LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE                  

SEZIONE SECONDA PENALE                       


Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                           

Dott. BARDOVAGNI Paolo         -  Presidente   -                    

Dott. GENTILE    Domenico      -  Consigliere  -                    

Dott. NUZZO      Laurenza      -  Consigliere  -                    

Dott. FIANDANESE Franco        -  Consigliere  -                    

Dott. PRESTIPINO Antonio  -  rel. Consigliere  -                    


ha pronunciato la seguente:  sentenza                                       


sul ricorso proposto da:

1)            A.A. N. IL (OMISSIS);

avverso  la  sentenza  n.  924/2009 CORTE APPELLO  di  CAGLIARI,  del 27/01/2010;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita  in  PUBBLICA  UDIENZA del 21/10/2010 la  relazione  fatta  dal Consigliere Dott. PRESTIPINO Antonio;

Udito  il Procuratore Generale in persona del Dott. DE SANTIS  Fausto che ha concluso per l'annullamento senza rinvio per prescrizione.

                

Fatto


Ha proposto ricorso per cassazione A.A., avverso la sentenza della Corte di Appello di Cagliari del 27.1.2010, che confermò la sentenza di condanna pronunciata nei suoi confronti dal locale Tribunale il 24.2.2009, per il reato di ricettazione di un assegno bancario commesso il (OMISSIS).

Deduce con il primo motivo, il vizio di violazione di legge della sentenza impugnata ai sensi dell'art. 606 c.p.p., lett. c), per non avere i giudici di appello rilevato la nullità della sua citazione per il giudizio di secondo grado, l'atto essendo stato erroneamente indirizzato presso il recapito di via (OMISSIS) anziché presso quello esatto di via (OMISSIS);

con il secondo motivo, deduce il vizio di violazione di legge in relazione alla mancata declaratoria della prescrizione del reato. Il primo atto interruttivo della prescrizione sarebbe infatti intervenuto tardivamente e sarebbe stata erroneamente ritenuta dai giudici di merito la recidiva reiterata, specifica e infra quinquennale, ricorrendo soltanto quest'ultima. L'applicazione della più favorevole normativa di cui alla L. n. 251 del 2005, comporterebbe quindi l'ampia maturazione del termine prescrizionale nel corso del giudizio di merito.

Il ricorso è manifestamente infondato.

Ed invero, quanto alla questione processuale, si osserva che in effetti l'originale del decreto di citazione per il giudizio di appello recava, quanto all'indirizzo del destinatario, l'erronea indicazione segnalata dal ricorrente.

Nelle copie da notificare, però, l'indicazione fu corretta con la trascrizione dell'indirizzo esatto di (OMISSIS), al quale fu anche inviata la raccomandata con ricevuta di ritorno spedita dopo il primo tentativo di notifica personale. Per quel che riguarda la questione della prescrizione, deve ritenersi la specificità del precedente penale a carico dell'imputato per il reato di sfruttamento della prostituzione. Devono infatti intendersi reati della stessa indole, a norma dell'art. 101 c.p., non soltanto quelli che violano una medesima disposizione di legge, ma anche quelli che, pur essendo previsti da testi normativi diversi, per la natura dei fatti che li costituiscono o dei motivi che li hanno determinati, presentano, nei casi concreti, caratteri fondamentali comuni potendo così essere valorizzati riguardo alla fattispecie concreta - a prescindere dalla identità dei beni giuridici protetti - le modalità di esecuzione o i moventi economici del reo (Cassazione penale sez. 3, 16 marzo 2010 n. 14292).

E se non c'è alcun dubbio sul movente economico sotteso al delitto precedente, non ce n'è neanche riguardo alla ricettazione dell'assegno bancario oggetto del presente procedimento.

Ricorrendo due delle circostanze di cui all'art. 99 c.p., comma 2 nella formulazione anteriore alla sua riforma, la pena poteva essere aumentata della metà, con il conseguente effetto di maggiorazione del termine prescrizionale, che quindi non era ancora maturato all'epoca della sentenza di appello.

Alla stregua delle precedenti considerazioni, il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile, con la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1000,00 alla Cassa delle Ammende, commisurata all'effettivo grado di colpa dello stesso ricorrente nella determinazione della causa di inammissibilità.


P.Q.M.


Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1000,00 alla Cassa delle Ammende.

Così deciso in Roma, il 21 ottobre 2010.

Depositato in Cancelleria il 12 novembre 2010