare.
Da un punto di vista territoriale, è la Lombardia la regione con il maggior numero di reclusi, con 8.455 persone in carcere. Seguono poi la Sicilia (7.587) e la Campania (7.437). Secondo il sindacato autonomo di Polizia penitenziaria le strutture detentive italiane “ si sono ridotte a meri depositi di vite umane “ e sono ben 11 le regioni che hanno superato la capienza tollerabile: Campania, Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino Alto Adige, Valle d'Aosta e Veneto. Altre due, inoltre, la Lombardia e la Basilicata, sono al limite.
Tutto ciò a fronte di una pesante carenza di organico degli agenti di polizia penitenziaria. Dal citato convegno regionale ad esempio , è emerso che l’organico previsto per la Liguria di 1.264 unità è invece in difetto di ben 400 unità, in particolare a fronte del depauperamento causato dai distacchi; infatti, 171 agenti che dovrebbero essere in servizio in Liguria, sono stati inviati in altre regioni.
4. Il profilo della salute e della sicurezza: i nostri agenti devono tutelare la sicurezza della collettività ma chi tutela la loro ? Il soggetto responsabile di tale tutela.
Il segretario regionale del Sappe Liguria Michele Lorenzo, nel convegno sopra richiamato, ha sottolineato come un singolo agente deve contemporaneamente operare su tre piani detentivi con un simultaneo controllo dai 50 ai 100 detenuti. L’agente di polizia penitenziaria – osserva Michele Lorenzo - “ da solo nei cortili passeggia oppure da solo ha l’onere di controllare un flusso spropositato di familiari che accedono in istituto per i colloqui, o il controllo dei pacchi e la corrispondenza destinata ai detenuti, canali di collegamento con l’esterno, preferito per introdurre in istituti oggetti non consentiti “. Critica è la situazione organizzativo – logistica del piano traduzioni dei detenuti da un carcere all’altro oppure per gli spostamenti nei tribunali necessitati dalla presenza del detenuto alle udienze. Nella maggior parte dei casi, inoltre, gli agenti operano senza una adeguata o addirittura alcuna strumentazione tecnologica a loro disposizione. Osserva infine Michele Lorenzo come “ il modello organizzativo è disatteso, questo significa che si opera in continua emergenza ed è a repentaglio la nostra incolumità”. Ma chi tutela gli agenti di polizia penitenziaria, chi è il soggetto responsabile della loro salute e sicurezza durante lo svolgimento del loro lavoro ? Ebbene, è possibile dare una risposta precisa a tale interrogativo.
In particolare, la tutela della salute e della sicurezza nella pubblica amministrazione è regolata dalle disposizioni di cui all’art.2, comma 1, lett. B) del decreto legislativo n.81 del 2008. Infatti, sulla base di un atto organizzativo dell’organo di vertice, il dirigente pubblico viene individuato come datore di lavoro per la sicurezza e la salute dei lavoratori. Già dall’analisi dei non recentissimi decreti ministeriali 29 agosto 1997 e 18 novembre 1996, si nota come veniva individuata nel direttore del carcere la figura del datore di lavoro e quindi del soggetto responsabile per la sicurezza e la salute dei lavoratori.
Possiamo concludere davvero affermando che il direttore del carcere ( e quindi il DAP – dipartimento amministrazione penitenziaria) è l’unico soggetto responsabile che deve garantire ogni singolo agente di polizia penitenziaria sotto il profilo della salute e della sicurezza ? A tal proposito sarebbe interessante e perché non opportuno un interpello ex art.12 d. leg. n.81 del 2008 al Ministero del lavoro e della Previdenza sociale, ponendo dei precisi quesiti sulla applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza del lavoro svolto dagli agenti di polizia penitenziaria, al fine di tutelare questi ultimi di fronte ai ripetuti episodi di aggressione da parte dei detenuti, di stress lavorativo causato dalla mancanza di organico, di evasioni causate dall’inefficienza e spesso priva di adeguata manutenzione della strumentazione tecnologica messa a loro disposizione dall’Amministrazione.
5. Gli agenti di polizia penitenziaria potranno chiedere anche loro un risarcimento ed a chi ?
A fronte di quanto detto sopra, non è così assurdo pensare alla possibile sussistenza di un diritto degli agenti di polizia penitenziaria ad essere risarciti dall’Amministrazione a causa di fatti connessi al mancato rispetto da parte del datore di lavoro di quelle che sono le vigenti norme sulla sicurezza e sulla salute del lavoratore all’interno dei luoghi di lavoro.
Prossimamente dedicherò un approfondimento a questo aspetto, con il contributo prezioso di alcuni colleghi studiosi esperti in materia previdenziale e di diritto del lavoro, in particolare nell’ambito specifico della pubblica amministrazione.
Non è così remota la possibilità di un convegno in tema di sicurezza e di salute degli agenti di polizia penitenziaria e dei detenuti, due realtà a confronto al fine di migliorare la vita di tutti.
Avv. Valter Marchetti
LaPrevidenza.it, 25/08/2009
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