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Bamboccioni? No, grazie. Pratici e realisti

Parlando dei giovani non si può prescindere dal collocarli nella società in cui vivono. La famiglia, la scuola e i vari contesti socializzanti trasmettono stereotipi comportamentali, valori, visione del mondo, stili di vita e ridimensionano le varie opportunità economiche, sociali e culturali che influiscono sulla progettualità e le proiezioni nel tempo. E’ indispensabile tener presente, perciò, l’evoluzione del processo di apprendimento ed i suoi contenuti per capire l’ottica, gli atteggiamenti e le scelte giovanili, senza, trascurare la considerevole e delicata fase del ciclo vitale che i giovani vivono e che, fondamentalmente caratterizzata dalla ricerca del proprio “quid” esistenziale e di una propria ubicazione nella comunità che li ospita, genera ed dirige il loro agire.

Pertanto la dichiarazione del ministro Brunetta sui “bamboccioni italiani che a 18 anni andrebbero buttati fuori casa per legge" ha sollevato un vespaio. Già in precedenza l’ex ministro dell’economia del governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, inventò l’”epiteto” per i ragazzi italiani troppo mammoni e reticenti davanti all’opportunità di uscire dalla famiglia, ipotizzando degli incentivi atti a stimolare il distacco dalla famiglia d’origine.

Secondo Fara nella Comunità Europea esistono “condizioni obiettivamente diverse e i ragazzi possono contare su un adeguato Welfare”. Come si può pensare di buttare fuori da casa dei giovani sprovvisti di ogni sostentamento o che si barcamenano con lavoretti precari. Diciamo che è deficitaria la politica della casa e/o la possibilità per i giovani di trovare un abitazione (anche monolocale) a prezzi contenuti. E’ giusta l’osservazione del Presidente di Eurispes “E credo purtroppo che siamo di fronte a un impedimento insormontabile da qui ai prossimi anni”. Infatti non è per niente banale, ma abbraccia questioni economiche e sociali, politiche del lavoro, politiche abitative e anche questioni di carattere culturale e psicologico.

Bernardini: "Altro che bamboccioni, sono sconfitti" – I giovani non hanno un futuro tutto “rose e fiori”. Anzi "in Italia non esiste futuro per gli ultratrentenni”, così ha esordito Sandro Bernardini, docente di sociologia del lavoro ed esperto di politiche giovanili della Sapienza di Roma. “C’è una vera desertificazione intorno ai figli e sta venendo meno l'antico ruolo della famiglia che finisce con l’assecondare, anche involontariamente, la loro non-crescita”. Da aggiungere che la società non considera la “forza lavoro” dei giovani, li lascia disoccupati e lo studio diventa un modo di allungare la giovinezza. “No, non stiamo parlando di Bamboccioni - analizza Bernardini - ma di sconfitti a cui manca il lavoro, la casa, l’istruzione”. Un’altra esigenza fondamentale, perché “prima di tutto occorre strutturare gli individui”. La verità è che “questa società è costruita per sconfiggere le giovani generazioni (come gli anziani, del resto). Una cosa terribile, visto che con loro ci giochiamo il futuro della collettività”.

Da studi statistici dell’Istituto IARD sulla condizione giovanile è stato riscontrato che l’ingresso nel mondo adulto tende a procrastinarsi nel tempo per:

• un prolungamento del corso di studi: è lievitata la percentuale di chi prosegue oltre l’obbligo scolastico, e chi lo attua permane negli Atenei per un numero di anni superiore a quello previsto per il conseguimento del titolo. E’ palese il divario tra maschi e femmine di scolarizzazione, in passato si notava di più l’incidenza maschile rispetto a quella femminile, oggi è il contrario investendo tutti gli strati sociali anche se più evidente nelle classi medie e alte;

• il ritardo nell’accesso al mondo del lavoro è da attribuire alla scolarizzazione, ma anche questa diventa necessaria per le difficoltà oggettive riscontrate nel mercato occupazionale, soprattutto in forma stabile: infatti la disoccupazione giovanile risulta alquanto elevata, soprattutto nel Meridione, mentre è praticata la sottoccupazione e i lavori occasionali o saltuari ma soprattutto “a progetto” quindi senza una stabilità economica – per non parlare dei lavori “a nero”;

• il fenomeno della “famiglia lunga” è una tipologia prettamente italiana, dove i giovani adulti, più che emanciparsi e rendersi autonomi dalla famiglia d’origine uscendo di casa, tendono, per poter vivere, a trovare dei compromessi all’interno di essa per garantirsi una coabitazione vantaggiosa. Lo “status quo” prolungato, agisce negativamente su di essi: privandoli di senso di responsabilità e d’incapacità ad assumere impegni portandoli ad una regressione a stili di vita tipicamente giovanili che, cronicizzandosi, rende sempre più difficile e costoso il passaggio alla vita e all’assunzione di ruoli adulti;

• analogo discorso per ciò che riguarda la costituzione di un proprio nucleo familiare. Non è indice di “non volersi sposare” bensì una scelta che privilegia la vita comoda e libera da carichi familiari. A ragazzi e ragazze è concesso un notevole margine di libertà - in casa e fuori – in cambio di aiuti domestici o contributi economici molto contenuti, vista l’esiguità retributiva che introitano. C’è da dire che (altro che bamboccioni) i giovani tendono a procrastinare le nozze o la convivenza per poter acquisire prima una casa di proprietà e “conquistare” un lavoro sicuro e ben remunerato da parte di entrambi i partner;

• lo slittamento in avanti delle tappe, anche paternità e maternità si realizzano in ritardo, riducendo ulteriormente i tempi procreativi (fa figli più tardi soprattutto chi va all’università o si orienta verso professioni che hanno tempi di ingresso lunghi e complessi) e con questi le chances di fare figli e la numerosità della prole.

Tutto questo, comunque, è da considerare in un ottica dove si considera che:

- l’affitto di un monolocale si aggira sulle 500 € mensili(incluso e/o escluso il condominio);

- bollette varie da pagare;

- mezzi di trasporto;

- vitto;

- vestiario,

sono spese enormi rispetto a stipendi (da fortunati) di 1.000 /1.100 euro al mese.

Quindi non sono tanto da redarguire i giovani quando, davanti al costo della vita, prediligono rimanere in famiglia e contribuire ad essa (tutto sommato costa meno!) e magari cercare di risparmiare per poter affrontare l’acquisto, con eventuale impegno di mutuo, per evitare di sperperare quello “stipendio” esiguo.

Mariagabriella CORBI

Dottoressa in Scienze dell'educazione - Consulente dell'educazione familiare - Mediatrice Familiare

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