Terza età, pianeta saggezza: un mondo da
conoscere
Mariagabriella CORBI
Ogni passaggio del ciclo vitale ha suscitato un
notevole interesse da parte di tutte le scienze sociali. Infatti ogni
indagine demografica ha evidenziato una vera e propria rivoluzione
che rimette in discussione la struttura economica, l’organizzazione
sociale ed il sistema di relazioni interpersonali e tra le
generazioni.
Pur dando atto alle politiche sanitarie dei diversi
Paesi per dare risposta alle esigenze di assistenza alla popolazione
anziana, è indubbio che il primo ostacolo alla realizzazione
di interventi mirati rimane una concezione deleterea spesso
stereotipata dell’invecchiamento. A livello statistico in una
scala di valori diversa, l’anziano spesso viene concepito come
un soggetto bisognoso in senso lato e che assorbe risorse dalla
società. Mentre un tempo la vecchiaia era la fase della
saggezza e dell’equilibrio morale e l’anziano era la
memoria storica della società, il custode della tradizione e
il detentore di un patrimonio di esperienza professionale
tramandabile alle generazioni future, oggi la cultura dominante tende
a delinearlo come un “soggetto inattivo” in quanto
economicamente non produttivo. Se è pur vero che in età
molto avanzata (ci riferiamo qui a quella che è stata definita
la “Quarta Età”) l’anziano può
perdere gradualmente l’autosufficienza come conseguenza del
manifestarsi di patologie deabilitanti e disabilitanti, sia fisiche
che psichiche, tale condizione non accomuna l’intera
popolazione anziana. Molti dei soggetti più giovani godono
infatti di buone condizioni fisiche, hanno prospettive di vita più
lunghe e si trovano a progettare un futuro ancora ampio e variegato,
potenzialmente ricco di interessanti esperienze di vita e possibilità
di autorealizzazione. In questa ottica, come rilevano le indagini del
Censis, l’età “matura” è tutt’altro
che uno stato passivo e di fatto il sentirsi anziano non coincide
con il superamento di una soglia anagrafica (fissata indicativamente
a 65 anni), quanto piuttosto con il pensionamento, con l’imbattersi
in circostanze quali l’entrare in istituzioni o essere
debilitato fisicamente. Non a caso queste tre situazioni, prime nella
graduatoria nel sentirsi anziano, hanno fortemente a che fare più
con una senescenza psicologica che con una senescenza fisiologica: il
pensionamento coincide spesso con la perdita di ruolo e status
sociale, l’entrare in istituzione cambia radicalmente il
proprio contesto di vita e i riferimenti relazionali, un handicap
fisico modifica il proprio livello di indipendenza, e l’insieme
di queste condizioni produce inevitabilmente una distorsione o un
cambiamento nell’immagine di sé.
Bisogna, per comprendere il fenomeno
“invecchiamento”, dire cosa s’intende per esso. Si
è unanime nel ritenere la Terza Età una fase dello
sviluppo dell’individuo che, come le altre fasi, si accompagna
inevitabilmente a processi di trasformazione. Attualmente le
teorizzazioni di stampo socio-psicologico invitano a sostituire al
binomio della tradizione secondo cui vecchiaia = decadimento, un
binomio forse più complesso, ma certo maggiormente esplicativo
ed operativamente maneggiabile, secondo cui senilità =
cambiamento. Diverse sono le vicissitudini che richiedono alla
persona anziana di adattarsi a una nuova condizione e, come
esemplificazione, ne citiamo qui di seguito alcune:
• i progressivi mutamenti fisiologici (es.
diminuzione delle funzioni visive ed uditive, riduzione della
mobilità);
• la compromissione dello stato di salute
concomitante all’eventuale insorgenza di malattie croniche
invalidanti;
• il possibile deterioramento delle funzioni
cognitive (es. demenza); • la ristrutturazione di aspetti
caratteriali e di conseguenza comportamentali • la variazione
nei contatti sociali, per lo più connessa alla vedovanza, alla
perdita di amici o familiari, ma anche conseguente alla necessità
di fornire assistenza continua a persone significative della propria
rete parentale ed amicale; • l’eventuale dipendenza da
estranei;
• i cambiamenti di tipo logistico (es. trasloco
in una abitazione diversa dalla propria o istituzionalizzazione);
• una nuova condizione economica, che può
condizionare lo stile di vita; • lo stereotipo negativo sugli
anziani, dovuto al fatto che la nostra cultura ha una preferenza per
i termini “sano, giovane, forte” e questo può
influire negativamente sull’immagine che l’anziano stesso
ha di sé.
Benché ciascuno di tali problemi possa essere
superato, difficoltà psicologiche potrebbero insorgere nel
caso in cui l’anziano sia costretto ad affrontare, come spesso
accade, più problemi simultaneamente. La capacità di
adattarsi alle nuove richieste-opportunità dell’ambiente
sulla base delle proprie potenzialità e di aspetti
intrapsichici preesistenti determina il grado in cui l’anziano
può “superare” serenamente il delicato passaggio
che si trova ad intraprendere per raggiungere un nuovo equilibrio,
fonte di benessere e sicurezza. Partendo dalla considerazione che non
sia tanto la singola patologia che porta l’anziano alla
mancanza di autosufficienza (e quindi all’aumentata richiesta
assistenziale) quanto piuttosto la disabilità che risulta
dalla mobilità e dall’influenza di fattori quali
l’isolamento sociale e la generale scarsa conoscenza del mondo
soggettivo dell’anziano, la disciplina psicologica può
contribuire a dare una risposta adeguata ai bisogni espressi dagli
anziani e al contesto in cui sono inseriti. La comprensione e
l’intervento psicologico possono in tal senso consentire una
riconsiderazione ed un ridimensionamento del “problema”
dell’aumento della popolazione anziana nelle società
moderne nelle sue conseguenze economiche e sociali
Analizzando gli aspetti psicologici della terza età,
esistono delle notevoli varianti tra le persone che devono essere ben
conosciute, per una comprensione più aperta e per degli studi
approfonditi sull’idea di invecchiamento.
Le capacità intellettuali subiscono
un’involuzione quando la creatività e l’operatività
sono meno reattivi che nelle fasi precedenti, nonostante i numerosi
esempi della gente comune o di poeti, scrittori, scienziati che
continuano a lavorare e a produrre anche in età avanzata. Si
evidenzia un evidente rallentamento dei processi intellettivi con la
riduzione della memoria, dell’attenzione e con una meno
flessibilità psichica che ostacola l’adattamento ad ogni
mutamento circostante.
Nell’ambito emotivo si evidenziano le facoltà
affettive più marcate di quelle intellettive. Infatti, il
“nido vuoto” l’allontanamento dei figli col
matrimonio, la scomparsa del coniuge e il lento allontanamento di
parenti ed amici, creano nell’anziano quel senso di solitudine,
dipendenza, anche per i normali gesti quotidiani. Ecco che ,
subentrando la paura dell’isolamento tanti anziani convolano a
matrimoni tardivi che sembrano ai figli ingiustificabili ed
inspiegabili.
Le reazioni delle persone “adulte” sono
diverse da quelle più giovani. Alcuni si trascurano quasi
senza rendersene conto; altri prendono atto del loro decadimento
psichico e somatico e si rassegnano all’avvicinarsi della
morte. Infine vi sono quelli che mettono le loro capacità
acquisite, al servizio della famiglia e della collettività,
condividendo una serena e proficua vecchiaia.
Tanti degli anziani, inabili ad ogni attività
e costretti a sopravvivere con delle pensioni da fame, conoscono gli
aspetti più umilianti della povertà e usufruiscono di
un’insufficiente assistenza sanitaria.
Tra i tanti aspetti della vecchiaia quello più
significativo è costituito dal modificato rapporto coi figli,
che si sono sposati e che sono andati a vivere in un’altra
casa. Infatti quando gli anziani li vanno a trovare si rendono conto
di esser tollerati più che desiderati, poiché i loro
figli hanno ormai degli altri interessi economici e contratto altri
legami affettivi. Ne scaturisce un senso di solitudine che spinge
alcuni, quando vi sono le condizioni economiche, a rifugiarsi nella
compagnia dei coetanei in un pensionato o in qualche istituto.
Le cose peggiorano quando coabitano coi figli
sposati e non sono più ritenuti in grado d’essere utili;
allora l’anziano si sente improduttivo ed inutile, non avendo
più niente da conquistare né qualcosa da tramandare.
Tanti anziani reagiscono ed aiutano le neo-famiglie
educando i nipoti, che prendono coscienza del loro essere nonni, che
frequentano i circoli culturali, che vanno all’università
della terza età, che s’iscrivono ai corsi di laurea, che
frequentano palestre, piscine o altri centri per la cura fisica, che
s’impegnano in politica o nei circoli sociali o ricreativi, che
arricchiscono la loro vita con una sessualità molto attiva e
sono alla ricerca di nuovi amori.
Il pensionamento rappresenta un trauma per
l’anziano, il quale quando lavorava pensava che da pensionato
avrebbe potuto coltivare tutti i suoi hobby ed interessi e
trascorrere più tempo coi nipoti, per poi scoprire una realtà
diversa
Il passaggio
dall’attività lavorativa a quella del pensionato
comporta una serie di cambiamenti radicali nel proprio ritmo di vita
infatti, nonostante la sua importanza, questa fase della vita è
vissuta con forte ambivalenza, e se per alcuni è una
liberazione dal pesante obbligo del lavoro, altri lo vivono come
un’uscita dalla società produttiva e si sentono inutili.
Spesso l’andare in pensione è valutato come un periodo
di meritato riposo che ricorda schemi comportamentali già
messi in atto durante i week-end e le ferie. Dopo un periodo più
o meno lungo di piacevole riposo subentra un umore di malessere
legato alla perdita del lavoro e a dei riferimenti spaziali e
temporali su cui, in precedenza, si era basata l’esistenza. La
reazione a cui si va incontro è di tipo depressivo, ma è
nello stesso tempo, anche l’occasione di ristabilire un
equilibrio nei rapporti familiari e sociali, nel curare la propria
cultura, nel ricercare vari interessi e nell’essere attivi ad
ogni costo.
L’essere nonni è, inoltre, fondamentale
perché nell’età anziana certi affetti vengono
rivisti, ma si possono rafforzare e migliorare. Fare il nonno è
un compito non facile così come non lo era essere genitore, ed
è quasi una professione che va appresa quotidianamente ed è
piena di soddisfazioni e di fascino. In questa attività,
l’anziano ha la sensazione di vivere oltre il tempo
identificandosi nel nipote, e soddisfa il desiderio di confrontarsi
e arricchirsi nello scambio d’idee ed opinioni con figli e
nipoti.
Un fatto è indubitabile: la qualità
d’ogni società non potrà prescindere dal
misurarsi dal rispetto e dalle cure tributate ai cittadini più
anziani.
Mariagabriella CORBI
Dottoressa in Scienze dell’Educazione
Consulente dell’Educazione Familiare
Mediatrice Familiare
maria.gab@hotmail.it
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