LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Sentenza 30.9.2010 n. 20496


Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAPPABIANCA Aurelio - Presidente -

Dott. D’ALESSANDRO Paolo - Consigliere -

Dott. IACOBELLIS Marcello - Consigliere -

Dott. DI BLASI Antonino - Consigliere -

Dott. B. Mario - rel. Est. Consigliere -


ha pronunciato la seguente: ordinanza sul ricorso proposto da:


Agenzia delle Entrate, - ricorrente -


contro M.S. E B.L., residenti in (OMISSIS),- controricorrente -


Avverso la sentenza n. 14/01/08 della Commissione Tributaria Regionale della Campania, Sezione distaccata di Salerno, depositata

il 18 febbraio 2008;

Udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio dell’8 luglio 2010 dal Consigliere relatore Dott. B. Mario;

E’ presente il Procuratore Generale in persona del Dott. Maurizio Velardi.

FATTO E DIRITTO


Il Collegio letto il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate per la cassazione della sentenza n. 14/01/08 del 18.2.2008 della Commissione Tributaria Regionale della Campania, Sezione distaccata di Salerno, che, in riforma della pronuncia di primo grado, aveva accolto il ricorso proposto da M.S. E B.L. Per l’annullamento degli avvisi di accertamento che, ai fini delle imposte dirette, avevano recuperato a tassazione per l’anno 2000 la plusvalenza non dichiarata derivante dalla compravendita di un immobile, irrogando le relative sanzioni;

letto il controricorso di M.S. E B.L.;

Vista la relazione redatta ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., dal Consigliere delegato Dott. Mario B., che ha concluso per l’infondatezza del ricorso osservando che:

• con il primo motivo di ricorso l’Agenzia delle Entrate, denunziando violazione o falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 39 e 40, del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 81, comma 1, lett. b), e art. 82, e dell’art. 2697 c.c., censura la sentenza impugnata, come specificato nel quesito di diritto formulato ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., per avere accolto la domanda dei contribuenti sulla base dell’assunto che l’Ufficio, che aveva proceduto al recupero sulla base del valore del terreno ceduto accertato ai fini dell’imposta di registro, non aveva dato prova della corrispondenza tra il prezzo conseguito ed il valore venale accertato ai fini dell’imposta di registro. - il secondo motivo di ricorso denunzia violazione e falsa applicazione dell’art. 295 c.p.c., e D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 29, lamentando che la sentenza impugnata, come specificato ne quesito di diritto formulato ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c., abbia ritenuto illegittimo l’atto impugnato in forza della considerazione che l’accertamento compiuto ai fini dell’imposta di registro non era divenuto definitivo stante la pendenza di un distinto giudizio di impugnativa, con ciò violando le norme che impongono la sospensione necessaria della causa pregiudiziale;

• il terzo motivo di ricorso lamenta omessa motivazione su un fatto decisivo;

• il primo motivo di ricorso è inammissibile in quanto non investe l’intera ratio decidendi della sentenza impugnata, la quale non si è limitata a rilevare che spettava all’Ufficio l’onere di provare il maggior corrispettivo conseguito dalla vendita – argomentazione investita dal motivo -, ma ha altresì aggiunto, entrando cos’ nella valutazione del materiale probatorio, che l’Ufficio aveva dedotto il maggior prezzo in forza di un mero richiamo all’accertamento operato ai fini dell’imposta di registro senza tuttavia allegare il relativo atto e, soprattutto, che dalla perizia giurata depositata in causa emergeva che, pur essendo qualificabile come edificatorio in forza dello strumento urbanistico generale, vi era la concreta impossibilità di procedere a qualsivoglia sfruttamento a fini edificatori del terreno di cui si tratta, stanti i numerosi e pesanti vincoli legislativi su di esso gravanti, precisando che tale situazione avrebbe dovuto essere presa in considerazione dall’Ufficio, atteso che la valutazione offerta non può prescindere – anzi, deve rappresentare dalla concreta utilizzabilità del bene, coincidendo il valore di mercato proprio con quanto un ipotetico acquirente potrebbe essere disposto a pagare per acquisire la proprietà del bene posto in commercio, arrivando per tale via alla conclusione – che non risulta contestata in alcuna parte del ricorso – che la valutazione del terreno effettuata dall’Ufficio, non avendo tenuto conto di tali circostanze, era giustificata;

• il secondo motivo di ricorso è infondato, non sussistendo pregiudizialità tra il giudizio de quo e la controversia sorta a seguito della impugnativa avanzata dai contribuenti avverso l’accertamento effettuato ai fini dell’imposta di registro, pregiudizialità che del resto risulta negata dalla stessa sentenza impugnata e che appare affermata dal ricorso in modo del tutto generico;

• il terzo motivo di ricorso è inammissibile in quanto formulato in modo non conforme alla prescrizione dell’art. 366 bis c.p.c., comma 2 – applicabile nella fattispecie essendo stata la sentenza impugnata depositata dopo il 2 marzo 2006 (D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 27, comma 2) – la quale, secondo l’orientamento espresso dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 20603 dell’1.10.2007 (poi ulteriormente confermato da numerose pronunce delle Sezioni semplici, tra le quali si segnalano le ordinanze n. 8897 del 2008 e n. 4309 del 2008), impone al ricorrente che denunzi il difetto di motivazione della decisione impugnata l’onere non solo di dedurre in modo specifico la relativa censura, ma anche di formulare, al termine di essa, un momento di sintesi, omologo al quesito di diritto, costituente un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo, che ne circoscriva puntualmente i limiti, in modo da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua inammissibilitàà.

Rilevato che la relazione è stata regolarmente comunicata al Procuratore Generale, che non ha svolto controsservazioni, e notificata alle parti;

ritenuto che le argomentazioni e la conclusione della relazione meritano di essere interamente condivise, apparendo rispondenti sia a quanto risulta dall’esame degli atti di causa, che all’orientamento della giurisprudenza di questa Corte ivi richiamato in materia di applicazione dell’art. 366 bis c.p.c., comma 2 (ex multis: Cass. n. 8463 del 2009; Cass. n. 7197 del 2009);

che, pertanto, il ricorso va respinto, con condanna dell’Agenzia delle Entrate al pagamento delle spese di giudizio, liquidate come in dispositivo.


P.Q.M.


Rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, che liquida in complessivi Euro 5.100,00 di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre spese generali e contributi di legge.

Così deciso in Roma, il 8 luglio 2010.

Depositato in Cancelleria il 30 settembre 2010