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Share/Save/Bookmark Non è l'intenzione ma l'atto che viene sanzionato
(Corte di Cassazione - Sezione II penale - Sentenza 25 maggio-4 agosto 2011 n. 31072 - Mariagabriella Corbi)

Il naufragio di una storia d’amore è triste e doloroso di per sé ma se aggiungiamo ripicche, ritorsioni e vendette diventa un inferno! E’ il caso di una coppia che dopo la love story - per una sorta di estremo tentativo - lui ha pensato bene di chiedere la restituzione di un orologio, regalo da lui offerto agli esordi del rapporto sentimentale, e  riprenderselo mediante l’uso della forza. Da lì l’evento ha imboccato la strada della giustizia sino ad arrivare alla Corte di Cassazione (sentenza n. 31072/2011). Gli Ermellini non hanno tenuto conto delle giustificazioni emotive fornite dall’uomo ed hanno precisato che per la configurabilità del delitto di rapina, non è determinante lo scopo dell’agente di procurare a se o a altri un profitto di natura economica, ma è necessario che il colpevole abbia agito per  soddisfare qualsiasi fine o necessità, anche di natura psichica e, di conseguenza, mirata alla ritorsione o alla vendetta. Pertanto i giudici del merito hanno ravveduto, in questo caso, il reato di rapina e non di minaccia, come richiesto dalla difesa, perché l’uomo ha agito per ritorsione ad un rapporto sentimentale finito male.


Molti adulti vivono la paura di essere abbandonati e questa è così forte da non essere controllabile fino a regredire allo stadio di bambini impauriti, distruggendo i rapporti che creano in maniera inconscia obbligando i loro partners ad agire. L’unica cosa che ovviamente vorrebbero evitare è l’abbandono. Quante volte da piccoli si è sofferto per la mancanza di qualcuno, magari della madre che esce per andare a lavorare? Diverse ricerche e studi di psicologia hanno evidenziato che casi del genere, ad esempio, possono riaffiorare nella fase adulta.


L’”abbandono” é una “sindrome” che si palesa con una dinamica compulsiva, il soggetto che razionalmente sa che ciò che “sente” è distruttivo e senza senso ma, dal punto di vista emotivo, si trova costretto a vivere e ad agire senza che possa opporre la sua volontà.


Parliamo di persone che dimostrano, sotto altri profili, abilità e risultano totalmente affidabili, mentre sono pervase da paure, dubbi e insicurezze quando si innamorano.


Qualora ci si trovasse a sperimentare questa “sindrome” significa che sono presenti dei deficit nella struttura interna che lasciano trasparire un senso di precarietà nella predisposizione di supportarsi e di nutrirsi emotivamente – nella coppia - senza delegare ad altri questo compito.


La sensazione che provano le persone nella sindrome di abbandono è una  vera e propria “fame” indotta dalla convinzione di non essere state soddisfatte dal punto di vista affettivo ed emotivo. Sintomi di una patologia che investe il senso di sé e della propria cura che, in tal guisa, li rende incapaci d’individuare quelle risorse personali; né possiedono il senso della “costanza oggettiva” che li renderebbe appagati sentendosi affettivamente nutriti  anche quando l’altra persona è assente e non supporta  fisicamente “come una madre”. Lo stato di continuità e la percezione di “poter contare” costituiscono la base indispensabile per strutturare un “mondo stabile interiore” che vada al di là della paura dell’abbandono, sulla solidità emotiva e sul senso di valore personale. Infatti è lo spauracchio di “restare soli”  che genera la metamorfosi perché viene intesa come una vera e propria morte.


La risoluzione di questa patologia avviene mediante una terapia di sostegno e supporto fino a quando la persona individua, in maniera consapevole, dentro di sé le risorse necessarie per fronteggiare le dinamiche emotive che tanto gli fanno paura e da cui teme di essere sopraffatto.


Mariagabriella CORBI

LaPrevidenza.it, 14/10/2011

Documenti:
CASS_31072_2011.html


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