Commento allo studio
sulle relazioni industriali in Europa della Commissione Europea
Di fondamentale importanza
per l’analisi comparata delle relazioni industriali , lo studio
relativo alle relazioni industriali in Europa che da anni viene
condotto dalla Commissione Europea. Degno di rilievo appare a tal
riguardo, il terzo rapporto della Commissione medesima, finalizzato
in modo particolare allo studio dei cambiamenti dovuti alle
trasformazioni strutturali ed in maniera più rilevante
seguito all’allargamento dell’Unione Europa, con
l’ingresso di nuovi 10 paesi. Particolarmente importante il
primo capitolo sulle relazioni industriali in Europa che esamina
dettagliatamente I modelli e le tendenze delle relazioni industriali
nell’Unione Europea a 25 nazioni. Detto studio si basa su
taluni indicatori definiti principali : densità e
organizzazione dei sindacati dei lavoratori e delle associazioni
degli imprenditori; grado di estensione o copertura della
contrattazione collettiva; livelli di centralizzazione e
coordinamento negoziali; ruolo dei governi e della legislazione del
lavoro. Tra le tendenze strutturali indicate, la principale appare il
progressivo decentramento delle strutture contrattuali in tutti I
paesi negli ultimi due decenni. Secondo il rapporto negli anni
ottanta tale processo, visibile in particolare nella contrattazione
sugli orari di lavoro, successivamente si è esteso anche alle
retribuzioni a causa del mutato contesto esterno delle relazioni
industriali . Così, mentre nei paesi dell’Unione Europea
a 15, caratterizzati nel trentennio 1945-75 dalla prevalenza del
contratto di categoria, il decentramento si esprime oggi nel maggiore
spazio riservato alla contrattazione aziendale e la sfida è
quella di trovare “nuove modalità e metodi di
coordinamento, nei nuovi 10 paesi dell’Unione allargata, la
contrattazione multi-employer o la contrattazione collettiva di
qualsiasi tipo appare una pratica comunque poco diffusa. Dal rapporto
emerge altresì in riferimento all’indicatore
“organizzazione sindacale”, la difficoltà di
individuare un modello europeo “tipico” di struttura
sindacale. Infatti, si va da paesi membri quale l’Austria in
cui la confederazione dominante raccoglie il 100% degli iscritti a
paesi come la Francia in cui tale percentuale scende al 28% .
Inoltre, accanto a paesi membri caratterizzati dalla presenza di una
confederazione sindacale dominante (Austria, Germania, Regno Unito,
Irlanda e Grecia nell’Ue a 15; Slovenia, Lettonia, Repubblica
Ceca e Slovacchia tra I 10 nuovi), troviamo paesi con realtà
sindacali più frammentate, in base al tipo di professionalità
o alle appartenenze ideologiche. Per quanto riguarda il grado di
estensione della contrattazione collettiva, il rapporto Visser stima
che due terzi di tutti gli occupati dell’Ue siano oggetto di
contrattazione, ma tale media è il risultato di due tendenze
contrastanti: il 78% nell’Ue-15 e il 35% nell’Ue-10. In
particolare, si passa da quasi il 100% in Slovenia, Austria e Francia
a meno del 30% in Estonia e Repubblica Ceca, fino a meno del 20% in
Lettonia e Lituania. Inoltre, mentre il grado di estensione è
cresciuto dagli anni novanta in poi in alcuni paesi quali Danimarca,
Finlandia, Svezia, Olanda, Spagna e Portogallo, e in altri è
stato stabile come in Austria e in Francia, esso è diminuito
in maniera significativa in Germania, Lussemburgo e soprattutto nel
Regno Unito (dal 49% del 1990 al 36% nel 1998). Una delle parti più
significative del Rapporto, in particolare per quanto riguarda la
struttura contrattuale dei 25 paesi dell’Ue che qui
consideriamo, è quella relativa alle tendenze di decentramento
della contrattazione collettiva sulle retribuzioni. Il Regno Unito
resta tuttora l’unico paese in cui tutta o quasi tutta la
negoziazione salariale avviene a livello aziendale, come negli Stati
Uniti. La contrattazione di categoria sui salari appare inoltre
debole o marginale anche in altri paesi quali l’Irlanda, la
Francia, la Polonia, la Repubblica Ceca, l’Estonia e la
Lituania. Essa resta comunque dominante nell’Ue-15, anche se è
raro che tutta la contrattazione avvenga ad un solo livello. Otto
paesi su quindici si caratterizzano per qualche tipo di negoziazione
sui salari a livello intersettoriale, in grado di coprire l’intera
economia (Finlandia, Irlanda, Portogallo e Olanda), il settore
privato (Belgio e Grecia) o tutti I settori industriali (Danimarca e
Svezia). Mentre nei nuovi 10 paesi dell’Unione allargata, il
livello aziendale appare dovunque dominante, con le eccezioni di
Slovenia, Slovacchia e Cipro. Il livello di settore resta invece
dominante in Austria, Danimarca, Germania, Italia, Olanda,
Portogallo, Spagna e Svezia. Ma viene rilevato quale sviluppo recente
più importante nella contrattazione di categoria il ricorso a
clausole di decentramento particolarmente in Austria, Francia,
Germania, Irlanda, Olanda, Spagna, che consentono a certe condizioni
di negoziare paghe più basse e orari di lavoro più
lunghi, come peraltro rilevato anche nel precedente rapporto CNEL del
2004. In Spagna, tali clausole sembrano interessare il 70% del totale
degli occupati. Ma contratti particolarmente innovativi in Danimarca
nel 2004 consentono ai livelli locali di stipulare accordi non solo
in pejus. Sulla base poi di un indice di decentramento, il Rapporto
Visser è in grado di offrire, in maniera innovativa, una
classificazione di tutti e 25 I paesi membri. Tale indice di
decentramento è costruito su una dimensione verticale (livello
al quale gli accordi sono stipulati e grado di autorità delle
associazioni sindacali e imprenditoriali) e su una dimensione
orizzontale (grado di concentrazione o di frammentazione degli attori
negoziali ai livelli dati). E’ così possibile definire
un gruppo di paesi caratterizzati da elevata centralizzazione delle
strutture contrattuali e sindacali: Austria, Irlanda, Belgio, Olanda,
Finlandia, Svezia e, in misura minore, Danimarca, Germania, Slovenia.
Ad esso si contrappone il gruppo dei paesi fortemente decentrati:
Regno Unito, Francia e la maggior parte dei nuovi paesi membri, ad
eccezione di Slovenia e Slovacchia. Ad un livello intermedio di
centralizzazione si collocano I paesi mediterranei (Spagna, Italia,
Grecia, Portogallo) insieme a Lussemburgo e Slovacchia. Tendenze
simili nei modelli e nelle strutture contrattuali dei paesi dell’Ue
sono riportate anche nel citato recente documento dell’Eiro
(2005) sui cambiamenti nei sistemi di contrattazione collettiva negli
ultimi 15 anni. In tale studio, si conclude che la contrattazione
collettiva rimane il metodo più o meno stabile di regolare le
condizioni di lavoro e le retribuzioni tra imprese e lavoratori,
grazie anche al ruolo di garanzia e di sostegno della legislazione
del lavoro. Ma emerge una forte variazione tra I paesi europei,
soprattutto riguardo al grado di copertura, poiché alla realtà
di metà delle nazioni, corrispondenti perlopiù ai
“vecchi” paesi membri, nelle quali oltre due terzi dei
lavoratori sono interessati da un contratto collettivo, si
contrappone la realtà prevalentemente dei nuovi paesi membri
nei quali I lavoratori coperti sono molto meno del 50%. Il grado di
copertura sembra essere determinato non solo dalla anzianità
di appartenenza dei diversi paesi alla Ue ma anche dal livello
contrattuale predominante e dalla esistenza o meno di clausole e
procedure di estensione. Emergono così due modelli principali
di sistemi contrattuali: un primo tipo caratterizzato da elevata
copertura negoziale derivante da una struttura più sviluppata
di contrattazione multi-employer e di contratti conclusi a livelli
inter-settoriale e di settore e/o con procedure di estensione; un
secondo tipo con bassa copertura, caratterizzato dal livello
prevalente di contrattazione aziendale e dalla assenza di procedure
di estensione. Si rileva inoltre che negli ultimi 15 anni non vi sono
stati cambiamenti radicali nell’ambito di questi due modelli,
con l’unica eccezione del Regno Unito, ma nei paesi
appartenenti al primo tipo sono cresciute le pressioni verso il
decentramento e l’importanza del livello aziendale. Anche se
non appare ancora evidente se questa tendenza potrà davvero
cambiare la tradizionale struttura contrattuale dei paesi in cui
predomina tuttora la contrattazione di categoria. Più
difficile è risultato peraltro il cammino inverso, ovvero
introdurre livelli negoziali più elevati, multi-employer, nei
paesi in cui predomina il livello aziendale. Ciò sembra
spiegare anche il maggior ruolo giocato nei nuovi paesi membri dalla
regolazione statale, ad esempio sul salario minimo. Alla luce di tali
tendenze strutturali, che sottolineano l’estrema
differenziazione tra le realtà nazionali, appare comprensibile
l’iniziativa più recente della Commissione europea di
creare una struttura seppur volontaria per la contrattazione
collettiva a livello transnazionale, come prevista nella Agenda
Sociale 2005-2010. Nell’aprile 2005 è stato infatti dato
incarico ad un gruppo di esperti accademici e di diritto del lavoro
di catalogare gli accordi esistenti e di suggerire qualche idea
preliminare soprattutto in ambito di legislazione del lavoro. I
risultati sono stati consegnati nel settembre 2005 e saranno oggetto
di un documento della Commissione che costituirà oggetto di
consultazione con le parti sociali a partire dal 2006. Tale
iniziativa della Commissione, che ha lo scopo essenziale di
rafforzare la struttura del dialogo sociale europeo, secondo gli
artt. 138 e 139 del Trattato, è stata salutata con favore dai
sindacati europei in quanto strumento utile per far fronte alle
attività di delocalizzazione e di fusioni dei gruppi
multinazionali che spesso hanno luogo senza un’efficace ruolo
della contrattazione collettiva. Essa è stata però
contestata dagli stessi sindacati europei soprattutto nel metodo . Da
un lato, si sostiene infatti che per una simile iniziativa diventa
essenziale sviluppare il dialogo sociale anche a livello aziendale,
al di
là dei pur importanti compiti di informazione e consultazione
dei Cae, mentre oggi è previsto di fatto a livello
intersettoriale e settoriale; dall’altro lato, si contesta il
fatto che l’incarico sia stato affidato ad “esperti”
e non anche alle parti sociali per le quali la contrattazione
costituisce il core business. A questo riguardo, viene anche
criticata l’Unice per la sua opposizione alla iniziativa e per
la sua idea che la contrattazione collettiva debba riferirsi solo al
contesto nazionale e non possa avere spazio a livello transnazionale.
Una idea che secondo l’Etuc sarebbe peraltro in contraddizione
sia con la pratica del dialogo sociale autonomo avviata a Laeken nel
2001 sia con I problemi concreti posti dai crescenti processi delle
ristrutturazioni aziendali a livello transnazionale. Il tema del
coordinamento della contrattazione collettiva a livello
transnazionale europeo è stato particolarmente oggetto delle
strategie dell’Eutc nel bienno 2004-2005 qui considerato. La
Risoluzione approvata dal Comitato Esecutivo della Confederazione
europea dei sindacati il 18-19 marzo 2004 ha confermato l’importanza
di tale coordinamento europeo delle contrattazioni collettive così
come emerso dal programma di azione del congresso di Praga. Tale
azione è delineata in risposta alle strategie prevalenti in
molti paesi che potrebbero portare ad un peggioramento delle attuali
condizioni contrattuali e di lavoro, quali ad esempio: prolungamento
dell’orario settimanale di lavoro; riduzione dei vincoli
contrattuali su orari e salari; crescita delle forme di appalto e
delocalizzazione del lavoro, oltre che della precarietà sui
mercati del lavoro, decentramento e deregolazione della
contrattazione collettiva, al fine di indebolire e /o derogare la
copertura e le tutele offerte dalla contrattazione di categoria.
Riguardo a quest’ultima tendenza in particolare, I sindacati
europei ribadiscono quindi che sono I contratti collettivi di settore
ad offrire la forma di tutela dei lavoratori più adeguata. Pur
confermando l’importanza della contrattazione aziendale
rispetto alla organizzazione del lavoro, alla produttività e
alla tutela delle condizioni sul posto di lavoro, essi sostengono
inoltre che “in nessuna circostanza si possono escludere gruppi
di lavoratori dall’ambito dei contratti collettivi in ragione
delle loro specifiche funzioni, della loro posizione o ruolo
nell’impresa, o di particolari attività manageriali e
professionali”. Perciò viene assicurato un forte impegno
per rafforzare la contrattazione di categoria proprio in quei paesi
nei quali essa risulta più debole e per opporsi ad ogni tipo
di legislazione orientata a minacciare l’indipendenza delle
organizzazioni sindacali e imprenditoriali e a restringerne
l’autonomia nel campo delle decisioni relative ai cambiamenti
degli assetti contrattuali.
(Avv. Maurizio Danza - Novembre
2007)