Casa
dolce casa
"La
partenza si avvicina. Il prossimo volo per il rientro in Patria è
il mio! Cerco di imprimere nella mente le ultime cose che vedo…ho
paura di dimenticare… …dopo tanti mesi questo mondo mi
sembra ormai “normale” e allo stesso tempo così
“diverso” dal mio, dal nostro mondo…mio padre dice
sempre che l’uomo è un “animale abitudinario”:
è vero, ci si adatta a tutto, anche se a volte il prezzo da
pagare è caro. Non riesco davvero a pensare alle miriadi di
cose che dovrò fare al rientro a casa, sono tante, si
accavallano l’una con l’altra, le sento ancora così
lontane da me, da qui… "
Pensieri
di uno dei tanti militari impegnati in missioni di pace all'estero.
Dopo
tutto, cosa c’è di più piacevole del tornare a
casa?
E'
l'idea che anima i Nostri soldati impegnati in missioni di pace
all'estero eppure, alcune indagini tra i "reduci" hanno
evidenziato, per la maggior parte di loro, il rientro al paese natale
ha comportato una serie di problemi tale da rendere più
difficile il “ri-adattamento” in casa propria rispetto al
primo adattamento al paese straniero.
Ciò
può essere compreso in una dinamica multidimensionale che
include relazioni familiari, sociali e professionali, in cui il
semplice trascorrere del tempo comporta ora, la partenza da un paese
straniero in qualche modo divenuto familiare e l’arrivo in un
contesto familiare divenuto in parte sconosciuto.
L'elaborazione
dell'adattamento di espatrio risulta analogo a quello del rimpatrio
per la ricostruzione di ritmi, riferimenti etc….. che entrambi
i paesi comportano.
Dati
statistici indicano che dell’80% dei soggetti che assumono
incarichi internazionali permane almeno sei mesi in un paese in cui
non era mai stato prima.
L'assenza
di esperienza personale esperienza nel paese ricevente facilità
la flessibilità di aspettative non ancora definite, costruite
super lo più su informazioni dei predecessori, che agevolano
il processo di adattamento ad una maggiore predisposizione al
cambiamento.
Di
contro il 100% dei rimpatriati, pregressa esperienza, ha vissuto già
nel paese di origine e quindi ritiene di conoscerlo bene.
Questo
genera aspettative ben definite che scontrandosi, al momento del
rientro, con una quotidianità differente creano difficoltà
di reinserimento al proprio paese. (Black, e al. 1992).
Eppure
l'associazione del termine “casa” alla terra natia,
madrelingua, usi, costumi e cultura d’origine, facilmente si
potrebbe evitare che il rientro in patria si riveli una delusione.
Il
sentirsi a casa propria ha un implicazione che comprende legami
affettivi, senso di appartenenza, comprensione, condivisione e
quotidianità.
Tutto
ciò che rientra nel temine di sentirsi sicuri, rilassati e
liberi di essere sè stessi attraverso l’identificazione
con gli altri membri del gruppo.
Diverse
equipe psico-mediche hanno porto sostegno ai soldati americani
tornati dall' Iraq proprio per la sensazione di
"disago/disadattamento/confusione" che sembra aver
raggiunto numeri da epidemia: un militare su cinque dell' esercito
Usa accusa problemi di salute mentale lievi o acuti. Sono dati
rilevati da un'indagine pubblicata sul New England Journal of
Medicine, che evidenzia il 19,5 per cento dei militari palesa
"malesseri" psicologici e che, se si include l' ansia,
questi sintomi riguardano il 27,9 per cento dei soldati. Colpa di un
duro conflitto, combattuto nell' ultimo anno contro un nemico senza
volto, dicono i ricercatori dell' esercito che hanno condotto l'
indagine. A questo si deve l' impennata di una sindrome conosciuta
sin dagli anni '80: allora infatti l' Associazione degli psichiatri
americani diede un nome a una serie di disturbi accusati dai veterani
del Vietnam, tra cui depressione, ansia, istinti suicidi, raptus di
violenza e istinti omicidi, abuso di farmaci e alcol. Per i
ricercatori dell' esercito Usa lo stress dei soldati iracheni è
direttamente proporzionale alle caratteristiche assunte dalla guerra
nell' ultimo anno: i militari si sono cimentati in azioni volte
contro un nemico senza volto, la guerriglia. Essi hanno vissuto in
continua ansia da azioni a sorpresa, vivendo in un perenne stato di
stress. Charles Hoge, il coordinatore della ricerca, aggiunge: «Non
sapere chi è il nemico, e se anche le donne o i bambini
possono diventarlo, è particolarmente stressante».
Ulteriore elemento di disturbi psicologici dei militari impegnati in
Iraq è anche una guerra condotta con armi sofisticate: questo
tipo di conflitto, aggiungono i ricercatori, riduce il numero di
vittime grazie alle migliori tecnologie di difesa e ai migliori mezzi
da campo per assicurare le cure necessarie ai soldati feriti, ma
accentua i traumi vissuti dai soldati. I disturbi più gravi lo
studio li ha riscontrati proprio nei sopravvissuti, in chi si è
salvato in combattimento grazie al giubbotto anti-proiettile ed altri
sistemi di difesa; in chi ha visto morire un compagno o ha dovuto
uccidere. La ricerca ha un valore aggiunto rispetto ai precedenti
studi sui militari rientrati dal fronte: è uno studio «a
caldo» delle conseguenze di un conflitto.
A
distanza di tempo gli studiosi americani concordano che qualunque sia
il terreno d'azione e nonostante i metodi adottati (prolungamento
delle licenze a casa, alternanza ravvicinata tra servizio e licenza
etc…) che tutti i terreni e le missioni sono simili: cambia
solo il nome.
Mariagabriella
CORBI
Dottoressa
in Scienze dell'educazione - Consulente dell'educazione familiare -
Mediatrice Familiare