SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 14 luglio 2006, n. 16015

Svolgimento del processo

Con ricorso ex art. 414 cod. proc. civ. dinanzi al Tribunale-Giudice del lavoro di Genova R.C. conveniva in giudizio la s.r.l. G. - alle cui dipendenze aveva prestato lavoro con le mansioni di letturista dall'ottobre 1996 come "collaboratore coordinato continuativo" e dal 3 febbraio 1997 come "impiegato 4 livello del c.c.n.l. terziario" - per impugnare il licenziamento intimatogli dalla datrice di lavoro con lettera del 10 giugno 2002 per non essersi presentato, scaduto il periodo di malattia, nè presso la sede di Genova, nè presso la sede di Bari, ove era stato trasferito con provvedimento in data 13 novembre 2001. Il ricorrente richiedeva, quindi, all'adito Giudice del lavoro di voler annullare - previa declaratoria dell'illegittimità del trasferimento - il cennato licenziamento con ogni relativa conseguenza reintegratoria e risarcitoria e, inoltre, di voler condannare la convenuta al pagamento di Euro 211,02 a titolo di indennità sostitutiva di quattro giorni di ferie.

La s.r.l. G. si costituiva impugnando estensivamente la domanda attorea e chiedendone il rigetto.

Il Tribunale di Genova, con sentenza non definitiva del 27 giugno 2003, accoglieva integralmente il ricorso, ma - su impugnativa della parte soccombente e ricostituitosi il contraddicono - la Corte di appello di Genova "in parziale riforma della sentenza impugnata, respinge(va) la domanda di illegittimità del licenziamento e quelle ad esso consequenziali; conferma(va) nel resto; compensala) le spese del grado".

Per quello che rileva in questa sede la Corte territoriale ha rimarcato che: a) "a fronte di un trasferimento efficace, contestato, solo genericamente e di cui mai sono state chieste le motivazioni, il lavoratore si è assentato dal lavoro non mettendosi a disposizione neppure formalmente a Genova, nè tantomeno a Bari"; b) "di conseguenza l'assenza dal lavoro, non solo a Bari, ma soprattutto anche a Genova, è del tutto ingiustificata, sicchè il recesso deve ritenersi legittimo".

Per la cassazione di tale sentenza R.C. propone ricorso assistito da un unico complesso motivo e sostenuto da memoria ex art. 378 cod. proc. civ..

L'intimata s.r.l. G. resiste con controricorso.

Motivi della decisione

1 -. Con l'unico motivo di ricorso il ricorrente - denunciando "illogicità e contraddittorietà della motivazione, nonchè violazione degli artt. 2103, 1460 e 1418 cod. civ., L. n. 604 del 1966, art. 2 e art. 700 cod. proc. civ. e, inoltre, omesso esame di fatti decisivi e falsa applicazione dell'art. 1375 cod. civ. con violazione della L. n. 604 del 1966, artt. 1 e 3" - rileva criticamente che "i giudici di appello avrebbero dovuto accertare se il trasferimento del lavoratore fosse stato, o meno, legittimo sulla base di tutte le circostanze valutabili al momento dell'inadempimento" ed addebita alla Corte di appello di Genova di non avere considerato che "quando il datore di lavoro abbia manifestato la sua volontà di non ricevere più le prestazioni in quel luogo, ordinando il trasferimento del dipendente in altra sede e il lavoratore abbia manifestato la sua opposizione al trasferimento, non vi era dubbio che - da un lato - la manifestazione di volontà del lavoratore di proseguire l'attività nella precedente sede si poteva considerare implicita in tale opposizione (soprattutto in un caso come quello di specie nel quale a quella sede si era continuato a fare costante riferimento) e - dall'altro - il comportamento del lavoratore che non si presentava nell'usuale luogo di lavoro ben si poteva definire giustificato dall'ordine aziendale o, comunque, fortemente condizionato dal comportamento aziendale, al punto da non poter essere ritenuto ascrivibile a sua responsabilità esclusiva". 2 -. Il ricorso come dinanzi proposto non appare meritevole di accoglimento.

E' da premettere che le censure del ricorrente in chiave di asserita violazione dell'art. 1375 cod. civ., con riferimento al provvedimento di trasferimento disposto dalla società datrice di lavoro non tengono in debita considerazione che - come ha statuito questa Corte con giurisprudenza da tempo consolidata -: a) ai fini dell'efficacia del provvedimento di trasferimento del lavoratore non è necessario che vengano contestualmente enunciate le ragioni del trasferimento stesso, in quanto che l'art. 2103 cod. civ., nella parte in cui dispone che le ragioni tecniche, organizzative e produttive del provvedimento suddetto siano comprovate, richiede soltanto che tali ragioni, ove contestale, risultino effettive e di esse il datore di lavoro fornisca la prova, sicchè l'onere delle indicazioni delle ragioni del trasferimento sorge a carico del datore di lavoro soltanto nel caso in cui il lavoratore ne faccia richiesta, fermo restando che il predetto onere di comunicazione non riguarda anche le fonti di prova dei fatti giuridici giustificativi del trasferimento (Cass. n. 8268/2004); b) il controllo giudiziale sulla legittimità del trasferimento del lavoratore si limita all'accertamento della sussistenza delle comprovate ragioni tecniche organizzative e produttive, essendo, invece, insindacabile la scelta imprenditoriale tra più soluzioni organizzative e, segnatamente, quella del lavoratore da trasferire ed essendo sufficiente a giustificare il suddetto provvedimento la sussistenza anche di una soltanto, delle molteplici ragioni addotte, senza necessità che il datore di lavoro dimostri anche la inevitabilità del provvedimento stesso (Cass. n. 12812/1999).

Nella specie, peraltro, a fronte del dedotto trasferimento (dalla sede della società in Genova ad una dipendenza in Bari) il R. non si è messo a disposizione della società datrice di lavoro (cioè non ha offerto la propria prestazione lavorativa) nè a Bari nè a Genova, rendendosi così inadempiente in modo integrale alla propria obbligazione contrattuale: su tale punto la Corte di appello ha esaustivamente accertato e successivamente rilevato che "a fronte di un trasferimento efficace, contestato solo genericamente e di cui mai sono state chieste le motivazioni, il lavoratore si è assentato dal lavoro non mettendosi a disposizione neppure formalmente in Genova (nè tantomeno a Bari) ... in altre parole il lavoratore doveva recarsi a lavorare a Bari, dove mai si è presentalo: pur ammettendo in ipotesi quel trasferimento illegittimo, il R. però neppure si presentato al lavoro a Genova ed allora l'assenza dal lavoro (non solo a Bari) ma soprattutto anche a Genova è del tutto ingiustificata sicchè il recesso deve ritenersi legittimo".

Al riguardo in relazione all'integrale inadempimento del lavoratore in questione, la giurisprudenza di questa Corte - richiamata dalla scrupolosa difesa del ricorrente - in materia di trasferimento, se (da un lato) ha considerato nullo il provvedimento datoriale non adeguamento giustificato ex art. 2103 cod. civ. con la conseguenza che la sua mancata ottemperanza da parte del lavoratore trova legittima giustificazione, (d'altro canto) ha precisato che per poter far rientrare in detta ipolesi esonerativa l'inottemperanza al trasferimento contestato "è necessario che il lavoratore debba offrire la sua prestazione nel luogo ove lo svolgeva ricevendo qui un rifiuto a riceverla" (così espressamente Cass. n. 4771/2004; ma anche Cass. 18209/2002 che si riferiva testualmente a lavoratore il quale non aveva assunto servizio presso il posto di lavoro in cui era stato trasferito, ma che si era presentato presso la "sede originaria", donde "un inadempimento parziale e non integrale del contratto di lavoro").

Sul punto della valutazione del comportamento tenuto dal R., quale integrale inadempimento all'obbligazione contrattuale a suo carico, e delle relative risultanze probatorie si rimarca che, in sede di legittimità, non sono proponibili censure dirette a provocare una nuova valutazione delle risultanze processuali diversa da quella espressa dal giudice di appello, essendo consentita, in tale sede, la sola denuncia degli errori di diritto o dei vizi di motivazione dei quali sarebbe oggetto la sentenza impugnata.

Il giudice di appello è, infatti, libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove o risultanze di prove che ritenga più attendibili ed idonee nella formazione dello stesso, essendo sufficiente, al fine della congruità della motivazione del relativo apprezzamento, che da questa risulti che il convincimento nell'accertamento dei fatti su cui giudicare si sia realizzato attraverso una valutazione dei vari elementi probatori acquisiti considerati nel loro complesso - pur senza una esplicita confutazione degli altri elementi asseritamente non menzionati o non considerati - come, nella specie, è di certo avvenuto per la sentenza impugnata.

Si rivelano, di conseguenza, infondate le censure del ricorrente, in quanto la decisione della causa è stata assunta in base alla valutazione delle risultanze processuali - considerate nel loro complesso - ritualmente acquisite, per cui sono da ritenere inammissibili le doglianze relative ai pretesi "vizi di motivazione", in relazione ai quali occorre precisare che il vizio di omessa o errata motivazione deducibile in sede di legittimità sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulti dalla sentenza, sia riscontrabile il deficiente esame di punti decisivi della controversia e non può, invece, consistere in un apprezzamento in senso difforme da quello preteso dalla parte perchè l'art. 360 cod. proc. civ., n. 5, non conferisce alla Corte il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione fatta dal giudice del merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento e, all'uopo, valutare le risultanze processuali, controllarne l'attendibilità e la concludenza e scegliere, tra le stesse, quelle ritenute più idonee per la decisione.

Al riguardo non si evince, dalla disamina della sentenza impugnata, l'esistenza di un errato o deficiente esame di punti decisivi della controversia dato che la Corte di Appello di Genova, con esaustiva motivazione in relazione alle risultanze processuali, ha correttamente ed esattamente deciso applicando correttamente i principi di diritto summenzionati con riferimento alla fattispecie sottoposta al suo esame.

3 -. In definitiva, alla stregua delle considerazioni svolte, il ricorso proposto da R.C. deve essere respinto.

Ricorrono giusti motivi (costituiti dal differente esito dei giudizi nei due gradi di merito) per dichiarare interamente compensate tra le parti le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; compensa tra le parti le spese del presente giudizio di Cassazione.

Così deciso in Roma, il 17 maggio 2006.

Depositato in Cancelleria il 14 luglio 2006.