Nell'educazione mai
gettare la spugna
In
questo turbinio di eventi sociali diventa sempre più diffusa
la consapevolezza di trovarsi in una situazione di «emergenza
educativa».
Le
difficoltà, che sempre comporta l’educazione, sono
diventate tali da indurre molti adulti (genitori, insegnanti,
educatori ecclesiali e adulti in genere) a riflettere su come
confrontarsi con le sfide che da essa derivano e a essere tentati di
«gettare la spugna». Per inquadrare l'entità delle
difficoltà e della sfida, il motivo dell’emergenza e
dell’allarme sempre più fragoroso e procrastinato,
bisogna individuare le cause e i fattori scatenanti.
La
specifica dei motivi risulterebbe lunga, infatti quasi tutti
riconducibili all’insieme della condizione attuale della vita;
ed è in riferimento ad essa che si possono cogliere i vari
aspetti e il collegamento tra di loro, che aiutano a precisare anche
meglio il «contesto concreto» della vita attuale.
L’attenzione è focalizzata al «nuovo scenario»
che influenza oggi decisamente le scelte di vita, spesso
contrassegnate da profonda incertezza. Nella co-presenza di
globalizzazione e planetarizzazione, postmodernità e
supermodernità, multiculturalità e supertecnicismo
informatizzato, società liquida e capitalismo globale, diventa
ardua la stessa «capacità gestionale del pianeta».
In questo contesto sociale, culturale e tecnologico si moltiplicano e
si differenziano i luoghi e le esperienze di vita; le reatà
vitali rischiano di perdere il significato storico-formativo e si
moltiplicano i non-luoghi che, pur caratterizzandosi come luoghi
d’incontro, non sono in grado di attivare relazioni
interpersonali significative e accrescono isolamento e solitudine.
Diventano
sempre più dialettici e conflittuali i rapporti tra le
generazioni e cresce il gap generazionale. La diversità, in
qualche modo, di linguaggi e di cultura, di abilità
tecnologiche e di luoghi di riferimento della vita di ciascuno rende
problematica la stessa convivenza che spesso riesce a fondarsi solo
su regole di «buona educazione». I totali cambiamenti e
l’insicurezza, la precarietà e i mutevoli riferimenti
culturali generano precarietà in ogni opera educativa. Le
variegate gamme formative (in famiglia, a scuola, nella parrocchia,
ecc.) da parte dei destinatari: risultano inefficaci perché
non riescono a fondersi nelle loro concrete situazioni di vita; ciò
che si cerca di trasmettere non ha un riscontro reale e ed imminente
nella realtà quotidiana.
E'
naturale porsi i quesiti: che fare? Come confrontarsi con questa
realtà e condizione problematica della vita attuale? Non
esistono risposte e soluzioni già pronte e risolutive per
questi interrogativi. Esiste una sola certezza: non bisogna eluderle,
né rinviare possibili tentativi di soluzione. Il compito
storico generazionale, a cui nessuno può sottrarsi, è
consegnare e aiutare a trovare ragioni di vita e orizzonti di
realizzazione alle nuove generazioni; facilitare l'ingresso dei
giovani nella storia per essere i protagonisti del futuro, capaci di
immettere in essa nuove risorse di ogni genere (intellettuali,
etiche, sociali, ecc.), che l’aprano a nuovi orizzonti.
E'
indispensabile ritrovare passione e intelligenza pedagogica che
consentano di non rinviare approcci e riflessioni, che aiutino ad
assumere atteggiamenti e a trovare reazioni adeguate all’attuale
situazione di emergenza. Pur trattandosi di un «allarme»,
non ci si deve crogiolare su risposte che tamponano momentaneamente
solo qualche rischio e non bisogna credere che il problema sia
risolvibile in poco tempo.
I
suggerimenti sono tanti ma è importante focalizzare:
l'attenzione alla realtà attuale, al contesto attuale della
vita umana; la responsabilità del compito non rinviabile di
ri-pensare l’educazione per evitare inutili riproposizioni di
contenuti e metodi ormai desueti. Si tratta di due attenzioni
strettamente collegate e interdipendenti fra di loro.
Nella
«modernità liquida» lo quotidianità
individuale diventa frenetica: i legami, i valori, tutto ciò
che indica stabilità e durata, perdono di rilevanza; anche
l’identità personale risulta flessibile e disposta a
adattarsi alle situazioni e sfugge a legami stabili, progettualità
di lunga durata, riferimenti costanti… Tutto ciò genera
incertezza e crisi esistenziali nei singoli, si ripercuotono nella
possibilità e l’efficacia della comunicazione, con il
rischio di rifugio nel virtuale e di chiusura individualistica. Fonte
deleterea finalizzata alla perdita di prospettiva fiduciosa per il
futuro e una qualche identità sociale condivisa.
Proprio
queste possibili conseguenze della globalità sociale attuale
stimolano a riconoscere e riaffermare il valore insostituibile e
irrinunciabile dell’educazione che non deve rivelarsi in una
ripetizione sterile del paradigma del passato, perché sono ben
altri i processi da attivare per giungere alla chiara consapevolezza
della realtà e alla capacità di maturazione di scelte
importanti per la vita.
L’educazione
va ri-inventata . Ri-pensare l’educazione non significa negare
quel tesoro di valori maturati nell’esperienza umana lungo la
storia; ma di trovare il modo più giusto per comprenderli e
reinterpretarli nell'attuale contesto di vita perché siano
percepiti come «vitali», comunicabili, fecondi; non
estranei al «contesto» in cui la vita si concretizza e
ritrova pienezza di significato. Bisogna individuare strategie e
linguaggi di comunicazione efficaci e contemporaneamente aiutare a
coglierne il valore per la vita umana attuale.
Nella
sua essenza e nelle sue tecniche di attuazione deve trovare
mediazioni efficaci per l’oggi, il nostro tempo, il nostro
scenario sociale, la nostra modernità liquida, la nostra
supermodernità, la nostra realtà supertecnologica e
multimediale, i nostri non-luoghi attuali.
Ri-adeguare
l’educazione non in astratto, ma nelle condizioni reali di vita
attuale: è vivere questa condizione che deve diventare
«vitale»; è scoprirne il valore e impegnarsi a
realizzarne il significato nella condivisione che deve aiutare a dare
senso alla vita. L’idea importante da focalizzare con tutte le
energie è che: non si educa da soli, ma lo si fa insieme,
tutti sono responsabili dell’educazione: lo sono gli adulti, le
istituzioni, l’intera società e non lo sono
singolarmente e in attenzione ai singoli individui. Il coinvolgimento
deve esprimersi in forme visibili e impegnative perché tutti
siano richiamati alla responsabilità e, invece di «gettare
la spugna», si riassuma con fiducia il proprio compito e si
promuovano «riflessioni comuni e azioni concrete». Dando
le ragioni perché si possa assumere nella relazione con
l’altro un atteggiamento di «cura» nell’attenzione
al suo esserci, al suo mondo, alla sua visione di vita nella
situazione concreta in cui insieme si sperimenta e si realizza la
vita.
Mariagabriella
CORBI
Dottoressa
in Scienze dell'educazione - Consulente dell'educazione familiare -
Mediatrice Familiare