Il capo che rivolge espressioni scurrili e triviali
Il capo che rivolge
espressioni scurrili e triviali
nei confronti dei
dipendenti può essere licenziato.
Cassazione,
sezione lavoro, sentenza del 21.02.2008, n° 4067 (Cesira
Cruciani)
Chi
ricopre alte gerarchie ha il dovere di controllare il linguaggio con
cui si rivolge ai propri dipendenti, espressioni scurrili e triviali
possono giustificarne il licenziamento. Così la Corte di
Cassazione, sezione lavoro, sentenza del 21.02.2008, n° 4067, si
è espressa confermando il licenziamento per giusta causa,
dichiarato legittimo dalla Corte di Appello di Milano, nei confronti
di un uomo gestore di una macelleria del supermercato Standa di
Milano, colpevole di aver messo in atto “plurimi e scorretti
comportamenti” nei confronti di tre dipendenti a lui
sottoposte.
Vengono
pertanto bandite dai luoghi di lavoro le “espressioni rozze ed
eccessive che violano quei principi di civiltà che non
ammettono eccezioni, o attenuazione, neppure nell’ambito delle
relazioni professionali”, compresi gli ambienti di lavoro che
si reputano “informali”. Il capo reparto è stato
definitivamente licenziato in virtù del fatto che era solito
mortificare le tre lavoratrici sottoposte al suo potere gerarchico
con frasi del tipo “bastarde, figlie di p …, toglietevi
dai c ….., vi faccio licenziare”.
La
società datrice di lavoro, la Standa, arrivata a conoscenza di
questo comportamento aveva licenziato il capo reparto, ma il
Tribunale di Milano aveva giudicato eccessiva la sanzione ritenendo
che l’uomo non avesse fatto altro che esercitare il proprio
potere gerarchico e lo aveva reintegrato nel posto di lavoro. La
Corte d’Appello di Milano aveva però successivamente
convalidato il licenziamento, sottolineando che “per quanto
l’ambiente di lavoro possa essere informale, nel comportamento
e nel lessico usato non ci si può spingere fino alle maniere
rozze ed eccessive e ad usare la voce alta, peraltro nelle vicinanze
degli spazi frequentati dalla clientela, per richiamare i dipendenti
ad una più esatta osservanza dei loro obblighi”.
Il capo
reparto è ricorso in Cassazione, sostenendo a sua discolpa di
non aver fatto altro che esercitare il proprio potere e di essere
incensurato. La Suprema Corte ha però condiviso la motivazione
della Corte d’Appello, osservando che un simile comportamento
lede “la dignità e l’amor proprio del personale,
oltretutto sottoposto a vincolo di gerarchia nei confronti del capo
che commette tali scorrettezze, la cui inaccettabilità non può
essere bilanciata dalla mancanza di precedenti sanzioni
disciplinari”.