LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO


Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                          

Dott. LA TERZA Maura                              -  Presidente   -

Dott. NOBILE   Vittorio                           -  Consigliere  -

Dott. CURZIO   Pietro                             -  Consigliere  -

Dott. BERRINO  Umberto                       -  rel. Consigliere  -

Dott. TRICOMI  Irene                              -  Consigliere  -


ha pronunciato la seguente: sentenza sul ricorso proposto da:


POSTE ITALIANE SPA - ricorrente -


contro


C.S.,  -  controricorrente -


avverso  la  sentenza n. 115/2008 della CORTE DDAPPELLO  di  PERUGIA,  depositata il 07/06/2008, R.G.N. 356/06;

udita  la  relazione  della causa svolta nella pubblica  udienza  del  22/12/2010 dal Consigliere Dott. UMBERTO BERRINO;

udito l'Avvocato FIORILLO LUIGI per delega PESSI ROBERTO;

udito l'Avvocato RIOMMI MAURIZIO;

udito  il  P.M.  in persona del Sostituto Procuratore Generale  Dott. MATERA Marcello, che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.

               


Fatto


Con sentenza del 6/2 - 7/6/08 la Corte d'Appello di Perugia rigetto l'impugnazione proposta dalle Poste Italiane s.p.a avverso la sentenza del Tribunale di Perugia, con la quale era stata accertata illegittimità del licenziamento intimato il 10/12/01 a C. S. a definizione della procedura di cui alla L. n. 223 del 1991, artt. 4 e 24 rilevando che, pur non ponendosi in discussione la legittimità del criterio concordato in sede sindacale di privilegiare ai fini dell'esodo del personale la verifica della sussistenza del possesso dei requisiti pensionistici, non da meno il licenziamento di quest'ultima era da considerare illegittimo, posto che la medesima non poteva rientrare nel novero dei dipendenti da porre in mobilità, non essendosi verificata nella Regione Umbria alcuna eccedenza di esuberi nell'area quadri di appartenenza della lavoratrice e non essendo state specificate per le unità produttive le eccedenze del personale di sportelleria, le cui relative mansioni inferiori erano state di fatto espletate da ultimo dalla medesima C.. Per la cassazione della sentenza propongono ricorso le Poste Italiane spa, affidando l'impugnazione a due motivi di censura.

Resiste con controricorso la C.. La ricorrente deposita, altresì, memoria ai sensi dell'art. 378 c.p.c.


Diritto


1. Col primo motivo la società ricorrente si duole della violazione e falsa applicazione della L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 4, comma 3, nonché della omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 5.

In particolare la ricorrente rileva che la parte iniziale della norma in questione prevede che l'individuazione dei lavoratori da collocare in mobilità deve avvenire in relazione alle esigenze tecnico - produttive ed organizzative dell'intero complesso aziendale e che sarebbe riduttivo, come sostenuto dai giudici drappello, risolvere il problema rimettendo il tutto all'osservazione che il modulo organizzativo aziendale di riferimento preso in considerazione dalla L. n. 223 del 1991, artt. 4, 5 e 24 è la singola unità produttiva.

Quindi, continua la ricorrente, secondo il dettato normativo la delimitazione del personale a rischio va operata in relazione a quelle esigenze tecnico - produttive organizzative che sono state enunciate dal datore di lavoro con la comunicazione di cui all'art. 4, comma 3 e pertanto, essendo la riduzione del personale una conseguenza della scelta datoriale sulla dimensione quantitativa e qualitativa ottimale dell'impresa ai fini del suo risanamento, da una tale scelta non si può prescindere quando si voglia determinare il personale da selezionare.

La ricorrente ha, quindi, concluso l'illustrazione del motivo ponendo il seguente quesito di diritto; "Dica la Corte se incorre in violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, la sentenza della Corte di Appello che statuisca che il criterio di scelta della prossimità alla pensione sia stato illegittimamente applicato non rientrando la dipendente, in qualità di Quadro, tra il personale in esubero a livello regionale, omettendo in tal modo di considerare che l'individuazione dei lavoratori da collocare in mobilità era stata concordata da Poste S.p.A. e le 00.SS in relazione alle esigenze tecnico - produttive dell'intero complesso aziendale".

Osserva la Corte che il motivo, così come posto, è inammissibile.

Invero, nell'impugnata sentenza, contrariamente a quanto sostenuto dall'odierna ricorrente, i giudici drappello non hanno affatto ignorato che il problema delle eccedenze era di carattere nazionale e che la individuazione della C. come soggetto da licenziare era assolutamente corretta, non essendo previsto alcun criterio regionale, tanto da aggiungere che i criteri individuati in base alle previsioni collettive o, comunque, L. n. 223 del 1991, ex art. 5 non potevano essere oggetto di sindacato giurisdizionale quanto alla congruità ed alla opportunità In realtà, i giudici drappello hanno semplicemente ritenuto che era da considerare il fatto che sulla scorta del prospetto, suddiviso regione per regione, delle eccedenze alla data dell'1/8/01, consegnato durante le fasi di consultazione dalle Poste s.p.a (quindi, allorquando era stata già superata la fase di avvio della procedura attraverso la relativa comunicazione), era emerso che nella Regione Umbria non era stata individuata alcuna eccedenza di quadri, nè di primo, nè di secondo livello, e che non erano state specificate per le unità produttive le eccedenze del personale di sportelleria, le cui relative mansioni inferiori erano state di fatto espletate da ultimo dalla medesima C., per cui non vi era alcuna ragione per la quale quest'ultima dovesse essere considerata interessata dal provvedimento.

Di conseguenza, la censura (che connota esclusivamente il primo motivo di ricorso della società ricorrente) - concernente una asserita statuizione della Corte territoriale sulla interpretazione della L. n. 223 del 1991, art. 4, nel senso che l'individuazione dei lavoratori da licenziare dovesse avvenire "unità produttiva per unità produttiva", non attiene al contenuto del "decisum" - ove, per quanto riguarda l'interpretazione dell'art. 4 cit., è stato espressamente riconosciuto che non era da dare siffatta interpretazione, essendo "quello della eccedenza un problema di carattere nazionale". Pertanto, la cennata censura non rileva ai fini della decisività della stessa per mancanza di riferibilità al contenuto effettivo della sentenza impugnata, sicché "la proposizione, mediante il ricorso per cassazione, di censure prive di specifica attinenza al decisum della sentenza impugnata comporta l'inammissibilità del ricorso per mancanza di motivi che possono rientrare nel paradigma normativo di cui all'art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4" (ex plurimis v. Cass. n. 17125/2007).

2. Col secondo motivo la ricorrente denunzia la violazione e la falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, ex art. 360 c.p.c., n. 3 evidenziando che se è vero che nella determinazione delle eccedenze dell'azienda si deve aver riguardo a tutta la forza lavoro collocata sul piano nazionale, essendo tali le dimensioni delle Poste, è altrettanto vero che non si può limitare la comparazione al solo comprensorio regionale per dedurre il venir meno delle esigenze di riduzione del personale per ciascuna singola regione, anche in considerazione del fatto che è da escludere che ciascun comprensorio regionale costituisca una articolazione dell'azienda del tutto autonoma. Ciò è tanto vero, prosegue la ricorrente, che attraverso l'accordo sindacale del 17 ottobre 2001 si stabilì che il rapporto di lavoro del personale, che alle date del 31/12/01 e del 31/3/01 fosse risultato in possesso dei requisiti per il diritto alla pensione di anzianità o di vecchiaia, sarebbe stato risolto secondo criteri, modalità e termini di cui all'allegato n. 1 dello stesso accordo. Pertanto, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici drappello, era irrilevante il fatto che nell'Ufficio Postale di Perugia (OMISSIS) non vi fosse una eccedenza di personale Q1/Q2, atteso che al momento del licenziamento l'odierna intimata era in possesso di tutti i requisiti, soggettivi ed oggettivi, che ne permettevano la messa in mobilità e considerato, altresì, che le parti sociali non avevano mai menzionato alcun criterio di "settore" o di "ufficio" o di "filiale" per la messa in mobilità degli esuberi.

A conclusione del motivo la ricorrente pone il seguente quesito:

"Dica la Corte se incorre in violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, la sentenza della Corte di Appello che statuisca che il criterio di scelta della prossimità alla pensione sia stato illegittimamente applicato, non rientrando la ricorrente, in qualità di Quadro, tra il personale in esubero a livello regionale, omettendo, in tal modo, di considerare che l'individuazione dei lavoratori da collocare in mobilità era stata concordata da Poste S.p.A e dalle 00.SS in relazione alle esigenze tecnico - produttive dell'intero complesso aziendale". Il motivo è fondato.

Anzitutto, per quel che concerne l'ambito aziendale di applicazione della procedura dei licenziamenti collettivi si è già avuto modo di precisare che (Cass. sez. lav. n. 22824 del 28/10/2009) "in tema di licenziamento collettivo, il doppio richiamo operato dalla L. n. 223 del 1991, art. 5, comma 1, alle esigenze tecnico produttive ed organizzative del complesso aziendale comporta che la riduzione del personale deve, in linea generale, investire l'intero ambito aziendale entro il quale operano i criteri di scelta, potendo l'intervento essere limitato a specifici rami aziendali soltanto se caratterizzati da autonomia e specificità delle professionalità utilizzate. Ne consegue che il riferimento al "personale abitualmente impiegato", aggiunto all'originario testo dalla L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 3, dal D.Lgs. n. 151 del 1997, comporta che i profili professionali da prendere in considerazione sono quelli propri di tutti i dipendenti potenzialmente interessati alla mobilità, tra i quali, all'esito della procedura, il datore di lavoro potrà operare - con l'osservanza dei criteri legali di selezione del personale in concorso tra loro, salva la possibilità di accordare prevalenza alle esigenze tecniche e produttive ove tale indicazione trovi giustificazione in fattori obbiettivi e non sottenda intenti elusivi o ragioni discriminatorie - la scelta dei lavoratori da collocare in mobilità" (in senso conf. v. Cass. sez. lav. n. 12719 del 29/5/2006).

Per quel che riguarda, poi, più specificatamente l'aspetto della verifica della regolarità del procedimento di mobilità in ordine all'ambito dell'intero complesso aziendale si è statuito (Cass. sez. lav. n. 4653 del 26/2/2009) che "in tema di verifica del rispetto delle regole procedurali per i licenziamenti collettivi per riduzione di personale, la sufficienza dei contenuti della comunicazione preventiva di cui alla L. 23 luglio 1991, n. 223, art. 4, comma 3, deve essere valutata in relazione ai motivi della riduzione di personale, che restano sottratti al controllo giurisdizionale, cosicché, ove il progetto imprenditoriale sia diretto a ridimensionare l'organico dell'intero complesso aziendale al fine di diminuire il costo del lavoro, l'imprenditore può limitarsi all'indicazione del numero complessivo dei lavoratori eccedenti, suddiviso tra i diversi profili professionali previsti dalla classificazione del personale occupato nell'azienda, senza che occorra l'indicazione degli uffici o reparti con eccedenza, e ciò tanto più se si esclude qualsiasi limitazione del controllo sindacale e in presenza della conclusione di un accordo con i sindacati all'esito della procedura che, nell'ambito delle misure idonea a ridurre l'impatto sociale dei licenziamenti, adotti il criterio della scelta del possesso dei requisiti per l'accesso alla pensione." D'altra parte, la L. n. 223 del 1991, nel prevedere agli artt. 4 e 5 la puntuale, completa e cadenzata procedimentalizzazione del provvedimento datoriale di messa in mobilità, ha introdotto un significativo elemento innovativo consistente nel passaggio dal controllo giurisdizionale, esercitato "ex post" nel precedente assetto ordinamentale, ad un controllo dell'iniziativa imprenditoriale, concernente il ridimensionamento dell'impresa, devoluto "ex ante" alle organizzazioni sindacali, per cui i residui spazi di controllo devoluti al giudice in sede contenziosa non riguardano più gli specifici motivi della riduzione del personale (a differenza di quanto accade in relazione ai licenziamenti per giustificato motivo obiettivo), ma la correttezza procedurale dell'operazione, ivi compresa la sussistenza dell'imprescindibile nesso causale tra il progettato ridimensionamento e i singoli provvedimenti di recesso, con la conseguenza che non possono trovare ingresso in sede giudiziaria tutte quelle censure con le quali, senza contestare specifiche violazioni delle prescrizioni dettate dai citati artt. 4 e 5 e senza fornire la prova di maliziose elusioni dei poteri di controllo delle organizzazioni sindacali e delle procedure di mobilità al fine di operare discriminazioni tra i lavoratori, si finisce per investire l'autorità giudiziaria di un'indagine sulla presenza di "effettive" esigenze di riduzione o trasformazione dell'attività produttiva, (v. in tal senso Cass. sez. lav. n. 21541 del 6/10/2006).

Infine, quanto all'adozione del criterio specifico della prossimità al raggiungimento della pensione dei dipendenti da collocare in mobilità, si è già avuto modo di statuire (Cass. sez. lav. n. 9866 de 24/4/2007) che "in materia di licenziamenti collettivi - come sottolineato nella sentenza della Corte costituzionale n. 268 del 1994 - la determinazione negoziale dei criteri di scelta dei lavoratori da licenziare (che si traduce in accordo sindacale che ben può essere concluso dalla maggioranza dei lavoratori direttamente o attraverso le associazioni sindacali che li rappresentano, senza la necessità dell'approvazione dell'unanimità), poiché adempie ad una funzione regolamentare delegata dalla legge, deve rispettare non solo il principio di non discriminazione, sanzionato dalla L. n. 300 del 1970, art. 15 ma anche il principio di razionalità, alla stregua del quale i criteri concordati devono avere i caratteri dell'obiettività e della generalità oltre a dover essere coerenti con il fine dell'istituto della mobilità dei lavoratori. Deve, conseguentemente, considerarsi razionalmente adeguato il criterio della prossimità al trattamento pensionistico con fruizione di "mobilità lunga", oltretutto menzionato come esempio nella suddetta sentenza costituzionale, stante la giustificazione costituita dal minore impatto sociale dell'operazione e il potere dell'accordo di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 5, primo 1, di sostituire i criteri legali e di adottare anche un unico criterio di scelta, a condizione che il criterio adottato escluda qualsiasi discrezionalità del datore di lavoro." (in senso conf. Cass. sez. lav. n. 13691 del 7/12/99).

Nè si è esclusa la validità del criterio unico, quale, appunto, quello della prossimità del personale alla pensione.

Si è, infatti, affermato (Cass. sez. lav. n. 21541 del 6/10/2006) che "in materia di collocamento in mobilità e di licenziamenti collettivi, il criterio di scelta adottato nell'accordo sindacale tra datore di lavoro e organizzazioni sindacali per l'individuazione dei destinatari del licenziamento può anche essere unico e consistere nella prossimità al pensionamento, purché esso permetta di formare una graduatoria rigida e possa essere applicato e controllato senza alcun margine di discrezionalità da parte del datore di lavoro." (in senso conforme v. anche Cass. sez. lav. n. 20455 del 21/9/2006).

Alla luce di tali precisi orientamenti deve, quindi, osservarsi che il controllo giurisdizionale esercitato dalla Corte d'Appello di Perugia è andato ben oltre i limiti delineati dalla normativa appena richiamata, in quanto non ha limitato la propria indagine alla correttezza procedurale dell'operazione, lasciando, invece, che trovasse ingresso in sede giudiziaria una censura, quale quella del raffronto delle eccedenze a livello regionale, che non implicava affatto una violazione delle prescrizioni dettate dai citati artt. 4 e 5 e che non conteneva nemmeno la prova, a fronte della oggettività, della ragionevolezza e della natura non discriminatoria del criterio concordato in sede sindacale per la messa in mobilità del personale eccedente, di maliziose elusioni dei poteri di controllo delle organizzazioni sindacali e delle procedure di mobilità al fine di operare discriminazioni tra i lavoratori.

Pertanto, il secondo motivo di censura va accolto e la sentenza va cassata in relazione allo stesso.

Ne consegue che, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, questa Corte può decidere nel merito, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., comma 2, e rigettare la domanda della lavoratrice.

Motivi di equità, dovuti sia alla natura della lite che alla qualità di lavoratrice rivestita dall'intimata, inducono la Corte a ritenere interamente compensate tra le parti le spese dell'intero giudizio.


P.Q.M.


LA CORTE dichiara inammissibile il primo motivo, accoglie il secondo e cassa la sentenza in relazione al motivo accolto rigettando la domanda.

Compensa le spese dell'intero giudizio.

Cosi deciso in Roma, il 22 dicembre 2010.

Depositato in Cancelleria il 18 marzo 2011