LA DISCIPLINA DEL TRATTAMENTO DI FINE RAPPORTO DEI DIPENDENTI DELLE CAMERE DI COMMERCIO I.A.A.

ASPETTANDO UNA DECISIONE DELLE SEZIONI UNITE DELLA SUPREMA CORTE

 

di Gianluca Ludovici

 

Uno dei temi più interessanti e più dibattuti degli ultimi anni in campo laburistico-previdenziale è costituito dalla corretta individuazione ed interpretazione della fonte regolatrice della disciplina del calcolo dell’indennità di anzianità dovuta ai dipendenti delle Camere di Commercio Industria Agricoltura ed Artigianato: più correttamente, per quanto si dirà tra breve, la queastio iuris riguarda i lavoratori camerali assunti prima della data del 1 Gennaio 1996 ed ancora in servizio al momento dell’entrata in vigore del D.P.C.M. 20 Dicembre 1999, vale a dire tutti quei dipendenti camerali che dal 2000 stanno andando in pensione e continueranno a farlo per i prossimi anni.

Il percorso evolutivo della disciplina legale del trattamento pensionistico dei soggetti qui presi in considerazione è stato lungo e non semplice, pieno di potenziali insidie che non hanno tardato a divenire più che concrete. In primis, occorre ricordare che la Legge n. 125/1968 stabiliva, al comma II dell'art. 3, che la posizione giuridica e di carriera, il trattamento economico, assistenziale e previdenziale del personale delle Camere di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura avrebbero dovuto essere disciplinati da apposito regolamento tipo, da emanarsi dal Ministero dell'Industria, del Commercio e dell'Artigianato, di concerto con il Ministero del Tesoro, sentite le organizzazioni sindacali più rappresentative. Tale fu il Regolamento approvato con Decreto Interministeriale del 12 luglio 1982, il quale, all’art. 77, così testualmente disponeva e tuttora dispone: "all'atto della cessazione dal servizio, al personale di ruolo camerale [ ... ] compete, oltre ai rispettivi trattamenti di quiescenza, una indennità di anzianità a carico dei bilanci camerali, commisurata a tante mensilità dell'ultima retribuzione fruita, a titolo di stipendio, di tredicesima mensilità ed altri eventuali assegni pensionabili e quiescibili per quanti sono gli anni di servizio prestati alle dipendenze delle Camere". La successiva Legge n. 580/1993 sul riordinamento del personale delle C.C.I.A.A., poi, non ha apportato alcuna novità in materia, poiché, pur stabilendo ( cfr. art. 19 ) che al detto personale si applicassero le disposizioni previste dalla Legge n. 421/1992 e dal D.Lgs. n. 29/1993, prevedeva che il relativo trattamento previdenziale avrebbe continuato ad essere disciplinato dalle disposizioni previgenti ( ovvero ex art. 77 D.I. 12.07.1982 ). Al contrario, la successiva Legge n. 335/1995 ( cfr. art. 2 ) ha voluto disciplinare diversamente il trattamento di fine servizio a seconda che i lavoratori fossero stati assunti dopo il 1 Gennaio 1996 ovvero prima di tale data: per questi ultimi, l’art. 2, comma VII ha demandato, invece, alla contrattazione collettiva nazionale, nell'ambito dei singoli comparti, la definizione delle modalità di applicazione della disciplina in materia di T.F.R. ai sensi del comma VI, richiamando altresì la necessità, anche in questa ipotesi, dell'emanazione di un D.P.C.M. contenente le disposizioni di esecuzione. Infine, il successivo comma IX del medesimo articolo ha disposto l’estensione ai dipendenti pubblici della disciplina prevista dall'art. 12 Legge n. 153/1969 ai fini della determinazione della base contributiva e pensionabile; disciplina che, al detto scopo, considera retribuzione "tutto ciò che il lavoratore riceve dal datore di lavoro in danaro o in natura, al lordo di qualsiasi ritenuta, in dipendenza del rapporto di lavoro".

Una prima questione da affrontare, pertanto, è quella riguardante la qualificazione giuridica da attribuire al rinvio implicitamente contenuto nel predetto art. 77 D.I. 1982, laddove lo stesso si riferisce ad “altri eventuali assegni pensionabili e quiescibili”; in estrema sintesi, occorre stabilire se si tratti di un rinvio recettizio ovvero formale. A chi scrive ( ma così anche ad accorta giurisprudenza della Suprema Corte e non solo ) sembra logicamente e giuridicamente corretto propendere per la prima delle qualifiche proposte e, conseguentemente, ritenere che l’espressione di cui all’art. 77 Decreto Interministeriale del 12 luglio 1982, tuttora vigente, sia idonea ad includere ogni forma di trattamento economico accessorio, così come determinato dall’art. 12 Legge n. 153/1969, considerato che il Regolamento del 12.07.1982 ha sicura natura normativa, è, cioè, fonte di diritto oggettivo ai sensi dell'art. 1 delle disposizioni sulla legge in generale, e che in tal senso deve indurre la piana lettura della norma in argomento. Dovendo, infatti, la verifica della retribuzione utile ai fini dell'indennità di anzianità essere fatta al momento della cessazione del rapporto, gli assegni pensionabili rilevanti ai fini del calcolo debbono essere individuati sulla base della normativa previdenziale in vigore a tale data: ove diversamente avesse inteso disporre, la norma avrebbe indicato espressamente la diversa disciplina da prendere in considerazione al fine dell'identificazione degli assegni pensionabili. Del resto lo stesso riferimento della disposizione agli altri "eventuali" assegni evidenzia la possibilità che il sopravvenire di una nuova disciplina previdenziale renda pensionabili altri emolumenti.

Nella specie, pertanto, poiché ai sensi dell'art. 2, comma IX Legge n. 335/1995, a decorrere dal 1 Gennaio 1996, per i dipendenti delle Amministrazioni pubbliche iscritti alle forme di previdenza esclusive dell'assicurazione generale obbligatoria, si applica, ai fini della determinazione della base contributiva e pensionabile, l'art. 12 della Legge 153/1969 e ss. mod. ed int., deve concludersi che risultano pensionabili anche tutte le voci retributive accessorie ( compresi il premio incentivante, l’indennità di comparto, l’indennità di disagio, l’indennità di vacanza contrattuale, la retribuzione accessoria, le ferie non godute ed i buoni pasto, etc… ) le quali, come tali, sono da includere nel calcolo della indennità di anzianità de qua. Il riferimento agli "assegni pensionabili" deve, infatti, intendersi in senso lato, nel senso, cioè, di emolumenti in genere, anche sporadici e non continuativi, purché pensionabili, posto che il regolamento pone l'accento principalmente sul fatto che la voce retributiva sia pensionabile, come risulta dall'endiadi rafforzativa "pensionabili e quiescibili" ( Cass., Sez. Lav., sent. n. 10437/2006; Cass., Sez. Lav., sent. n. 11519/2006; Cass., Sez. Lav., sent. n. 20528/2008; Cass., Sez. Lav., sent. n. 3189/2009 ). Identica lettura interpretativa del combinato disposto degli artt. 77 D.I. 12.07.1982, 2, comma IX Legge 335/1995 e 12 Legge 153/1969 è contenuta, oltre che nelle pronunce della Suprema Corte sin qui ricordate, in rilevanti arresti giurisprudenziali di merito di primo ( ex multis: Trib. Civ. Rieti, G.d.L., sent. n. 466/2009; Trib. Civ. Rieti, G.d.L., sent. n. 571/2009; Trib. Civ. Trieste, G.d.L., sent. 18.12.2008; Trib. Civ. L’Aquila, G.d.L., sent. n. 85/2005; Trib. Civ. Lucera, G.d.L., sent. n. 272/2005 ) e secondo grado ( ex plurimis: C.d’App. L’Aquila, sent. 704/2010; C.d’App. L’Aquila, sent. 813/2006 ).

Con specifico riferimento alla voce “buoni pasto”, poi, non può che richiamarsi il decisum della Suprema Corte secondo cui, considerato che l'ambito della retribuzione imponibile, ai fini della contribuzione previdenziale e assistenziale, non coincide con quello dell'obbligazione retributiva del datore di lavoro nei confronti del dipendente, ed atteso che l'art. 12 della Legge n. 153/1969 impone di considerare retribuzione tutto ciò che il lavoratore riceve dal datore di lavoro, in denaro o in natura, in dipendenza del rapporto di lavoro, “rientra nella retribuzione imponibile ai fini contributivi non solo l'indennità sostitutiva della mensa ma anche la prestazione «in natura» del servizio mensa - che il datore di lavoro abbia l'obbligo di erogare - a prescindere dalla facoltatività dell'utilizzazione del servizio stesso e dalla previsione contrattuale di un'indennità sostitutiva ( Cass., Sez. Lav., sent. n. 10218/2007 ).

Sulla validità ed efficacia del quadro normativo sin qui individuato, non incide, come invece erroneamente sostenuto da parte minoritaria della giurisprudenza di cui tra breve si darà conto, l’art. 49 C.C.N.L. 14.09.2000, il quale individua in modo tassativo ( e restrittivo ) le voci specifiche che compongono la retribuzione annua da considerarsi ai fini del calcolo del trattamento di fine rapporto; quest’ultima disposizione non può trovare, infatti, applicazione ai dipendenti delle C.C.I.A.A., in ragione di quanto espressamente previsto nella “Dichiarazione congiunta n. 3”, allegata allo stesso contratto collettivo nazionale del 2000. Tale dichiarazione così testualmente recita: Le parti, inoltre, convengono che, per i dipendenti delle C.C.I.A.A. in servizio alla data di entrata in vigore del DPCM 20.12.1999, pubblicato sulla G.U. n. 111 del 15.5.2000, restano confermate le disposizioni di cui al D.I. 12.7.1982 e successive modificazioni e del D.I. 20.4.1995 n. 245, relativamente agli istituti dell’indennità di anzianità e dei fondi di previdenza, trattandosi di istituti attinenti ad aspetti previdenziali e, quindi, estranei alla disciplina del rapporto di lavoro”. La corretta interpretazione della dichiarazione congiunta n. 3 costituisce il secondo tema controverso da risolvere: se quanto sin qui argomentato appare il frutto di una logica ricostruzione dell’istituto in esame, tuttavia, come poco sopra anticipato, parte della giurisprudenza di legittimità ( Cass., Sez. Lav., sent. n. 18288/2009 e Cass., Sez. Lav., sent. n. 18382/2009 ) e di merito, assolutamente minoritaria ma non per questo affatto “insidiosa” per una uniforme ermeneutica delle richiamate norme, ha ritenuto, molto probabilmente per ragioni metagiuridiche, di mero opportunismo e di natura prettamente politico-economica, di ribaltare il precedente pressoché pacifico orientamento e di ritenere il richiamo contenuto nella dichiarazione congiunta n. 3 allegata alla Coda contrattuale del 2000 come un rinvio alla disciplina vigente in subiecta materia nel 1982 e non, come chiaramente emerge dal dato testuale, alla disciplina dettata dal D.I. 12.07.1982 e successive modificazioni, il che vuol dire al sistema previgente al C.C.N.L. 14.09.2000 ovvero all’ormai noto combinato disposto degli artt. 77 D.I. 12.07.1982, 2, comma IX Legge 335/1995 e 12 Legge 153/1969 ( con implicita, ma chiara esclusione dell’art. 49 C.C.N.L. Regioni ed Autonomie Locali 14.09.2000 ). Più correttamente negli indicati arresti giurisprudenziali si ragiona nel senso di dover ritenere, onde evitare una presunta aporia del sistema, che la comune volontà delle parti della contrattazione collettiva sia stata quella di confermare puramente e semplicemente la perdurante vigenza della norma regolamentare come comprensiva delle sole voci che all’epoca venivano incluse nella indennità di anzianità e non anche come comprensiva di tutte le ulteriori voci pensionabili e quiescibili denominate come tali da una disposizione legislativa concernente non l’indennità di anzianità bensì il sistema previdenziale.

Il risultato conseguito da questa “nuova” giurisprudenza è stato, poi, dalla stessa dotato dei crismi della sacralità costituzionale, in quanto la lettura operata dalle più recenti pronunce del 2009 sarebbe costituzionalmente orientata e necessitata, onde evitare contrasti con gli artt. 3 ed 81 Cost, ovvero finalizzata a scongiurare disparità di trattamento tra gli appartenenti al medesimo comparto, nonché destinata a garantire la copertura finanziaria della normativa applicabile.

Ferme restando le argomentazioni sin qui svolte a sostegno della tesi favorevole ai dipendenti camerali, che appaiono assolutamente assorbenti, sul punto dell’ermeneutica costituzionalmente orientata, però, chi scrive ritiene di poter validamente obiettare quanto segue:

a)      quanto all’eccezione relativa al presunto contrasto tra la lettura della dichiarazione congiunta n. 3 sin qui offerta ed il principio della parità di trattamento degli appartenenti al medesimo comparto ( argomentum ex art. 3 Cost. ), occorre dire che la stessa appare pretestuosa ed infondata, in quanto non tiene conto della reale natura e della peculiare posizione lavorativa dei dipendenti camerali rispetto a tutti gli altri dipendenti pubblici. L’eguaglianza giuridica asseritamene lesa dall’interpretazione pro lavoratore, è un concetto di natura relazionale, nel senso che si è uguali o diversi rispetto a qualcun altro in rapporto a questo o quel parametro di misura: valutare l’eguaglianza presuppone la messa a confronto di almeno due elementi. Il principio di eguaglianza, quindi, non significa che tutti devono essere trattati allo stesso modo dalla legge, ma più propriamente che la legge deve trattare in modo uguale situazioni ragionevolmente eguali e in modo diverso situazioni ragionevolmente diverse: il principio di eguaglianza, quindi, va inteso come principio di eguaglianza ragionevole ( ex plurimis: Corte Cost., sent. 281/2005 ). Nel caso di specie, la diversità di trattamento dei dipendenti delle C.C.I.A.A. rispetto agli altri lavoratori di enti ed autonomie locali, in tema di calcolo di indennità di anzianità, così come previsto dalla dichiarazione congiunta n. 3 allegata al CCNL Regioni ed Autonomie Locali del 14.09.2000, trova la sua ratio nella peculiarità del lavoro prestato alle dipendenze delle Camere di Commercio I.A.A.. Si ricorda, infatti, che i dipendenti camerali costituiscono una realtà a parte, più affine a quella degli appartenenti al comparto “Dipendenti Statali”, del quale per anni hanno fatto giustamente parte, che a quella degli appartenenti al comparto “Regioni ed Autonomie Locali”, cui sono stati ricondotti solo per ragioni di opportunità politica. Il tutto senza contare che attualmente non tutti i dipendenti della C.C.I.A.A. appartengono al medesimo comparto, essendo possibile riscontrare in sede camerale almeno un’ulteriore tipologia contrattuale ( in alcuni casi, addirittura altre due ): il riferimento è alla posizione dei dipendenti delle Aziende Speciali istituite dalle C.C.I.A.A. i quali, senza ragione logica alcuna, ma per mera scelta politica, fanno parte del comparto “Aziende del Commercio, dei Servizi e del Terziario” e, in alcuni contesti locali, anche del comparto “Lavoro Portuale” ( cfr. C.C.I.A.A. di Livorno ). Orbene, a fronte della sostanziale ed ontologica differenza della posizione laburistico-previdenziale dei dipendenti camerali rispetto a quella degli altri appartenenti al comparto “Regioni ed Autonomie Locali”, risulta ampiamente giustificata sul piano logico una diversificazione dei primi dai secondi quanto a trattamento di fine rapporto, così come si giustifica l’interpretazione della dichiarazione congiunta n. 3 allegata al C.C.N.L. 14.09.2000 nel senso proposto da chi scrive ed avallata dalla maggioritaria giurisprudenza di legittimità e di merito.

Al contrario, nessuna ragionevole disuguaglianza sarebbe possibile riscontrare nel caso in cui si decidesse di non concedere ai dipendenti della C.C.I.A.A., collocati a riposo a partire dall’anno 2000 ( rectius: post entrata in vigore D.P.C.M. 20.12.1999 ), la possibilità di calcolare il proprio T.F.R. ex artt. 77 D.I. 12.07.1982, 2 Legge 335/1995 e 12 Legge 153/1969, atteso che in tal modo si creerebbe un’ingiustificata disparità rispetto ai loro colleghi cessati dal lavoro anteriormente al 2000 ( questi sì, a differenza della generica categoria dei lavoratori del settore pubblico o del medesimo comparto, in posizione assolutamente ed ontologicamente identica ai primi! ). Ne deriva logicamente come la teoria che si oppone alle argomentazioni fatte proprie dal presente scritto, non solo appaia in sé e per sé erronea, ma poggi in realtà sulla necessità di introdurre nel sistema de qua, senza giustificazione alcuna, un elemento di forte disparità ( l’indiscriminata operatività dell’art. 49 C.C.N.L. 14.09.2000 ) all’interno dello stesso gruppo di individui-lavoratori, ove, se per tali debbono intendersi tutti i facenti parte del medesimo comparto, a maggior ragione debbono considerarsi i dipendenti dello stesso datore di lavoro ( la C.C.I.A.A. ). Tutto ciò, si badi bene, a quadro normativo sostanzialmente immutato, non potendo trovare applicazione l’art. 49 C.C.N.L. 14.09.2000, perché così espressamente previsto nella dichiarazione congiunta n. 3 allegata al C.C.N.L. Regioni ed Autonomie Locali del 14.09.2000;

b)      quanto all’eccezione relativa al presunto contrasto tra la lettura della dichiarazione congiunta n. 3 sin qui offerta ed il principio della copertura finanziaria ( argomentum ex art. 81 Cost. ), va ricordato, come già fatto dalla Suprema Corte nella sentenza n. 10437/2006, che il principio di cui all’ art. 81 Cost. non risulta violato nei casi in esame, atteso che la Legge 335/1995 ( in specie: l’art. 2, comma VI ) nel disciplinare il T.F.R. del personale camerale, prevede espressamente che la regolamentazione collettiva delle modalità di attuazione di tale disciplina ed il successivo D.P.C.M. stabiliscano anche i necessari adeguamenti della struttura retributiva e contributiva del personale, mentre la previsione, nel comma IX del medesimo articolo, dell’applicazione della Legge 153/1969 ( in specie: l’art. 12 ), ai fini della determinazione della base contributiva e pensionabile, trova in sé stessa la copertura finanziaria, ciò stante il parallelismo tra base contributiva e pensionabile. Il rinvio di altri atti alla Legge 335/1995, pertanto, non può porre problemi di copertura finanziaria delle disposizioni di cui al predetto art. 2, problemi che, al massimo, potrebbero astrattamente riguardare la normativa di rinvio solo qualora introducesse nuove e maggiori spese. Orbene, nelle ipotesi in argomento ciò non avviene, dal momento che il principio di copertura della spesa non può dirsi violato dal C.C.N.L. di comparto, il quale, in stretto ossequio alla Legge 335/1995, ha semplicemente provveduto a dettare le modalità di attuazione del T.F.R., le quali, in relazione al trattamento di fine rapporto per i dipendenti camerali, si sono sostanziate nel richiamo alla disciplina contenuta nel Regolamento del 12.07.1982.

In definitiva, pur se appare quasi scontato ( soprattutto auspicabile ) un futuro intervento delle Sezioni Unite della Suprema Corte al fine di dirimere il contrasto venutosi a creare tra le proprie Sezioni Semplici, per ora sembra non potersi concludere che in senso favorevole all’interpretazione offerta dal prevalente orientamento giurisprudenziale di legittimità e di merito, non sussistendo valide ragioni, neppure di origine costituzionale, per discostarsi dalla piana lettura delle norme in argomento, con conseguente necessità di applicare ancora una volta solo quanto previsto dal combinato disposto degli artt. 77 D.I. 12.07.1982, 2, comma IX Legge 335/1995 e 12 Legge 153/1969.