LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Sentenza 20.10.2010 n. 21512


Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PAPA Enrico - Presidente -

Dott. MAGNO Giuseppe V. A. - rel. Consigliere -

Dott. BERNARDI Sergio - Consigliere -

Dott. MARIGLIANO Eugenia - Consigliere -

Dott. SCARANO Luigi Alessandro - Consigliere -


ha pronunciato la seguente: sentenza


sul ricorso 23217/2006 R.G. Proposto da: C.A., - ricorrente -


contro

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore p.t.; - intimata -


avverso la sentenza n. 167/02/05 della Commissione tributaria regionale del Lazio, depositata il 23.1.2006.

Udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del giorno 27.9.2010 dal relatore Cons. Dott. Giuseppe Vito Antonio Magno;

Udito, per il ricorrente, l’Avvocato Stefano Fiorentini; Udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FEDELI Massimo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto


1.- Dati del processo.

1.1.- Il signor C.A., esercente impresa individuale per la vendita di materiale edilizio, ricorre, con tre motivi, per la cassazione della sentenza indicata in epigrafe, con cui la commissione tributaria regionale del Lazio, in sede di rinvio disposto da questa suprema corte con sentenza n. 16470/2002, confermava (per quanto interessa) il recupero a tassazione della somma di L. 101.757.000 a fini IRPEF e ILOR 1992, secondo l’accertamento compiuto, in base a verbale di constatazione della guardia di finanza, dall’ufficio delle imposte dirette di Rieti;

accertamento annullato, sul punto, dalla locale commissione tributaria provinciale con sentenza n. 482/1/1997, confermata in appello dalla commissione tributaria regionale con sentenza cassata per vizio di motivazione inerente alla valutazione degli indizi presuntivi posti a base del rilievo.

1.2.- L’intimata agenzia delle entrate non svolge difese in questo giudizio.


2.- Motivi del ricorso.


2.1.- Il ricorrente censura la sentenza impugnata.

2.1.1.- col primo motivo, per non corrispondenza fra chiesto e pronunciato (art. 112 c.p.c.) e motivazione illogica, sostenendo che il rinvio era stato disposto per verificare se gl’indizi posti a base dell’accertamento, condotto D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ex art. 39, comma 1, lett. d), erano gravi, precisi e concordanti; e che invece il giudicante a quo avrebbe “completamente frainteso il compito assegnatogli”, avendo “affrontato il diverso tema se vi fossero irregolarità contabili tali da giustificare un accertamento induttivo, che in realtà l’Ufficio non ha mai inteso effettuare”;

2.1,2.- col secondo motivo, ancora per violazione dell’art. 112 c.p.c. (sotto il profilo di un preteso omesso esame di punto essenziale della domanda) e del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 55, comma 4 (T.U.I.R.), nonché per omessa motivazione su punto decisivo della controversia, con riferimento alla denunziata inidoneità intrinseca del debito dichiarato, quand’anche ritenuto insussistente, ad incidere sull’effettiva consistenza del reddito imponibile, essendo irrilevante a tal fine il versamento di denaro effettuato dal socio a favore della società di persone o, come nel caso, dal titolare d’impresa individuale a favore della medesima;

2.1.3.- col terzo motivo, per violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 14, giacché i “mastrini” - le cui risultanze sarebbero discrepanti con la contabilità – non sono scritture obbligatorie (né ausiliarie) per l’imprenditore, quindi nessuna utile induzione, al fine della determinazione del reddito imponibile, potrebbe ricavarsi dal loro mancato aggiornamento.


3.- Decisione.


3.1.- Il primo ed il terzo motivo di ricorso sono infondati; il secondo è inammissibile, per le ragioni di seguito espresse; il ricorso pertanto deve essere rigettato. Nulla devesi disporre in ordine alle spese del presente giudizio di cassazione, in cui l’intimata agenzia delle entrate non ha svolto difese.

4.- Motivi della decisione.

4.1.- La commissione tributaria regionale, investita del giudizio di rinvio per stabilire, con motivazione congrua, se gli indizi posti dall’amministrazione a sostegno dell’accertamento erano, oppure no, gravi, precisi e concordanti, ha deciso nel senso della sufficienza di tali indizi, sulla base di tre considerazioni: la somma di L. 101.757.137, esposta tra le passività relative all’anno 1992, “non trovava alcuna giustificazione contabile, in quanto appariva in apertura del conto anticipazioni del titolare nei mastrini dell’anno 1992, senza nessuna imputazione specifica in contropartita e senza che nell’esercizio precedente fosse stata indicata in bilancio”; tale “discrepanza... è da considerare di rilevante entità e tale da dimostrare l’irregolarità e l’inaffidabilità della contabilità”;

“il contribuente non è stato in grado di fornire alcuna plausibile giustificazione sia in sede di verifica che nel corso del giudizio”.

A prescindere dall’accenno all’inaffidabilità delle scritture contabili – che farebbe pensare ad una determinazione induttiva del reddito ai sensi del citato art. 39, comma 2 (caso in cui sarebbero state sufficienti anche presunzioni “supersemplici”: cfr. Cass. n. 27068/2006) -, sta di fatto che il giudicante a quo ha adempiuto il mandato assegnatogli esprimendo un insindacabile giudizio di merito sulla sufficienza degli indizi, ricavati dalle stesse scritture dell’imprenditore, giustificativi della rettifica del reddito dichiarato; e concludendo, correttamente, che l’onere della prova contraria, gravante sul contribuente (Cass. n. 18000/2006), non era stato assolto in alcun modo.

La sufficienza degli elementi presuntivi, consistenti nel fatto che la passività esposta “non trovava alcuna giustificazione contabile”, anche in mancanza di prova contraria, costituiscono circostanze valutabili al fine della rettifica “analitica” della dichiarazione dei redditi, nel quadro del comma 1, lett. d), del citato art. 39, per il quale “l’inesistenza di passività dichiarate è desumibile anche sulla base di presunzioni semplici”. D’altra parte, nel caso di specie, non è stato operato alcun accertamento “induttivo” del reddito ai sensi del secondo comma, stesso articolo di legge, come lo stesso ricorrente riconosce. Sicché il giudizio espresso in merito dalla commissione regionale soddisfa il criterio posto nella sentenza di rinvio, dovendosi ritenere ridondanti, e perciò ininfluenti, le ulteriori affermazioni.

Per conseguenza, non sussiste la lamentata violazione dell’art. 112 c.p.c., sotto il profilo della mancata corrispondenza fra chiesto e giudicato (recte, fra criterio di rinvio e giudizio), poiché è stata valutata, con adeguata motivazione, la sufficienza degli elementi presuntivi posti a base della rettifica. Il primo motivo di ricorso (par. 2.1.1) è dunque infondato.

4.2.- Parimenti infondato è il terzo motivo (par. 2.1.3), giacché la sentenza impugnata non ravvisa nella discontinua compilazione del “mastrino” l’irregolarità e l’inaffidabilità delle scritture (questione, peraltro, irrilevante, come si è già notato, non vertendosi in ipotesi di accertamento induttivo del reddito), bensì assume tale elemento quale valido indizio per la rettifica della dichiarazione dei redditi, posto che le “anticipazioni del titolare”, figuranti nel mastrino del 1992 e dedotte dal reddito nella dichiarazione dello stesso anno, non trovavano base contabile nel bilancio dell’anno precedente.

E’ acquisito, d’altra parte, che utili elementi presuntivi a sostegno della pretesa fiscale possono essere tratti da scritture non ufficiali, come i “mastrini” in parola, trovate in possesso dell’imprenditore (Cass. nn. 25610/2006, 6949/2006).

4.3.- Il secondo motivo (par. 2.1.2) è inammissibile, giacché la questione relativa alla dedotta neutralità fiscale delle “anticipazioni del titolare” è coperta dal giudicato, essendo stato limitato il rinvio all’esame degli elementi presuntivi circa l’esistenza o inesistenza di tale passività; il che presuppone che la medesima fu ritenuta, con giudizio ormai irrevocabile, astrattamente incidente sulla determinazione del reddito imponibile.

5.- Dispositivo.


P.Q.M.


LA CORTE DI CASSAZIONE Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Quinta Civile – Tributaria, il 27 settembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 20 ottobre 2010