LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA


Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                          

Dott. DDALONZO    Michele                             President -  -

Dott. BOGNANNI    Salvatore                           Consigliere -

Dott. PARMEGGIANI Carlo                               Consigliere -  -

Dott. FERRARA     Ettore                              Consigliere -  -

Dott. TERRUSI     Francesco                      rel. Consigliere -  -


ha pronunciato la seguente:  sentenza                                      


sul ricorso 33359/2006 proposto da: AGENZIA   DELLE  ENTRATE,  - ricorrente -


contro


L.E.;  - intimato -


avverso  la  sentenza  n.  245/2005 della COMM.TRIB.REG.SEZ.DIST.  di BRESCIA, depositata il 18/01/2006;

udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del 09/03/2011 dal Consigliere Dott. FRANCESCO TERRUSI;

udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. ZENO Immacolata, che ha concluso per l'accoglimento

               

Fatto


L'ufficio delle imposte dirette di Salò, con appositi avvisi di accertamento del mese di giugno 1998, riprendeva a tassazione, nei confronti di L.E., per i periodi 1990, 1991 e 1992, l'importo annuo di L. 12.000.000 relativo a reddito da fabbricati.

Il medesimo ufficio, con ulteriori avvisi di accertamento notificati a dicembre dello stesso anno 1998, facendo riferimento a nuovi elementi tratti da un p.v.c. della polizia tributaria in data 9.7.1997, e rilevato che il L. svolgeva attività d'impresa, rideterminava il reddito, ai fini IRPEF e ILOR, per i medesimi anni.

Contro i suddetti nuovi avvisi il predetto L. proponeva ricorso alla commissione tributaria provinciale di Brescia, eccependo la violazione del disposto D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 43, comma 3.

il ricorso veniva respinto e la sentenza era impugnata dal contribuente dinanzi alla commissione regionale della Lombardia, sez. dist. di Brescia.

Questa commissione, con sentenza resa pubblica il 18.1.2006, accoglieva l'appello ritenendo non essersi in presenza di una sopravvenuta conoscenza di nuovi elementi, stante che l'accertamento pur sempre aveva trovato fondamento in dati già evidenziati nei primi avvisi relativi al (solo) reddito da fabbricati.

Per la cassazione di questa sentenza, l'agenzia delle entrate propone ricorso sorretto da un motivo articolato in due censure. L'intimato non ha svolto difese.


Diritto


1. - L'amministrazione, in unico contesto, denuncia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, comma 3, e degli artt. 112 e 115 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3.

Denuncia altresì omessa o insufficiente motivazione su punto decisivo della controversia, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5.

Seppure all'esito di una lunga esposizione, il nucleo delle censure si sostanzia nell'affermazione che la commissione regionale, pur avendo riconosciuto che il primo processo verbale di constatazione riguardava un soggetto diverso da L. (l'impresa Covedil), ha immotivatamente concluso non essersi in presenza di sopravvenuta conoscenza di nuovi elementi.

In tal senso, secondo la ricorrente, la sentenza non ha considerato che, in base all'art. 43, comma 3, cit., costituiscono nuovi elementi tanto i dati conosciuti da altro ufficio fiscale, e ignorati, invece, da quello emittente l'avviso, quanto i dati già acquisiti, ma come attinenti ad altro soggetto fiscale. Ne ha considerato, incorrendo anche nel vizio di motivazione, che gli accertamenti integrativi a carico di L. erano stati emessi sulla base di verbali ricevuti in copia integrale, dall'ufficio accertatore, solo in data 1.8.1998 (cosi come asseritamente emergente dai documenti allegati ai nn. 4 e 5 del ricorso), e che la prova dell'attribuzione dei redditi a L. era stata acquisita solo a seguito di successivi accertamenti sulle movimentazioni bancarie.

2. - Le due censure, unitariamente considerate in ragione della stretta loro connessione, appaiono fondate nei termini che seguono.

3. - Sulle condizioni legittimanti il c.d. accertamento integrativo di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, comma 3, e in particolare sulla nozione di "sopravvenuta conoscenza di nuovi elementi", si è formata, nel tempo, un'ampia giurisprudenza, sostanzialmente uniformo quanto ai principi astrattamente rilevanti, ancorché non sempre univoca a proposito delle singole specifiche applicazioni di quei principi.

Al di là di sfumature di ordine lessicale, può considerarsi sostanzialmente acquisito che sono tali gli elementi non soltanto non conosciuti, ma anche non conoscibili dall'amministrazione al momento del precedente accertamento, essendole inibito di valutare differentemente, in un secondo momento (e salvo il caso della strutturalmente diversa azione in autotutela: v. Cass. n. 2531/2002), dati e documenti già a disposizione (ex multis, Cass. n. 14377/2007;

n. 10526/2006; n. 451/2002; n. 4164/1995; n. 3888/1988).

Le coordinate di siffatto orientamento vanno associate alla ratio della previsione normativa. La quale, secondo la più consapevole opinione anche dottrinale, mira a garantire l'unitarietà dell'accertamento, evitando l'inutile proliferazione di atti a mezzo del vincolo dell'amministrazione a utilizzare subito, e nel medesimo contesto, tutti gli elementi a sua disposizione.

4. - Sennonché, reputa al riguardo il collegio di dover ulteriormente precisare che i suddetti già acquisiti elementi, per escludere la legittimità dell'accertamento integrativo, debbono in ogni caso risultare sufficienti a sorreggere la valutazione in ordine al profilo attinente alla attribuzione soggettiva degli elementi di redditività. Nel senso che l'integrazione dell'accertamento e comunque consentita, sul presupposto della successiva conoscenza di nuovi elementi, nel caso in cui da questi soltanto possa dirsi legittimata l'inferenza in ordine all'attribuibilità al contribuente, e non ad altri, degli elementi di redditività già eventualmente riscontrati. Questo perché - come detto -la ratio della previsione di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 43, comma 3, poggia sulla necessità di evitare che il privato sia soggetto a una inutile proliferazione di atti, in quanto solo l'inutilità suppone potersi annettere all'azione accertatrice la natura di azione indiscriminata e vessatoria.

5. - In rapporto al superiore principio l'impugnata sentenza non appare correttamente e sufficientemente motivata.

L'accertamento in fatto della commissione regionale si dipana invero da tre sostanziali affermazioni: (a) quella secondo cui già i primi avvisi contro L. - in rettifica del solo reddito da fabbricati - vennero emessi a seguito del p.v.c. che aveva evidenziato la posizione dello stesso L. quale "effettivo amministratore e gestore dell'intera attività imprenditoriale" svolta sotto la denominazione "Covedil di Pieroni Pierino"; (b) quella secondo cui negli stessi primi avvisi venne ricostruito anche l'ammontare dei ricavi ottenuti, anno per anno, dall'impresa in questione; (c) e infine quella per cui i successivi avvisi, di cui qui si controverte, contestativi a L. del reddito d'impresa oltre che del reddito da fabbricati, ebbero a richiamare ancora il p.v.c. in questione.

Un simile trittico, se consente di avvalorare l'asserto di una già individuata (fin dal primo avviso) interessenza tra il L. e l'impresa Covedil (id est, tra il L. e il P., quale apparente titolare di quella impresa), non fornisce, in quanto tale, spiegazione del perché già in forza delle medesime risultanze si potesse inferire che la titolarità della detta impresa (e il conseguente intero reddito ottenuto negli anni de quibus) fosse in verità di L.. Non fornisce una simile spiegazione soprattutto se si considera il tenore di quanto a suo tempo opposto dall'amministrazione, a petto dell'avverso gravame contro la sentenza di primo grado: che cioè il delineare con precisione la figura di L. quale "titolare unico" della suddetta impresa fu possibile soltanto in virtù dei successivi accertamenti bancari eseguiti dalla polizia tributaria. In particolare non e sufficientemente motivata l'impugnata sentenza nella misura in cui desume nei modi appena sopra evidenziati - evocativi di una già emersa posizione di L. quale "effettivo amministratore e gestore dell'intera attività imprenditoriale", in termini comunque ancora compatibili con l'esercizio di una mera funzione gestoria per conto di un terzo ( P.) - la possibilità di attribuire al medesimo L., fin dai primi eseguiti accertamenti, la titolarità dell'impresa in se, quantunque formalmente ascritta a P.P., - condicio sine qua non - codesta effettiva titolarità - per la conseguente attribuzione subiettiva dei già riscontrati elementi di redditività, in simil guisa la sentenza va dunque cassata con rinvio alla medesima commissione regionale lombarda, la quale, in diversa composizione, provvedere a riconsiderare gli elementi acquisiti dando conto in motivazione dell'accertamento che in effetti si richiedeva.

Tale essendo, come chiarito, quello attinente al profilo se gli elementi desunti dal p.v.c. elevato nei confronti della ditta Covedil fossero o meno bastevoli - indipendentemente da ogni necessità di riscontro aliunde acquisibile (in particolare a mezzo di verifiche sui conti correnti bancari) - per la attribuzione a L. della posizione di titolare effettivo dell'impresa e del consequenziale suo intero reddito.

La medesima commissione provvederà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.


P.Q.M.


La Corte accoglie il ricorso; cassa l'impugnata sentenza e rinvia alla commissione tributaria regionale della Lombardia, sez. dist. di Brescia, anche per le spese del giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Quinta Civile, il 9 marzo 2011.
Depositato in Cancelleria il 13 maggio 2011