L’OCCASIONE DI LAVORO : BREVI RIFLESSIONI. UNA PREMESSA TUTTA DI GIURISPRUDENZA


Dr.ssa Silvana Toriello


Il secondo elemento costitutivo della figura giuridica dell'infortunio indennizzabile è l'« occasione di lavoro”. Seguiamo le sintetiche ma efficaci osservazioni della Corte di Cassazione nella decisione Sez. Lav., 30 dicembre 2009, n. 27829  secondo cui “ costituisce insegnamento tralaticio della giurisprudenza di legittimità che al fine di integrare l'occasione di lavoro non è sufficiente il mero nesso topografico e cronologico con il lavoro, ma occorre un nesso eziologico con il rischio assicurato.

Tale formula, elaborata molti decenni orsono (Cass. 8 aprile 1965 n. 608) in relazione alla nozione originaria e selettiva di rischio specifico proprio, con il quale era onere dell'infortunato provare il nesso eziologico dell'incidente avvenuto sul luogo di lavoro, va ora reinterpretata in relazione alla attuale nozione di attività protetta.

La giurisprudenza di questa Corte ha successivamente chiarito che la separata previsione legislativa nella seconda parte del D.P.R. 1124 del 1965, art. 1, comma 1, che fa riferimento ad "opifici, laboratori o ambienti organizzati per lavori, opere o servizi, i quali comportino l'impiego di tali macchine, apparecchi o impianti", nei quali operano cioè le fonti di rischio nominate nella prima parte, fonte già di per sè di obbligo assicurativo, implica un ambito ed un nesso di collegamento con il lavoro più ampio del precedente rapporto con la fonte di rischio di cui alla prima parte, ed ha qualificato tale situazione come rischio ambientale; pervenendo alla conclusione che la seconda parte del suddetto decreto presidenziale tutela il lavoro in sè e per sè considerato, e non soltanto quello reso presso le macchine, essendo la pericolosità data dallo spazio delimitato e dai complesso dei lavoratori in esso operanti, oltre che dalle macchine (in tal senso, Cass. SS.UU., 14.4.1994 n.3476).Non ignora il Collegio che la giurisprudenza di questa Corte, coerentemente a siffatti principi, ha ricostruito in numerose sentenze (Cass. sez. lav., 4.8.2000 n. 10298, Cass. sez. lav., 4.8.2000 n. 10298; Cass. sez. lav., 8.3.2001 n. 3363; Cass. sez. lav., 13.7.2001 n. 9556; Cass. sez. lav., 11.2.2002 n. 1944; Cass. sez. lav., 21.4.2004 n. 7633; Cass. sez. lav., 5.5.2006 n. 10317), la lunga evoluzione del sistema complessivo di tutela infortunistica, ed in particolare della nozione di occasione di lavoro, consolidandosi sulla conclusione che, pur nella identità di espressione lessicale, risalente alla L. 17 marzo 1898, n. 80, nella nozione di occasione di lavoro, di cui al D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, art. 2, rientrano tutti i fatti, anche straordinari e imprevedibili, inerenti all'ambiente, alle macchine e alle persone, sia dei colleghi, sia di terzi, ed anche dello stesso infortunato, attinenti alle condizioni oggettive della prestazione lavorativa presupposto dell'obbligo assicurativo, ivi compresi gli spostamenti spaziali del lavoratore assicurato, funzionali allo svolgimento della prestazione lavorativa, con l'unico limite in quest'ultimo caso del rischio elettivo (Cass. sez. lav., 9.10.2000 n. 13447).Tutte le leggi italiane in materia di assicurazione contro gli infortuni, cominciando dalla prima, del 1898, fino al Testo Unico vigente, hanno sempre richiesto,per la risarcibilità del danno, ch’esso sia stato subìto “in occasione di lavoro”.Si tratta di un’espressione volutamente elastica, per consentire la massima espansione della tutela. L’idea di fondo, ancor oggi prevalente, è quella che risale al CARNELUTTI, secondo cui dev’essere il lavoro a creare, in tutto o almeno in parte, il rischio cui a sua volta consegue l’infortunio. Il Carnelutti distingue il nesso esistente tra lavoro e rischio da quello tra lavoro ed infortunio affermando che tra lavoro e rischio esiste un rapporto di causalità(il lavoro è causa del rischio cui si espone il lavoratore) mentre tra lavoro ed infortunio esiste un rapporto di occasionalità (e cioè il rischio generato dal lavoro rende professionale l’infortunio che si verifica): .Non è sufficiente che l’infortunio si sia verificato sul lavoro  ma è necessario che si sia verificato per il lavoro, non è sufficiente che chi lavora ne rimanga vittima mentre lavora ma è necessario che ne rimanga vittima perché lavora. Secondo Cassazione civ., Sez. lav., 27 febbraio 2002 n. 2942 la giurisprudenza ha offerto due letture diverse della nozione di « occasione di lavoro ».Secondo un primo orientamento, perché un infortunio possa essere qualificato come avvenuto in « occasione di lavoro » non è sufficiente che si verifichi durante il lavoro e nel luogo di lavoro, essendo necessario che tra l'attività lavorativa ed il sinistro ci sia un concreto e preciso nesso di derivazione eziologia, in quanto l'evento deve dipendere dal rischio intrinseco a determinate prestazioni ovvero dal rischio in astratto connesso all'esecuzione della prestazione lavorativa ed al perseguimento delle relative finalità. Ai fini della copertura assicurativa non basta che si verifichi il sinistro durante il lavoro e sul posto (o in prossimità del posto) di lavoro, in mancanza di una diretta dipendenza dell'evento lesivo dal rischio inerente all'attività lavorativa espletata. Secondo un altro orientamento, l'evento verificatosi in « occasione di lavoro » travalica in senso ampliativo i limiti concettuali della « causa di lavoro », afferendo nella sua lata accezione ad ogni fatto comunque ricollegabile al rischio specifico connesso all'attività lavorativa cui il soggetto è preposto: il sinistro indennizzabile ai sensi dell'art. 2 T.U. 1965 non può essere circoscritto nei limiti dell'evento di esclusiva derivazione eziologica materiale dalla lavorazione specifica espletata dall'assicurato, ma va riferito ad ogni accadimento infortunistico che al lavoro sia ascrivibile in concreto, pur se astrattamente possibile in danno di ogni comune soggetto, in quanto configurabile anche al di fuori dell'attività lavorativa tutelata ed afferente ai normali rischi della vita quotidiana privata; pertanto, l'evento infortunistico verificatosi in occasione di lavoro non va considerato sotto il profilo della mera oggettività materiale dello stesso ma, ai fini della sua indennizzabilità, deve essere esaminato in relazione a tutte le circostanzedi tempo e di luogo connesse all'attività lavorativa espletata, potendo in siffatto contesto particolare assumere connotati particolari tali da qualificarlo diversamente dagli accadimenti comuni e farlo rientrare nell'ambito della previsione della normativa di tutela, con l'unico limite della sia ricollegabilità a mere esigenze personali del tutto esulanti dall'ambiente e dalla prestazione di lavoro (ed. rischio elettivo).

La Corte di cassazione n. 2942 del 2002 dichiara di condividere questo secondo orientamento giurisprudenziale, in quanto più aderente alla lettura ed allo spirito della legge. Non sarebbe infatti senza significato che il Legislatore abbia usato l'espressione «occasione» di lavoro anziché «causa» di lavoro. Con siffatta espressione ha certamente inteso coprire con la garanzia assicurativa una quantità di eventi dannosi subiti dal lavoratore sul luogo di lavoro e durante l'espletamento della prestazione non riconducibile al rischio intrinseco connesso all'attività lavo-rativa, o alle attività immediatamente e necessariamente a quella connesse, ma tuttavia legate allo svolgimento della prestazione. Di conseguenza il rapporto di derivazione eziologia tra il sinistro ed il lavoro non è inteso in termini di stretta dipendenza causa-effetto sul piano materiale, ma ampliato a tutte le condizioni, anche esterne al particolare processo produttivo, ma comunque legate ed influenti sul processo produttivo stesso, che abbiano concorso alla produzione dell'evento lesivo.Con decisione n.13447 del 9 ottobre 2000 la Cassazione Sez. Lavoro ha statuito che nella nozione di occasione di lavoro, di cui all'art. 2 d.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124, rientrano tutti i fatti, anche straordinari e imprevedibili, inerenti all'ambiente, alle macchine e alle persone, sia dei colleghi, sia di terzi, ed anche dello stesso infortunato, attinenti alle condizioni oggettive e storiche della prestazione lavorativa presupposto dell'obbligo assicurativo, ivi compresi gli spostamenti spaziali del lavoratore assicurato, funzionali allo svolgimento della prestazione lavorativa, con l'unico limite in quest'ultimo caso del rischio elettivo (nella specie, la sentenza di merito, cassata dalla S.C., aveva escluso l'indennizzabilita' dell'infortunio occorso ad un'impiegata della P.A. addetta al video - terminale che, spostandosi da un ufficio all'altro della sede di lavoro recando con se' un faldone da utilizzare per la sua attivita', era scivolata e caduta in terra riportando una frattura ossea”

DEFINIZIONE DELL’OCCASIONE DI LAVORO

In assenza di una definizione normativa, l’occasione di lavoro può essere definita come il nesso tra lavoro e infortunio, nesso che può essere anche solo indiretto od occasionale. Per comprendere il concetto di nesso indiretto od occasionale, si deve tenere presente che il lavoratore viene assicurato per una o più attività considerate pericolose dall’art. 1 T.U., ma in pratica si può trovare in situazioni di pericolo che non sempre sono provocate dalle attività per le quali è stato assicurato. Infatti, egli è esposto, oltre che al rischio tipico delle sue mansioni, anche a quello delle prestazioni connesse o strumentali alla sua attività, che possono essere varie e non sempre prevedibili. Egli, inoltre, opera in un determinato ambiente che, di per sé solo, può presentare pericoli; svolge la prestazione a fianco di colleghi che svolgono anch’essi attività rischiose; entra in contatto con apparecchiature e macchine varie anche se non le utilizza direttamente. Le situazioni di pericolo possono concretizzarsi anche durante le pause lavorative; e ancora, il rischio può essere ricollegabile alla condotta soggettiva del lavoratore (distrazione, stanchezza, scarsa confidenza con gli strumenti lavorativi, o magari all’opposto imprudenza dovuta ad un eccesso di confidenza con gli stessi strumenti).Poiché, come sopra detto, il rapporto tra lavoro e infortunio è occasionale ossia indiretto e mediato, tutte le situazioni descritte possono essere ricomprese nella nozione di occasione di lavoro. In linea generale si può dunque affermare che sono tutelati tutti gli eventi conseguenti ad un rischio, anche straordinario e imprevedibile riconducibile a finalità, esigenze o condizioni lavorative. Non è sufficiente , si è detto più innanzi, che l’infortunio si sia verificato in ambiente di lavoro (nesso topografico) o in orario di lavoro (nesso cronologico), ma deve essersi verificato a causa del lavoro. È il lavoro che determina, anche in modo indiretto e occasionale il rischio del verificarsi dell’infortunio: non solo la prestazione lavorativa in senso stretto, ma anche le attività complementari e accessorie in rapporto di occasionalità (es.: indossare la tuta da lavoro prima di cominciare l’attività).È stato negato l’infortunio dell’operaio che in orario di lavoro e sul luogo di lavoro, si infortunava affilando un oggetto personale utilizzando la smerigliatrice dell’officina in cui lavorava.

IL RISCHIO

La nozione di “occasione di lavoro ” si correla alla nozione di rischio ed alla sua specifica qualificazione di rischio specifico, elettivo, generico, generico aggravato

In sintesi,pertanto, abbiamo :

1 - rischio specifico grava soltanto sul lavoratore in ragione dello specifico’espletamento della sua attività lavorativa(per es.: addetto al reparto di gastronomia in un supermercato che si ferisce con l’affettatrice).. II rischio generico e quello che grava nell'identico modo su qualsiasi cittadino, lavoratore o non lavoratore non genera infortunio sul lavoro. Il rischio specifico si distingue in rischio specifico proprio che attiene direttamente alle mansioni tipiche assegnate al lavoratore e rischio specifico improprio che si riferisce ad attività accessorie, ma immediatamente e necessariamente connesse o strumentali allo svolgimento di quelle mansioni(per es.:dipendente di un supermercato, addetto al reparto gastronomia, che si infortuna effettuando la pulizia dell’affettatrice alla fine del turno di lavoro; infermiera che si infortuna nello spogliatoio mentre si sta cambiando per indossare il camice). Come rappresentato da Cassazione lavoro rientrano nell’occasione di lavoro anche gli infortuni verificatisi nelle attività prodromiche, accessorie ma immediatamente connesse o strumentali allo svolgimento delle mansioni tipiche. Scrive la Corte “il Tribunale ha altresì accolto una nozione di occasione di lavoro, presupposto per la copertura assicurativa da parte dell'INAIL ai sensi dell'art. 2, D.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124, che esclude i "rischi che possono verificarsi comunque nella vita quotidiana, senza nesso specifico con l'attività lavorativa", con evidente equivoco tra la possibilità che il medesimo evento lesivo possa verificarsi anche al di fuori dell'attività lavorativa e la concreta verificazione dello stesso per effetto di un'azione riferibile alla prestazione d'opera. Tale interpretazione non può essere condivisa, siccome contrastante persino con l'orientamento più rigoristico espresso dalla giurisprudenza di questa Corte, nel senso che l'evento dannoso deve dipendere da un atto intrinseco a determinate prestazioni e in ogni caso deve essere astrattamente connesso all'esecuzione di questo ed alle relative finalità (ex plurimis Cass., 11 aprile 1997, n. 7918, n. 3752, 10 settembre 1995, n. 10869).È però doveroso segnalare che la giurisprudenza più recente, cui questo Collegio ritiene di uniformarsi, è orientata in senso più favorevole al prestatore d'opera e riconosce come indennizzabile anche l'infortunio determinatosi per tutte le condizioni, ivi incluse quelle ambientali, in cui l'attività produttiva si svolge e nelle quali è possibile il rischio di danno per il lavoratore, sia che esso provenga dall'apparato produttivo, sia che esso dipenda da terzi, sia che discenda da comportamenti propri del lavoratore, salva l'ipotesi del così detto rischio elettivo (Cass. 23 agosto 1997, n. 7918, 2 giugno 1999, n. 5419, 22 novembre 1999, n. 12930).La giurisprudenza di questa Corte ha poi individuato, oltre alla categoria del rischio specifico proprio, insito nello svolgimento delle mansioni tipiche del lavoro affidato, un rischio pur sempre specifico ma improprio, insito nelle attività prodromiche, accessorie ma immediatamente connesse o strumentali allo svolgimento di tali mansioni (ex plurimis: Cass. 24 luglio 1991 n. 8292, 22 maggio 1997 n. 4557).A tale rischio specifico pur se improprio vanno ricondotte le attività locomotorie interne (Cass., 11 maggio 1999 n. 4676, 21 febbraio 1987 n. 1833, 15 febbraio 1986 n. 925).La qualificazione delle stesse come rischio specifico, ancorché comuni alla generalità degli individui, comporta l'individuazione del nesso di collegamento con l'attività lavorativa, consistente appunto nell'obbligo giuridico di svolgerle sul luogo e durante il lavoro (Cass. 9 ottobre 2000, n. 13477).” (cfr., ex multis, Cass. 131/1990 in tema di pause fisiologiche; ex multis, Cass. 12652/1998, Cass. 10298/2000, Cass. 3363/2001, Cass. 9556/2001, Cass. 1944/2002, Cass. 6894/2002, Cass. 5841/2002, Cass. 7633/2004, Cass. 5354/2002, Cass. 16417/2005, Cass. 10317/2006, Cass. 27829/2009 in tema di atti di locomozione interna; ed ancora Cass. 3765/2004 in tema di attività prodromica e strumentale all'attività lavorativa).Secondo giurisprudenza risalente la occasione di lavoro è il nesso di collegamento con la prestazione lavorativa, nesso di derivazione eziologica (e cioè causale), dipendente cioè dal rischio insito nella lavorazione e comunque strettamente inerente al compimento di essa, con ciò escludendo la copertura assicura-tiva per gli eventi causati da fattori non strettamente professionali, anche se attinenti al luogo di lavoro ed intervenuti nel corso della prestazione lavorativa (Cass., 18 dicembre 1969 n. 4003; Cass., 6 febbraio 1970 n. 256; Cass., 14 luglio 1972 n. 2439).

2 – rischio generico aggravato (da motivi di lavoro): è generico il rischio che corro se devo attraversare la strada. Ma se attraverso la strada portando dei faldoni per ragioni di lavoro e questo specifico trasporto connesso al mio lavoro mi impaccia nei movimenti, ecco che quel rischio generico è aggravato da specifici limiti connessi al lavoro. In questo caso ove io subisca un infortunio questo sarà ascrivibile ad infortunio sul lavoro. Dunque, come si evince dall’esempio fatto, esistono specifici elementi lavorativi che determinino un aggravamento del rischio. A partire da questa che è stata la tesi originaria della Suprema Corte, si sono affermati ulteriori criteri interpretativi più avanzati efficacemente sintetizzati da Inail nella nota D.C. Prestazioni, Uff. I, n. 2.0.2 dell'8 luglio 1999 secondo cui  sono oggetto di copertura assicurativa tutti i comportamenti del lavoratore che sono in rapporto finalistico-strumentale con le prestazioni lavorative. In particolare la prestazione di lavoro determina 1'esposizione a rischi anche attraverso le condizioni dell'ambiente in cui deve essere resa;nel rischio tutelato rientrano anche le circostanze «straordinarie e imprevedibili» ;il rischio generico si trasforma in rischio generico aggravato dal lavoro, se e in quanto affrontato per esigenze e finalità lavorative, senza necessità di ulteriori fattori specificanti.

Come rappresentato dal Casale in “L’assicurazione infortuni e malattie professionali” pag. 157 Sole 240re ediz. 2001

In base ai suesposti criteri sono indennizzabili:

1) gli infortuni, che possono accadere nell'ambiente di lavoro, conseguenti a cadute per le scale,scivolamenti sul pavimento, urti contro suppellettili e infissi ed altri incidenti di tipo analogo, se occorsi nell’attuazione di comportamenti necessitati in relazione alle prestazioni lavorative riconducibili ad esigenze e finalita lavorative e non imputabili a libera scelta del lavoratore;

2)gli infortuni, in attualità di lavoro, provocati da fattori climatici (fulmini, frane, valanghe, trombe d'aria ecc.) o idrogeologici (frana, voragine ecc), a prescindere se il luogo di lavoro si trovi in montagna, in campagna o in citta, considerato che, comunque, il lavoratore non ha la possibilita di scelta diversa;

3)gli infortuni, in attualità di lavoro, conseguenti a fatti delittuosi di terzi (aggressioni, furti, rapine, ecc), purche il fatto colpisca il lavoratore nel1'esecuzione di una attività resa necessaria dall'espletamento del suo lavoro e non sia riconducibile a ragioni extralavorative.

Non sono stati invece riconosciuti indennizzabili gli infortuni occorsi:

—    ad un lavoratore con mansioni di guardiano, ucciso per vendetta personale o per regolamento di -conti tra organizzazioni criminose rivali (Cass., n. 3752/1998);    "t.

—    ad un coltivatore diretto aggredito nella sua qualita di "proprietario terriero" (Cass., n. 477/1988), ij| ad un pastore aggredito per rapina, in quanto la rapina non aveva alcuna relazione causale ne occasionale (tranne 1'elemento topografico) con il pascolo di bestiame, oggetto della rapina essendos stato il portafoglio e non il bestiame (Cass., n. 1017/1989);

—    ad un artigiano elettricista infortunatosi mentre installava un impianto di illuminazione davanti ad un suo locale. Nella fattispecie la Corte ha ritenuto che al momento del sinistro l'artigiano svolgesse un'attivita di interesse personale non collegabile in alcun modo ai fini propri dell'azienda artigiana (Cass., n. 8027/1997).”


In agricoltura il concetto di occasione di lavoro, soprattutto per i lavoratori autonomi è più ampio in quanto il lavoratore autonomo anche quando non lavora è comunque in azienda. In base a queste considerazioni, sono stati ritenuti indennizzabili gli eventi accaduti a: mezzadro caduto sulle scale della propria abitazione mentre si recava in cantina a prendere le sementi da spargere nei campi; agricoltore che, salito su un albero per la raccolta delle olive, era stato ferito dal colpo esploso da un cacciatore attratto dal movimento dei rami; lo stesso dicasi anche per la puntura di insetto che in linea generale costituisce rischio generico, ma che diventa aggravato nel caso dell’insetto che punge in quanto infastidito da un attrezzo (per es.: la falce) o da una macchina (per es.: mietitrebbia).

Dunque l’infortunio è indennizzato in caso di rischio specifico proprio od improprio, di rischio generico aggravato, in caso di comportamento anche colposo del lavoratore. Al contrario esso non è indennizzabile in caso di rischio generico, di rischio elettivo , di comportamento doloso del lavoratore.

LA DECISIONE DELLA CORTE COSTITUZIONALE N.462 DEL 27 LUGLIO 1989

Le sentenze della Corte costituzionale integrano il sistema normativo in maniera vincolante per l'interprete. All’insegnamento di CARNELUTTI hanno aderito, senza riserve, i giudici della Consulta quando, verso la fine degli anni ’80, sono stati chiamati a pronunziarsi sulla legittimità costituzionale dell’art. 2 T.U. n. 1124 cit. Nel corso di un giudizio civile promosso da un dipendente delle FF.SS. per ottenere il riconoscimento come "infortunio sul lavoro" di lesioni subite dal ricorrente nel luogo e nell'orario di lavoro ad opera di un collega che, in stato di grave alterazione psichica, lo aveva aggredito, il Pretore di Firenze, con ordinanza del 27 ottobre 1988, ha sollevato questione di legittimità - per contrasto con l'art. 38, comma secondo, Cost. - dell'art. 2, D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124 (testo unico delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, applicabile ai dipendenti FF.SS. ex art. 21, legge n. 210 del 1985), nella parte in cui, secondo l'interpretazione giurisprudenziale dominante (con la sola eccezione di Cass. Sez. Lav., 21 luglio 1988, n. 4716), richiede che l'evento lesivo, per potersi considerare avvenuto "in occasione di lavoro", sia legato alle prestazioni lavorative da un nesso di derivazione eziologica, dipenda, cioé , dal rischio inerente ad un atto intrinseco a tali prestazioni o comunque strettamente inerente al compimento di esse: con ciò escludendo la copertura assicurativa per gli eventi causati da fattori non strettamente professionali, anche se attinenti al luogo di lavoro ed intervenuti nel corso della prestazione lavorativa. A sostegno dell'impugnativa, il giudice "a quo" richiama la più recente giurisprudenza costituzionale, di cui alle sentenze nn. 369 del 1985; 880, 206 e 179 del 1988 e, segnatamente, alla sentenza n. 226 del 1987 in tema di infezione malarica. A suo avviso, da tali decisioni é desumibile un indirizzo che assicura una più pregnante tutela infortunistica del lavoratore, estesa a fattori - come quello ora citato -legati all'ambiente di lavoro da un nesso meramente topografico; sicché dovrebbe ritenersi non più coerente al precetto di cui all'art. 38 Cost., la descritta interpretazione restrittiva del concetto di occasione di lavoro. 1. Nel decidere se sia indennizzabile come infortunio una lesione, con postumi permanenti, subita da un lavoratore nel luogo e nell'orario di lavoro ad opera di un collega che, in stato di grave alterazione psichica, lo aveva aggredito, il Pretore di Firenze ha sollevato, in riferimento all'art. 38, secondo comma, Cost., una questione di legittimità costituzionale dell'art. 2 del D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124, nella parte in cui - secondo invalsa interpretazione giurisprudenziale - esclude che possano considerarsi avvenuti "in occasione di lavoro" gli eventi lesivi causati nel corso della prestazione lavorativa da fattori comunque attinenti al luogo di lavoro, anche se non strettamente professionali.Ad avviso del giudice "a quo", tale esclusione non sarebbe coerente con la più pregnante tutela antinfortunistica assicurata al lavoratore dalla suddetta norma costituzionale, come intesa nella più recente giurisprudenza di questa Corte. Con l'assicurazione contro gli infortuni, il legislatore ha apprestato una tutela differenziata per i rischi professionali, quelli cioé cui i lavoratori sono esposti in ragione dello svolgimento della loro attività produttiva, nel senso che é questa a determinare l'esposizione al rischio di un evento lesivo. Alla specificità di tale tutela corrisponde il requisito della professionalità del rischio, espressa nel concetto di "occasione di lavoro". L'elaborazione dottrinale e giurisprudenziale di tale ampia nozione ha condotto a chiarire, da un lato, che il rischio assicurato, pur se non sia quello normale o tipico, deve essere non estraneo all'attività lavorativa, o a ciò che ad essa é connesso od accessorio; dall'altro, che l'evento - il quale può dipendere da cause straordinarie o imprevedibili, da fatto di terzi o da colpa dello stesso infortunato - deve essere (non causato ma) "occasionale" dal lavoro, nel senso che deve avere con questo un collegamento non meramente marginale. Di qui la conseguenza che la pura e semplice correlazione di tempo e di luogo tra evento e prestazione lavorativa, per un verso non basta - ove manchi - ad escludere il requisito in questione, come nel caso degli infortuni "in itinere"; per altro verso non é di per sé sola sufficiente ad integrarlo, quanto intervengano fattori od attività del tutto indipendenti dall'ambiente, dalle macchine o persone costituenti le condizioni oggettive dell'attività protetta.Dottrina e giurisprudenza sono concordi nel ritenere insufficiente il mero nesso cronologico o topografico a fine di stabilire la "professionalità " dell'evento: e ciò si trova affermato anche nella decisione che il Pretore rimettente segnala come indicativa di un indirizzo contrario.Tanto premesso, la questione deve ritenersi non fondata.La professionalità dell'evento, intesa nel senso ampio sopra precisato, é, invero, coessenziale alla specificità della garanzia apprestata ai lavoratori con l'assicurazione infortuni, che non é preordinata a coprire i rischi generici, comuni a tutti i cittadini. Questa delimitazione, che inerisce al concetto stesso di "infortunio", non comporta violazione del precetto di cui all'art. 38, secondo comma, Cost., dato che, come sottolineato dall'Avvocatura dello Stato, ove non si tratti di infortunio ben possono soccorrere altre forme assicurative, quali le assicurazioni contro le malattie o l'invalidità , pure prescritte dalla medesima norma costituzionale.Né é pertinente, in senso contrario, il richiamo fatto dal giudice "a quo" a recenti sentenze di questa Corte. Alcune di queste (sentenze nn. 369 del 1985; 179, 206 e 880 del 1988) concernono temi del tutto diversi da quello qui in esame. La sentenza, poi (n. 226 del 1987), che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale dell'impugnato art. 2 nella parte in cui (secondo comma) esclude che costituisca infortunio sul lavoro l'evento dannoso derivante da infezione malarica, é pervenuta a tale conclusione considerando che quest'ultima affezione non é più un rischio generico, bensì un rischio specifico che può essere occasionato dal lavoro in circoscritto ambiente infesto: sicché essa non contraddice, ma convalida il requisito della professionalità dell'evento.”Secondo la giurisprudenza della Corte Costituzionale dunque,   la pura e semplice correlazione di tempo e di luogo fra evento e prestazione lavorativa non è di per sé sola sufficiente ad integrare l'occasione di lavoro quando intervengano fattori o attività del tutto indipendenti dall'ambiente, dalle macchine o dalle lavorazioni costituenti le condizioni oggettive dell'attività protetta.

LA GIURISPRUDENZA CONSEGUENTE

Ai princìpi elaborati da CARNELUTTI e confortati dall’adesione della Corte Costituzionale, e che già il Pretore di Firenze, nella sua ordinanza, indicava come “l’interpretazione giurisprudenziale dominante”, ha continuato ad ispirarsi fino ad oggi la giurisprudenza. Rare sono le decisioni concernenti il rischio specifico diretto, probabilmente perché questo è di facile accertamento e lascia quindi scarso margine alle contestazioni. Si può ricordare la vicenda di un’operaia, adibita alla cura dei cani posti a guardia dello stabilimento, che è stata azzannata da uno di essi o quella di un gruppo di braccianti agricoli che, durante la raccolta della frutta, hanno contratto una dermatosi provocata dall’azione di parassiti, da cui gli alberi erano infestati. Molto più numerose le decisioni concernenti il rischio specifico indiretto, che già CARNELUTTI definiva “l’anello di congiunzione tra le altre due categorie estreme”13 del rischio specifico diretto, da un lato, e del rischio generico dall’altro. In questo novero rientrano le cadute purchè avvenute in occasione di lavoro,gli atti della vita  comune che sono quelli che tutti compiamo per soddisfare le nostre necessità personali. Senonché le esigenze del lavoro possono condizionare,in maggiore o minor misura, la scelta delle relative circostanze di luogo e di tempo;comportamenti dolosi di terzi. Con riferimento a tale ultima ipotesi mentre nel lontano passato si era ritenuto che il fatto delittuoso dei compagni o dei terzi interrompesse qualsiasi nesso causale con il lavoro, la prospettiva è mutata a partire da Corte Cost., sentenza 7 aprile 1981, n. 55, che ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell’art. 1 t.u. 1124, in relazione all’art. 4, n. 1 dello stesso t.u., nella parte in cui non comprende nella previsione di cui al comma 3 dell’art. 1 medesimo, le persone che siano comunque addette, in rapporto diretto con il pubblico, a servizio di cassa.

La decisione è motivata sia con il processo storico di espansione dell’assicurazione obbligatoria, sia con la identità di rischio tra l’attività di cassa e quella prevista all’art. 1, comma 3, n. 24 per il servizio di vigilanza privata, identità rilevante ai sensi degli artt. 3 e 38 Cost.

E benché originata da una fattispecie di cassiera di sala di spettacoli, oggetto dell’ordinanza di rimessione, e la Corte abbia operato il raffronto con le previsioni dei nn. 24 e 27 del comma 3 dell’art. 1, la sentenza citata ha esteso il proprio dictum ai cassieri in rapporto diretto con il pubblico, dipendenti da tutte le imprese destinatarie del titolo primo del testo unico.

Il maneggio di denaro viene dunque a costituire una ulteriore ipotesi oggettiva di attività protetta, alla cui luce la giurisprudenza di legittimità ha scrutinato i casi di rapina ad essa sottoposti, operando una ulteriore duplice estensione della protezione a casi di possesso di denaro, anche fuori del luogo di lavoro, nonché di aggressione per motivi comunque di lucro, anche se non immediatamente e direttamente monetario.

Così Cass. 13 dicembre 2000 n. 15691 ha affermato la copertura dell’infortunio subito dal gestore di un distributore di benzina (soggetto ad obbligo assicurativo quale artigiano) per effetto di una rapina perpetrata in suo danno al fine di sottrargli l’incasso della giornata, che egli custodiva presso la sua abitazione, in coincidenza con una festività.

Cass. 18 gennaio 1991 n. 430 ha affermato l’indennizzabilità dell’infortunio di un soggetto assicurato contro gli infortuni, ferito mortalmente nel corso di una rapina commessa in occasione dell’acquisto di materiale necessario per la produzione, costituente attività strettamente connessa alla prestazione di lavoro manuale.

Cass. 11 aprile 1998 n. 3747, in un caso di violento litigio seguito da morte del lavoratore, con estranei che avevano poi riportato condanna penale dalla quale risultava che volevano approfittare del materiale di cantiere, ha cassato la sentenza del giudice di merito, il quale aveva escluso apoditticamente che il litigio fosse collegabile con l’attività lavorativa.

Cass. 28 gennaio 1999 n. 774 ha confermato la sentenza, che aveva affermato l’indennizzabilità dell’infortunio (non in itinere) occorso a dipendente raggiunto da colpi di arma da fuoco mentre a bordo della propria vettura faceva ritorno alla sua abitazione, il quale era stato in precedenza aggredito e minacciato per la sua attività di addetto agli ordini di acquisto perché “non lasciava vivere altri candidati alle forniture”.

Anche Cass. 23 febbraio 1989 n. 1014 ha ritenuto, nel caso di un custode (di un condominio) morto a seguito di colpi di arma da fuoco sparatigli da ignoti durante lo svolgimento della sua attività lavorativa, che sussiste la presunzione della derivazione di detto evento da tale attività.

Nella stessa logica, Cass. 21 luglio 1988 n. 4716 ha cassato la sentenza di merito che aveva escluso l’indennizzabilità dell’infortunio subito dall’autista di un’impresa di autotrasporti rimasto ferito nel corso di un’aggressione a colpi di arma da fuoco ai danni del committente che era a bordo dello stesso autocarro.

2. l’estensione della tutela dell’infortunio in itinere


Come rappresentato in una lunga nota a piè di pagina dal Ferrari nel suo autorevole contributo all’assicurazione infortuni,in applicazione dei suddetti principi della Corte Costituzionale è stato ritenuto indennizzabile l'infortunio occorso:

1.    ad un portalettere cadendo da un motociclo, del quale da tempo si serviva per la distribuzione della corrispondenza (Trib. Venezia 29 aprile 1971, in Sic. soc. 1971, 617, confermata da Cass. civ. 20 ottobre 1978 n. 4747, in Foro it. Mass. 1978, i quali hanno considerato irrilevante che non fosse mai stata chiesta e concessa l'autorizzazione all'uso del motociclo, trattandosi di circostanza perfettamente nota all'Amministrazione);

2.    ad una guardia campestre colpita da pallini sparati con un fucile da caccia mentre sul posto di lavoro espletava la sua normale attività (App. Bari 9 novembre 1974, in Assist, soc. 1975, LI, 14);

3.    ad un lavoratore nell'atto di scaldarsi vicino al fuoco, mentre svolgeva il proprio lavoro all'aperto, in alta montagna e nella stagione invernale (Pret. Rieti 13 ottobre 1976, in Proposte soc. 1977,437);

4.    ad un autista nell'attraversare la strada per raggiungere il proprio autotreno, dopo essersi fermato per il rifornimento della nafta e per ristorarsi ad un pubblico esercizio (Pret. Modena 3 dicembre 1977, in Assist, soc. 1978, II, 146, per il quale per gli addetti ai trasporti effettuati con mezzi meccanici ogni rischio inerente alla permanenza sulle strade e alla necessità di provvedere lungo le stesse alle proprie esigenze personali è rischio professionale), per una fattispecie analoga v. anche Cass. civ., Sez. lav., 16 dicembre 1999 n. 14157, in Foro it. Mass. 1999;

5.    alla lavoratrice agricola che si era avvalsa del trattore addetto al trasporto delle barbabietole per giungere sul campo contemporaneamente al trattore e provvedere tempestivamente alle operazioni di carico e scarico (Trib. Bologna 17 novembre 1978, in Riv. inf, mal. prof. 1979, II, 38;

6.    al lavoratore al rientro in azienda dopo la pausa per la colazione (Trib. Imperia 30 maggio 1979, in Riv. giur. lav. 1979, III, 141; Cass. civ. 19 novembre 1983 n. 6904, in Riv. inf. mal. prof. 1984, II, 72; Pret. Milano 3 aprile 1989, in Orient. giur. lav. 1989,800: per quest'ultimo le pause per elementari esigenze personali rientrano, se contenute nei limiti della ragionevolezza, nel normale modo di essere del rapporto di lavoro e vanno pertanto equiparate ai momenti di svolgimento dello stesso, piuttosto che considerate interruzioni e fratture nella continuità del rapporto); al lavoratore mentre, durante la pausa contrattualmente prevista per il pranzo, si recava dalla propria postazione di lavoro agli spogliatoi per prelevare e consumare il pasto che aveva portato da casa, secondo quanto imposto dall'organizzazione aziendale (Cass. civ., Sez. lav., 7 maggio 2002 n. 6511, in Sett. giur. 2002,11, 819).

7.    ad un'artigiana scivolata nei locali cui aveva allestito una mostra delle sue opere (Id. 9 gennaio 2002 n. 190, in Giust. civ. 2002,1, 328); a due lavoratori scivolati sulle scale mentre si recavano, dopo aver timbrato il cartellino marcatempo, negli spogliatoi al piano seminterrato dell'edificio per indossare la divisa di lavoro (Id. 13 maggio 2002 n. 6894; ibidem 2002, II, 863; per fattispecie analoga v. Id. 11 febbraio 2002 n. 1944, in Riv. inf. mal. prof. 2002, II, 17); ad una lavoratrice che, dovendo prendere documenti riposti in un vicino schedario, si era alzata dalla scrivania ed era poi inciampata, cadendo al suolo con conseguente frattura alla caviglia destra (Trib. Parma 29 gennaio 2002, in Dir. lav.2002, II, 477);

8.    ad un lavoratore al quale un collega aveva insufflato aria nell'intestino con un compressore destinato a spolverare gli indumenti alla fine del lavoro giornaliero (Cass. civ. 18 marzo 1987 n. 2740, in Foro it. Mass. 1987); in generale sono stati ritenuti indennizzabili gli eventi che abbiano leso l'integrità fisica del lavoratore in conseguenza di comportamenti scherzosi dei colleghi nello svolgimento delle loro mansioni (Id. 27 novembre 1999 n. 13296, in Orient. giur. lav. 2000, 575). In argomento v. Daddabo, L'infortunio « ioci causa », in Riv. inf. mal. prof. 1982,1,283 e Cappelluti, L'infortunio sul lavoro causato da delitto con particolare riferimento all'onere probatorio, cit. a nota 13, che precede;

9.    ad un'insegnante di scuola materna mentre attendeva al gioco dei bambini (Pret. Livorno 18 febbraio 1988, in Toscana lav. giur. 1988,462);

10.    ad un artigiano mentre a casa di un cliente ispezionava l'immobile che era stato incaricato di ristrutturare (Cass. civ. 25 novembre 1988 n. 6351, in Riv. inf mal. prof. 1989, II, 34, per la quale l'attività di ispezione è strettamente collegata ai lavori da eseguire dei quali costituisce l'indispensabile fase tecnica preparatoria);

11.    a tre operai vittime, in un cantiere edile, di un attentato mafioso diretto contro il loro datore di lavoro (Pret. Agrigento 14 giugno 1989, in Riv. inf. mal. prof 1990,11,76);

12.    all'impiegato dipendente da una compagnia di assicurazione, caduto dalla sedia sulla quale era salito mentre era intento, nel suo ufficio, a sostituire una lampadina fulminata (secondo il Trib. Firenze 28 giugno 1995, in Toscana lav. giur. 1995,413, si tratta di una attività elementare da considerarsi complementare e strumentale agli obiettivi di lavoro, nonché comparabile a quella di utilizzo di apparecchi elettrici i quali sono ritenuti pericolosi sulla base di una presunzione assoluta);

13.    al socio di una società in nome collettivo esercente attività di autotrasporto per conto terzi, infortunatosi mortalmente durante un viaggio effettuato per controllare presso la ditta installatrice il cavetto monitoraggio di una gru su un autocarro della società, giacché tale controllo costituisce attività strettamente connessa alle mansioni di autista trasportatore a lui affidate come socio (Cass. civ., Sez. lav., 21 ottobre 1997 n. 10359, in Sett. giur. 1998, II, 152). L'indennizzo è stato, invece, negato:

14.    alla lavoratrice agricola colpita dal fulmine mentre accudiva alle faccende domestiche nella baita che serviva da abitazione e da ricovero del bestiame (App, Torino 27 aprile 1970, in Riv. inf. mal. prof. 1970, II, 184);

15.    all'agricoltore che, durante una pausa di lavoro, raccoglieva da terra un ordigno esplosivo (Cass. civ. 27 ottobre 1972 n. 3314, in Riv. inf. mal. prof. 1972,11,214);

16.    al lavoratore infortunatosi durante la partecipazione ad un'assemblea sindacale (Trib. Pesaro 9 gennaio 1978, in Rass. giur. ENEL 1978, 675) o mentre tornava ad essa (Cass. civ., Sez. lav., 17 febbraio 1996 n. 1220, in Hot. giur. lav. 1996,427), giacché a detta partecipazione, anche se svolta nel luogo di lavoro o in altro luogo a questo equiparato e regolarmente retribuita, non può riconoscersi carattere lavorativo, con la conseguente impossibilità di configurare un rischio connesso, sia pure in via soltanto mediata o indiretta, con lo svolgimento del lavoro; ma, contra, Trib. Catanzaro 9 luglio 1976, in Riv. giur. lav. 1976, III, 405, che ha riconosciuto il diritto all'indennizzo sul rilievo che l'attività sindacale è retribuita a tutti gli effetti;

17.    ad un camionista infortunatosi mentre, alla guida di un'autovettura, eseguiva la perlustrazione della strada che avrebbe dovuto percorrere con un autotreno sovraccarico, al fine di sfuggire al controllo della polizia stradale (Cass. civ. 19 febbraio 1983 n. 1274, in Foro it. Mass. 1983);

18.    al lavoratore che, recatosi presso un'officina meccanica per far riparare un trattore, vi si era trattenuto di propria iniziativa rimanendo poi vittima di un incidente automobilistico mentre rincasava (Cass. civ. 30 gennaio 1988 n. 847, in Foro it. Mass. 1988t) ad un'operaia cucitrice che, incline a manifestazioni di perdita della coscienza a causa di turbe isteriche, era svenuta mentre era intenta al lavoro, riportando lesioni a causa della caduta (Cass. civ. 20 novembre 1985 n. 5738, in Foro it. Mass. 1985);

19.    al lavoratore infortunatosi mentre, gratuitamente e a titolo di mera cortesia, svolgeva un'attività lavorativa a favore di terzi, anche se corrispondente a quella normalmente prestata dietro retribuzione (Cass. civ. 27 febbraio 1989 n. 508, in Riv. inf. mal. prof. 1989, II, 56);

20.    ad una guardia giurata incaricata dell'esazione dei canoni di abbonamento al servizio di vigilanza, infortunatasi nella propria abitazione mentre era intenta alla ricerca di documenti necessari per l'espletamento di un collaterale incarico di procacciamento di clienti (Cass. civ. 27 febbraio 1990 n. 1523, in Sett. giur. 1990, n, 556);

LA COLPA E IL DOLO DEL LAVORATORE

Sia pur riferita a situazione risalente ed anteriore al D. Lgs. 38/2000 la decisione della Cassazione - Sezione lavoro - sentenza 25 giugno - 29 luglio 2009, n. 17655

si ritiene rechi argomentazioni chiare sul tema in oggetto ed è per questo che di seguito se ne richiama il testo.“Con sentenza depositata il 25 ottobre 2005 e notificata il 6 febbraio 2006, la Corte d'appello di Milano, in riforma della sentenza parziale del 3 marzo 2004 e di quella definitiva del 14 aprile 2004 del Tribunale di Como, ha respinto le domande proposte dalla Stamperia Selene s.r.l. contro INAIL e contro Salvatore Scala con ricorso ex art. 414 c.p.c. depositato il 20 gennaio 2004.

La domanda aveva investito la decisione dell'INAIL di elevare il tasso di premio aziendale relativo all'assicurazione infortuni e malattie professionali dal 38% al 48% a partire dal 1° gennaio 1997, a seguito di un infortunio in itinere occorso al dipendente della società Salvatore Scala in data 31 luglio 1995.

L'opposizione a tale elevazione era stata motivata dalla società con l'assunto che l'incidente automobilistico che aveva coinvolto lo Scala si era verificato per esclusiva colpa dello stesso (il quale, viaggiando con la propria autovettura per recarsi al lavoro, non aveva rispettato uno stop), per cui non avrebbe potuto essere riconosciuto come infortunio in itinere e quindi indennizzabile.

La Corte territoriale aveva viceversa affermato che il comportamento colposo del lavoratore che abbia determinato o concorso a determinare l'infortunio non è idoneo ad escludere la tutela apprestata con la garanzia dell'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni, mentre, considerate anche le circostanze del caso, il comportamento dello Scala non era valutabile in termini di assunzione da parte sua di un rischio elettivo tale da escludere la qualificazione data e con essa l'indennizzabilità dell'infortunio.

Per la cassazione di tale sentenza, propone ora ricorso la società, affidandolo a due motivi.

Resistono alle domande con separati controricorsi sia l'INAIL che Salvatore Scala.

Motivi della decisione

1 - Col primo motivo, la società deduce la violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto.

In proposito, sostiene che la sentenza impugnata non avrebbe fatto corretta applicazione dei principi elaborati dalla giurisprudenza di questa Corte in materia di infortunio in itinere, principi alla stregua dei quali in tale tipo di infortunio il rischio elettivo andrebbe valutato con maggiore ampiezza, così da ricomprendervi anche l'ipotesi in cui il lavoratore violi le più importanti regole della circolazione stradale, come certamente dovrebbe ritenersi quella relativa al rispetto di uno stop nella circolazione stradale con autovettura privata (regola pacificamente violata dallo Scala).

2 - Col secondo motivo, la ricorrente deduce l'omessa e/o insufficiente motivazione circa un punto decisivo.

La Corte territoriale avrebbe infatti confutato il possibile paragone tra un caso descritto in una sentenza di questa Corte suprema e quello sottoposto al suo esame, ignorando peraltro altre sentenze di questa stessa Corte, che avevano escluso la qualificazione come infortunio in itinere di un incidente in cui il lavoratore aveva commesso una infrazione del codice della strada simile a quella dello Scala.

Il ricorso, i cui due motivi vanno esaminati congiuntamente in quanto strettamente connessi, è infondato.

Va premesso che anche prima dell'entrata in vigore dell'art. 12 del D. Lgs. 23 febbraio 2000 n. 38, che prevede espressamente per la prima volta l'indennizzabilità dell'infortunio in itinere, la riconducibilità di quest'ultimo nell'ambito del rischio professionale e dell'assicurazione obbligatoria infortuni e malattie professionali comportava per il datore di lavoro, in ragione della natura essenzialmente assicurativa della relativa tutela, l'assunzione di tutte le conseguenze contributive derivanti per legge dalla verificazione di quell'evento dannoso, in particolare la rilevanza anche di tale tipo di infortunio agli effetti del tasso specifico aziendale del premio di assicurazione applicabile (cfr. Cass. 6 agosto 2002 n. 11792, 16 maggio 2003 n. 7698, 23 aprile 2004 n. 7717).

Per quanto riguarda la tematica della rilevanza dell'elemento soggettivo nella causazione dell'infortunio sul lavoro in genere (per lo sviluppo completo dell'argomento, cfr. Cass. 6 agosto 2003 n. 11885), esclusa l'indennizzabilità di questo in caso di dolo dell'assicurato nella causazione dell'infortunio, alla stregua degli artt. 11, 3° comma, 164 e 165 del D.P.R. 30 giugno 1965 n. 1165, la giurisprudenza di questa Corte ha ritenuto l'irrilevanza della colpa, nelle sue varie gradazioni, anche se esclusiva (Cass. 4 dicembre 2001 n. 15312), in ragione del carattere autonomo di tale disciplina rispetto a quella civilistica (per la quale diversamente dispone l'art. 1900 cod. civ.), desunto in particolare dall'art. 11, comma 3° del D.P.R. n. 1124 cit. - laddove stabilisce che l'INAIL può esercitare l'azione di regresso contro l'infortunato quando l'infortunio sia avvenuto per dolo del medesimo accertato con sentenza penale - e dipendente dall'oggetto fondamentale della assicurazione obbligatoria, rappresentato dal rischio professionale.

È stato peraltro affermato che in caso di infortunio il comportamento del lavoratore interrompe il nesso causale quando sia esorbitante, atipico ed eccezionale rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell'evento (Cass. 21 maggio 2002 n. 7454, 24 marzo 2004 n. 5920, 8 marzo 2006 n. 4980, 23 aprile 2009 n. 9689) nonché quando costituisca la conseguenza dell'assunzione di un rischio elettivo, qualificato come una deviazione arbitraria dalle normali modalità operative per finalità personali, comportante rischi diversi da quelli inerenti alle normali modalità di esecuzione della prestazione e quindi escludente l'“occasione di lavoro” (cfr., ex plurimis, Cass. 29 settembre 2005 n. 19047 e 18 marzo 2004 n. 5525).

Tali regole, anticipando il contenuto dell'art. 12 del D. Lgs. n. 38/00 cit. (a sua volta utilizzabile nella valutazione degli infortuni avvenuti in precedenza: cfr. Cass. 6 luglio 2007 n. 15266), sono state ripetutamente ritenute applicabili anche all'infortunio in itinere, con l'avvertenza che in questo caso viene richiesto un maggior grado di responsabilità da parte del lavoratore, in ragione della temporanea sua sottrazione all'ambito strettamente aziendale organizzato dal datore di lavoro (cfr. ex plurimis, Cass. 3 agosto 2005 n. 16282 e 4 luglio 2007 n. 15047).

Ne consegue che non è stato ritenuto indennizzabile l'infortunio in itinere in caso di deviazione dal percorso diretto, di guida senza patente o in stato di ebbrezza o sotto l'effetto di sostanze stupefacenti e in genere in caso di comportamenti che di per sé non sono abnormi, secondo il comune sentire, ma comunque sono contrari a importanti norme di legge o di comune prudenza.

Pertanto anche la violazione di norme fondamentali di codice della strada, valutata nella sua gravità in concreto rispetto alla norma violata, può integrare quel rischio elettivo che esclude l'indennizzabilità dell'infortunio in itinere (Cass. n. 11885/03 cit.).

La Corte territoriale ha fatto corretta applicazione, nel caso esaminato, dei principi qui riassunti, analizzando le concrete condizioni psicologiche e ambientali in cui si era verificato l'infortunio a causa dell'inosservanza di uno stop da parte dello Scala nel percorso da casa al lavoro, per concludere, con un giudizio di merito ad essa riservato e solo apoditticamente contestato dalla ricorrente col contrapporre ad esso una propria diversa valutazione, che il comportamento dell'assicurato non aveva comportato l'assunzione di un rischio elettivo escludente la configurabilità di un infortunio in itinere indennizzabile, con la relativa incidenza dello stesso sul piano della determinazione del tasso del premio di assicurazione aziendale.”

Il dolo del lavoratore

Il dolo del lavoratore nella causazione dell’infortunio determina esclusione dell’indennizzabilità. “Esso non rientra nel rischio assicurato per espressa disposizione degli artt. 11, III e, e 65 T.U. 1965 che costituiscono applicazione del principio generale dettato dall'art. 1900 cod. civ., per il quale l'assicuratore non risponde dei sinistri cagionati dal dolo del contraente. D'altro canto il dolo spezza qualsiasi legame eziologico fra lavoro ed evento e si pone come causa esclusiva di quest'ultimo giacché esso, inteso come disegno criminoso deliberatamente assunto dal soggetto interessato per trarre in inganno i terzi, è da solo in grado di produrre l'evento dannoso, di fungere cioè da causa efficiente di questo. Nella pratica si manifesta in prevalenza sotto la forma del-l'autolesionismo e dell'aggravamento doloso di una lesione da infortunio professionale. Verificandosi queste ipotesi l'assicurato perde il diritto alle prestazioni, ferme rimanendo a suo carico le sanzioni previste dal codice penale (artt. 640 e 642 c.p.)”(FERRARI –l’assicurazione obbligatoria pag. ed. 2004)

La colpa del lavoratore

La nozione di rischio professionale, che è posta a base dell'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, postula che questa debba comprendere anche gli infortuni avvenuti per colpa del lavoratore infortunato. L'assicurazione obbligatoria è mirata infatti a coprire anche e soprattutto gli infortuni accidentali, quale portato in un certo senso naturale dell'attività produttiva. La colpa del lavoratore, anche grave, ed anche esclusiva, consistente: nell'effettuare l'operazione lavorativa con imprudenza (spesso conseguente, all'acquisita familiarità con gli strumenti e le situazioni di lavoro), negligenza, imperizia, non incide perciò sulla tutela antinfortunistica, nel senso di escluderla od attenuarla (Cass. 27 maggio 1986 n. 3576; Cass. 6 marzo 1996 n. 1750; Cass. 4 dicembre 2001 n. 15312; Cass. 14 marzo 2006 n. 5493).Il comportamento del lavoratore interrompe il nesso causale quando è caratterizzato da esorbitanza, atipicità ed eccezionalità rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute (Cass. 21 maggio 2002 n. 7454; Cass. 19 agosto 1996 n. 7636; Cass. 17 febbraio 1999 n. 1331), il che nella specie non è. A maggior ragione il concorso di colpa del lavoratore nella causazione dell'infortunio sul lavoro non ne esclude la indennizzabilità, nè si riflette in una corrispondente riduzione dell'indennizzo (Cass. 17 febbraio 1999 n. 1331; Cass. 8 aprile 2002 n. 5024; Cass. 21 maggio 2002 n. 7454). Anche la la consapevole inosservanza delle direttive datoriali per l'esecuzione del lavoro non esclude l’infortunio sul lavoro. Cass. 25 novembre 1975 n. 3950 ha ritenuto non costituire rischio elettivo, ma infortunio sul lavoro connotato eventualmente da colpa del lavoratore, quello di un fattorino che, contrariamente alle direttive aziendali, si attrezzi con un proprio ciclomotore per provvedere ad una più rapida consegna dei plichi della quale è incaricato. Dalla specifica disciplina positiva sembra potersi desumere che nella nozione di colpa è compresa anche la colpa grave: tale sarebbe quella di un lavoratore che lavori ad una macchina priva dei congegni di sicurezza (Cass. 9.09.91 n. 9456). Pertanto mentre per l'art. 1900 cc. l'assicuratore non risponde per ì sinistri cagionati da colpa grave del contraente, dell'assicurato o del beneficiario, salvo patto contrario, l'art. 11, comma 3, t.u. 1124, stabilisce che l'Inail può esercitare l'azione di regresso contro l'infortunato quando l'infortunio sia avvenuto per dolo del medesimo accertato con sentenza penale. Con ciò pone una disciplina propria ed autonoma da quella civilistica dell'elemento soggettivo nella causazione dell'infortunio sul lavoro, che esclude non menzionandola, a differenza del dolo, la rilevanza della colpa nelle sue varie graduazioni.

IL RISCHIO ELETTIVO

La colpa del lavoratore, anche esclusiva, nella causazione dell'infortunio sul lavoro non esclude la indennizzabihtà di quest'ultimo. Tuttavia il comportamento del lavoratore interrompe il nesso causale quando sia caratterizzato da esorbitanza, atipicità ed eccezionalità rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell’evento (Cass. 21.05.02 n. 7454, 17.02.99 n. 1331, 19.08.96 n. 7636).La giurisprudenza ha così codificato la nozione di rischio elettivo, qualificato come una deviazione puramente arbitraria dalle normali modalità lavorative per finalità personali, che comporta rischi diversi da quelli inerenti alle normali modalità di esecuzione della prestazione (Cass. 1.09.97 n. 8269, 3.05.95 n. 6088, 3.02.95 n. 1269, 17.11.93 n. 11351,24.07.91 n. 8292, 18.08.77 n. 3789).Nella giurisprudenza di legittimità più recente, esso viene configurato come l’unico limite che esclude l’occasione di lavoro (Cass. 8.03.01 n. 3363, 9.10.2000 n.13447, 2.06.99 n.5419, 19.04.99 n. 3885).Se ne deduce che l’elemento psicologico del lavoratore, anche solo colposo, nella causazione dell’infortunio, quando è particolarmente qualificato per la sua abnorme deviazione dalla corretta esecuzione del lavoro, può comportare un aggravamento del rischio tutelato, talmente esorbitante dalle finalità di tutela da escluderla. Il rapporto di dipendenza tra evento lesivo e rischio inerente all'attività lavorativa viene meno, quando il lavoratore con un atto volontario e per soddisfare esigenze meramente personali affronta un rischio diverso da quello al quale sarebbe esposto per esigenze lavorative .Per rischio elettivo deve intendersi « quello riferibile ad una scelta arbitraria del lavoratore il quale, mosso da impulsi personali, crea ed affronta volutamente una situazione diversa da quella inerente all'attività lavorativa, pur latamente intesa, ponendo così in essere una causa interruttiva di ogni nesso fra lavoro, rischio ed evento, tale da privare l'evento di ogni aspetto di professionalità » (così Cass. civ., Sez. lav., 8 marzo 2001 n. 3363, cit. a nota 14, la quale ha distinto il caso di rischio elettivo da quello di uso improprio dello strumento di lavoro, che non esclude l'indennizzabilità dell'infortunio). È stato ritenuto espressione di rischio elettivo e, quindi, non indennizzabile, l'infortunio occorso a: a) al lavoratore cadendo da un trattore di cui si serviva come mezzo di trasporto personale senza necessità alcuna, essendo il tragitto dal campo alla casa colonica breve e non particolarmente disagevole b) ad un lavoratore che, rimuovendo una cassa nel corso delle operazioni di smantellamento di un fabbricato già adibito a caserma, l'aveva aperta estraendone una bomba, che faceva esplodere tirando la spoletta (Id. 12 giugno 1987 n. 5169,); e) ad un operaio mentre si serviva, per espletare le mansioni affidategli, di una macchina, nonostante l'esplicito divieto del datore di lavoro d) ad una lavoratrice agricola che, per raggiungere il campo in cui svolgeva la propria attività, aveva preferito scavalcare un muro divisorio anziché aggirarlo (Trib. Taranto 11 marzo 1970, ibidem 1970, II, 207); e) ad un lavoratore che, durante una sosta del-l'attività lavorativa, sedutosi sopra le forche di un elevatore, aveva chiesto ad un collega, a sua volta seduto al posto di manovra, di sollevare tali forche ed aveva battuto il capo contro una trave di cemento, cadendo poi a terra, non essendo l'inesperto manovratore in grado di arrestare la macchina (Cass. civ. 29 novembre 1984 n. 6247).(cos’ FERRARI – citato pag. 172 nota 24)Secondo Cass. civ., Sez. lav., Sentenza 18 maggio 2009, n. 11417 “Costituisce orientamento interpretativo acquisito di questa Suprema Corte che il rischio elettivo, quale limite all'indennizzabilità degli infortuni sul lavoro, è ravvisabile, per richiamare una definizione sintetica ricorrente, solo in presenza di un comportamento abnorme, volontario ed arbitrario del lavoratore, tale da condurlo ad affrontare rischi diversi da quelli inerenti alla normale attività lavorativa, pur latamente intesa, e tale da determinare una causa interruttiva di ogni nesso fra lavoro, rischio ed evento secondo l'apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito (cfr. ad es. Cass. n. 15047/2007; Cass. n. 15312/2001; Cass. n. 8269/1997 Cass. n. 6088/1995).Più in particolare, per configurare il rischio elettivo secondo la definizione descritta, viene richiesto a) che il lavoratore ponga in essere un atto non solo volontario, ma anche abnorme, nel senso di arbitrario ed estraneo alle finalità produttive; b) che il comportamento del lavoratore sia motivato da impulsi meramente personali, quali non possono qualificarsi le iniziative, pur incongrue ed anche contrarie alle direttive del datore di lavoro, ma motivate da finalità produttive; c) che l'evento conseguente all'azione del lavoratore non abbia alcun nesso di derivazione con l'attività lavorativa. Nel concorso di tali situazioni, che qualificano in termini di abnormità la causa iniziale della serie produttiva dell'evento infortunistico, il rischio elettivo si distingue, quindi, dall'atto colpevole del lavoratore, e cioè dall'atto volontario posto in essere con imprudenza, negligenza o imperizia, ma che, motivato, comunque, da finalità produttive, non vale ad interrompere il nesso fra l'infortunio e l'attività lavorativa e non ne esclude, pertanto, la indennizzabilità.A tale indirizzo interpretativo non si è attenuta la decisione impugnata, la quale ha omesso di considerare che l'infortunio si è realizzato a fronte di un comportamento del lavoratore che, sebbene imprudente, era, comunque, ricollegabile alle finalità aziendali, essendo l'infortunio avvenuto nell'espletamento dell'attività lavorativa ed in conseguenza di una scelta (quale quella di percorrere, fra i due sentieri di accesso all'azienda, quello più scosceso), che, sebbene non necessitata, ed anzi evitabile, non risultava del tutto estranea alle finalità lavorative e non corrispondeva solo ad esigenze meramente personali.”In definitiva E’ qualificato come “rischio elettivo” una deviazione puramente arbitraria dalle normali modalità lavorative per finalità personali, che comporta rischi diversi da quelli inerenti alle normali modalità di esecuzione della prestazione (Cass. 18 agosto 1977 n. 3789; Cass. 24 luglio 1991 n. 8292; Cass. 17 novembre 1993 n. 11351; Cass. 3 febbraio 1995 n. 1269; Cass. 3 maggio 1995 n. 6088; Cass. 1 settembre 1997 n. 8269; Cass. 4 dicembre 2001 n. 15312). Esso viene configurato come l'unico limite che incide sulla occasione di lavoro, escludendola (Cass. 19 aprile 1999 n. 3885; Cass. 2 giugno 1999 n. 5419; Cass. 9 ottobre 2000 n. 13447; Cass. 8 marzo 2001 n. 3363). Sicché, il rischio elettivo può essere individuato attraverso il concorso simultaneo dei seguenti elementi caratterizzanti: a) vi deve essere non solo un atto volontario (in contrapposizione agli atti automatici del lavoro, spesso fonte di infortuni), ma altresì arbitrario, nel senso di illogico ed estraneo alle finalità produttive; b) diretto a soddisfare impulsi meramente personali (il che esclude le iniziative, pur incongrue, ed anche contrarie alle direttive datoriali, ma motivate da finalità produttive, come nella fattispecie esaminata da Cass. 25 novembre 1975 n. 3950, la quale ha ritenuto non costituire rischio elettivo, ma infortunio sul lavoro connotato eventualmente da colpa del lavoratore, quello di un fattorino che, contrariamente alle direttive aziendali, si attrezzi con un proprio ciclomotore per provvedere ad una più rapida consegna dei plichi della quale è incaricato); c) che affronti un rischio diverso da quello cui sarebbe assoggettato, sicché l'evento non abbia alcun nesso di derivazione con lo svolgimento dell'attività lavorativa. Questi elementi concorrono a distinguere il rischio elettivo dall'atto lavorativo compiuto con colpa, costituita da imprudenza, negligenza, imperizia, nel quale permane la copertura infortunistica. Presidente S. Ciciretti, Relatore A. De Matteis, Ric. Perini. CORTE DI CASSAZIONE Sezione Lavoro, 04/07/2007, Sentenza n. 15047 )

Il Casale a pag. 171 del testo citato e con specifico riferimento al rischio elettivo scrive “ In base ai suesposti principi, non sono stati riconosciuti come infortunio sul lavoro, ma conseguenza di rischio elettivo: rinfortunio occorso ad un lavoratore che, per dar prova della sua abilita, anziche usare le apposite scale, saltava dal-1'impalcatura; 1'atto di violenza subito da un lavoratore che aveva provocato l'au-tore dell’atto, anche se la provocazione era stata originata da motivi di lavoro (e cio nella considerazione che il comportamento illecito di un lavoratore che pro-vochi la reazione di un compagno di lavoro esce dalla sfera lavorativa e interrom-pe il nesso tra attivita lavorativa e infortunio); l'infortunio occorso durante lo sciopero o, al termine di questo, quando il lavoratore si appresta a riprendere il lavoro (in tali casi, si è detto, il lavoratore non opera nelTinteresse del datore di lavoro, ma spesso addirittura invito domini); la caduta da un mezzo di trasporto di un lavoratore ubriaco, che stava eseguendo una incombenza lavorativa (1'ubriachezza interrompe il nesso eziologico tra lavoro e infortunio, in quanto il lavoratore che a causa del suo stato di ubriachezza si infortuna si espone volontariamente al rischio) Per contro, e stato riconosciuto come infortunio sul lavoro la lite fra lavoratori generata da motivi inerenti allo svolgimento dell'attivita lavorativa.11 rischio elettivo spesso ricorre in infortuni che si veriflcano nel corso di pause di lavoro. In base alTindirizzo vigente rientrano nel rischio protetto le pauseper i pasti principali, da consumare in un apposito intervallo lavorativo simultaneamente da parte di tutti i dipendenti, nonche quelle per soddisfare bisogni fisiologici. Le altre pause, invece, sono di norma da considerare rientranti nel rischio elettivo, salvo che non si accerti la loro necessita e impro-crastinabilita e la loro riconducibilita alle esigenze lavorative o alle condizioni di tempo e di luogo in cui si svolge il lavoro .

Conseguentemente, non sono stati indennizzati gli infortuni occorsi:

—    ad un lavoratore che si recava a piedi al bar per la colazione, nella considerazione che non trattavasi di necessita, ma di semplice abirudine (Cass., n. 6088/1995);

—    ad un informatore scientifico caduto per le scale mentre andava a prendere un caffe nel bar intemo all’ospedale ove si trovava per impegni di lavoro (Cass., n. 3620/1998);

ad un lavoratore che si era recato a visitare un congiunto, usufruendo di un permesso concessogli dal datore di lavoro (Cass., n. 3708/1982); '  durante le interruzioni per 1'esercizio del diritto di sciopero (Cass., n. 956/1988) o per attivita sindacale (Cass., n. 1220/1996).”