In attesa della pronuncia della Corte costituzionale, considerazioni critiche in ordine alla illegittimità costituzionale del d.l. 78/2010 relativamente alla rivalutazione della indennità integrativa speciale ex lege 210/92.

 

Premessa

L’indennizzo ex lege 210/92 è composto da una parte determinata ai sensi della tabella B ex lege 111/84 (c.d. Indennizzo Ordinario: art. 2 co. 1 della legge) e da una parte determinata ai sensi della legge 324/59 (c.d. indennizzo integrativo: art. 2 co. 2 primo periodo della legge). L’indennizzo viene annualmente rivalutato dal 1995, sulla base del tasso di inflazione programmato (T.I.P.), a seguito dell’entrata in vigore del d.l. 548/1996. Sulla base di una, per altro errata a parere della scrivente, interpretazione letterale dell’art. 2 comma 2 della Legge, il Ministero della Salute riconosce tale rivalutazione solo sull’indennizzo ordinario, mentre l’indennizzo integrativo non viene, invece, rivalutato.

Giurisprudenza della Corte di Cassazione

Con sentenze n. 15894/05 e 18109/07 (cui negli anni a seguire si sono uniformate la quasi totalità dei giudici di merito[1]) la sez. lavoro della Cassazione aveva stabilito il seguente principio di diritto: “entrambe le componenti dell’indennizzo sono rivalutabili secondo il tasso annuale di inflazione programmata, come previsto dall’art. 2, primo comma, della citata legge n. 210 del 1992. In caso contrario, aveva aggiunto la Corte, l’indennizzo nel suo complesso verrebbe progressivamente abbattuto dalla svalutazione monetaria e non sarebbe pertanto equo rispetto al danno subito. Successivamente, con sentenze n. 21703/09 e n. 22112/09 la Cassazione aveva, invece, statuito, con motivazione  contraddittoria, che l’Indennizzo integrativo non dovrebbe essere rivalutato in quanto: la lettera della legge 210/92 prevederebbe la rivalutazione del solo Indennizzo Ordinario; l’Indennità integrativa speciale serve ad impedire o attenuare gli effetti della svalutazione monetaria onde è ragionevole che il legislatore non ne abbia previsto la rivalutazione; l’art. 32 Cost. non impone scelte quantitative al legislatore, salvo il principio della ragionevolezza degli indennizzi. Ciò nonostante, la maggior parte dei giudici di merito continuava a riconoscere ai danneggiati la rivalutazione integrale dell’indennizzo[2]. Recentemente, con le sentenze n. 6253/2011 e n. 11669/2011, la sezione lavoro della Cassazione ha, purtroppo, confermato l’ultimo orientamento, ribadendo sulla base delle stesse argomentazioni la non rivalutabilità della indennità integrativa speciale e facendo, al contempo, riferimento, nel caso della sentenza n. 11669/2011, anche all’introduzione nel nostro Ordinamento dell’art 11 comma 13 del d.l. 78/2010, che interpreta, come vedremo, l’art. 2, comma 2 della legge 210/92 e successive modifiche, nel senso che la somma corrispondente all’importo della indennità integrativa speciale non è rivalutata secondo il tasso di inflazione.

Il d.l. n. 78/2010

Con decreto legge n. 78/2010, entrato in vigore il 31 maggio 2010 (giorno di pubblicazione nella Gazzetta ufficiale – Serie generale n. 125, suppl. ord. n. 114/L), il Governo ha inserito nel nostro Ordinamento giuridico le seguenti due nuove norme: l’art. 11 comma 13, che così stabilisce: “Il comma 2 dell’art. 2 della legge 25 febbraio 1992, n. 210 e successive modificazioni si interpreta nel senso che la somma corrispondente all’importo dell’indennità integrativa speciale non è rivalutata secondo il tasso di inflazione”; l’art. 11 comma 14, che così dispone: “Fermo restando gli effetti esplicati da sentenze passate in giudicato, per i periodi da esse definiti, a partire dalla data di entrata in vigore del presente decreto cessa l’efficacia di provvedimenti emanati al fine di rivalutare la somma di cui al comma 13, in forza di un titolo esecutivo. Sono fatti salvi gli effetti prodottisi fino alla data di entrata in vigore del presente decreto”. Il predetto decreto è stato convertito (per quanto qui interessa, senza modificazioni) con l. 30 luglio 2010 n. 122 (G.U. Serie Generale n.176 del 30/7/2010, supplemento ordinario n. 174). Il contrasto giurisprudenziale relativo alla rivalutazione dell’indennità integrativa speciale ex lege 210/92, esistente al momento dell’entrata in vigore del suddetto decreto, è stato, quindi, apparentemente “risolto”. L’indennizzo de quo dovrebbe, pertanto, essere rivalutato nella sola componente disciplinata dall’art. 2 co. 1 (c.d. Indennizzo ordinario).

Profili di incostituzionalità del d.l. 78/2010

La nuova normativa (ed in particolare l’art. 11 comma 13 del d.l. 78/2010) è, invero, a parere della scrivente, incostituzionale ed, altresì, illegittima sotto il profilo del diritto comunitario, in primis in relazione alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in ordine a tale profilo si rinvia all’interessante ed approfondito articolo del Collega Alberto Cappellaro[3]

Va premesso, prima di entrare nel merito, che, ad oggi, hanno sollevato la questione di legittimità costituzionale con riferimento all’art. 11 co. 13 e 14 del d.l. 78/2010 i Tribunali di Reggio Emilia, di Parma, di Alessandria e di Tempio Pausania; in relazione all’ordinanza di rimessione del Tribunale di Reggio Emilia la Corte costituzionale aveva originariamente fissato l’udienza pubblica di discussione per il 21 giugno del corrente anno, la stessa è stata poi rinviata al 4 ottobre c.a. Ad oggi[4], sono state assegnate al Dott. Criscuolo tutte le ordinanze pubblicate in Gazzetta Ufficiale concernenti l’art. 11 commi 13 e 14 del decreto legge 78/2010, convertito con legge 122/2010, per la discussione delle ordinanze iscritte con i numeri 17/2011 (Tribunale di Reggio Emilia del 17 settembre 2010); 57/2011 (Tribunale di Parma del 30 ottobre 2010); 58/2011 (Tribunale di Parma del 30 ottobre 2010) e 97/2011 ( Tribunale di Tempio Pausania del 13 gennaio 2011), è stata fissata la pubblica udienza del 4 ottobre 2011, mentre per le ordinanze iscritte con i numeri 88/2011 (Tribunale di Alessandria del 18 gennaio 2011) e 98/2011 (Tribunale di Alessandria del 15 dicembre 2010), è stata  fissata la discussione in camera di consiglio per il 5 ottobre 2011.

Violazione degli artt. 32, 38 e 2  della Costituzione

Orbene, l’art. 11 comma 13 d. l. 78/2010 viola, a parere della scrivente, gli artt. 32, 38 e 2 Cost., invero, secondo la Corte costituzionale l’indennizzo ex lege 210/92 consiste in una misura di sostegno economico fondata sulla solidarietà garantita ai cittadini, alla stregua degli artt. 2 e 38 della Costituzione, a fronte di eventi generanti una situazione di bisogno[5]. Tra i soggetti aventi diritto all’indennizzo la Corte distingue tra: coloro che si sono sottoposti a trattamenti sanitari preventivi e obbligatori o incentivati (danneggiati da vaccino), per i quali lo stato dello sviluppo scientifico non è ancora in grado di eliminare i possibili rischi di eventi dannosi e, su tale presupposto si giustifica l’imposizione di un obbligo riparatorio sulla collettività; coloro che hanno riportato danni a seguito di emotrasfusioni, somministrazioni di emoderivati o in ragione della professione svolta (operatori sanitari), in questo secondo caso il trattamento ha fini terapeutici e, con riferimento a soggetti affetti da emoglobinopatie o emofilia (che rappresentano una percentuale consistente dei soggetti danneggiati in Italia), esso viene effettuato periodicamente quale terapia salvavita: pertanto, tale trattamento, anche se non è giuridicamente obbligatorio[6], è comunque “necessitato” dalla grave patologia che affligge questi soggetti, pena il decorso infausto della patologia medesima[7]. In questo secondo caso il presupposto del diritto all’indennizzo posa “sull’insufficienza dei controlli sanitari fino ad allora predisposti” nel settore delle trasfusioni di sangue ed emoderivati[8] e la provvidenza deve essere, quindi, non solo non irrisoria, ma anche adeguata al danno patito: il suo fondamento non è, infatti, un generico dovere di solidarietà della collettività per l’evento verificatosi, ma la responsabilità degli apparati pubblici che devono vigilare sulla circolazione del sangue e degli emoderivati e nei confronti dei quali sorge un legittimo affidamento da parte di coloro che si sottopongono al trattamento sanitario.

Deve inoltre rilevarsi che nella giurisprudenza della Corte costituzionale il diritto all’indennizzo è stabilito nell’an, ma non nel quantum[9]: in particolare, nella sentenza n. 342/2006 la Corte afferma che la determinazione del contenuto e delle modalità di realizzazione di un tale intervento di natura solidaristica è rimessa alla discrezionalità del legislatore nel ragionevole bilanciamento dei diversi interessi costituzionalmente rilevanti coinvolti: “Questa Corte non può sindacare il merito e l’opportunità delle opzioni adottate dal legislatore nella previsione di misure di sostegno assistenziale in caso di malattia. Le compete, tuttavia, verificare che le scelte legislative non siano affette da palese arbitrarietà o irrazionalità ovvero non comportino una lesione del nucleo minimo della garanzia (sentenze n. 226 del 2000 e n. 27 del 1998)”.

Invero, la giurisprudenza costituzionale ha chiarito, ormai da anni, che nessun diritto fondamentale può essere compresso o inciso al punto tale che ne sia pregiudicato o anche solo messo a rischio il contenuto minimo-essenziale. Tale soglia, costituisce un limite all’azione del legislatore, un limite inferiore al di sotto del quale la programmazione politica e la gestione amministrativa dei diritti non possono scendere senza scivolare nella patologia costituzionale e, di conseguenza, essere sanzionate nelle forme e con le procedure previste[10]: negando la rivalutazione, tale limite sarebbe violato. Significativa al tal riguardo è la sentenza n. 80/2010, nella quale la Corte afferma: “E’ vero che, secondo costante giurisprudenza di questa Corte, il legislatore nella individuazione delle misure necessarie a tutela dei diritti delle persone disabili gode di discrezionalità (da ultimo, ex plurimis, sentenze n. 431 e 251 del 2008, ordinanza n. 269 del 2009). Si deve tuttavia riaffermare che, sempre secondo la giurisprudenza di questa Corte, detto potere discrezionale non ha carattere assoluto e trova un limite nel «[…] rispetto di un nucleo indefettibile di garanzie per gli interessati» (sentenza n. 251 del 2008 che richiama sentenza n. 226 del 2000)..”.

La tutela dei diritti sociali è condizionata, è risaputo, dal contesto politico ed economico, la giurisprudenza costituzionale ha elaborato, a tal riguardo, il principio di gradualità (si veda in merito la sent. n. 57/1973 in materia previdenziale) nell’apprestamento dei necessari mezzi finanziari pubblici secondo un giudizio ispirato alla proporzionalità. Fermo restando, pertanto, che i diritti sociali sono comunque diritti soggettivi la loro attuazione, in particolare sotto il profilo del quantum, può avvenire gradualmente, a seguito di un ragionevole bilanciamento con altri interessi o beni che godono di pari tutela costituzionale, rapportato alla disponibilità delle risorse necessarie per la medesima attuazione. Negli ultimi anni, in particolare relativamente alla tutela dei diritti sociali, al valore del diritto soggettivo si è affiancato il valore dell’interesse oggettivo alla salvaguardia delle compatibilità finanziarie (si veda al riguardo la sent. n. 119/1991, sempre in materia previdenziale), tuttavia resta il fatto che il bilanciamento deve indefettibilmente rispettare il nucleo minimo della garanzia. Nella sentenza n. 27/1998, per altro, la Corte, in ordine all’indennizzo in parola, sembra ritenere che il valore sotteso all’equilibrio di bilancio non partecipi al bilanciamento legislativo, bensì ne costituisca il limite esterno: invero, argomentando la non irragionevolezza della decurtazione subita dalla misura indennitaria nel caso di specie, la Corte sostiene che il contenuto minimo essenziale della prestazione non è stato intaccato. La Corte non muove, pertanto, dalla volontà di accertare la lesione o meno del contenuto essenziale del diritto valutando il quantum della prestazione secondo il principio di ragionevolezza, ma ritiene ragionevole l’entità fissata dal legislatore, dopo aver constatato che la misura minima essenziale del diritto non ha subito pregiudizi, anche tenendo conto del significato di misura di solidarietà sociale propria dell’indennizzo. [11] Nel bilanciamento compiuto dalla Corte, quindi, non viene adoperato l’elemento oggettivo delle esigenze di bilancio, oppure il principio di equilibrio o le compatibilità economico-finanziarie.

Invero, la discrezionalità del legislatore per quel che riguarda il come ed il quando della attuazione dei diritti sociali secondo la giurisprudenza della Corte non è affatto piena e insindacabile: non potrebbero, infatti, ammettersi lacune di tutela almeno in relazione al contenuto essenziale dei beni di primaria importanza, anche ai fini di un’esistenza dignitosa dell’uomo. Si evidenzia a tal proposito che la Corte non è stata insensibile all’esigenza di interpretazioni della Costituzione orientate alla realizzazione della dignità umana, si consideri, a titolo di esempio, la sentenza n. 252 del 2001, che ha definito la questione di legittimità costituzionale sollevata in relazione all’art. 19, c. 2, d. lgs. n. 286 del 1998 (t.u. in tema di immigrazione e condizione dello straniero) “nella parte in cui non prevede il divieto di espulsione dello straniero extra-comunitario che, essendo entrato irregolarmente nel territorio dello Stato, vi permanga al solo scopo di terminare un trattamento terapeutico che risulti essenziale in relazione alle sue pregresse condizioni di salute”: “secondo il giudice rimettente, l'omessa previsione di un tale specifico divieto di espulsione (avrebbe) violato gli artt. 2 e 32 della Costituzione”. Il giudice a quo era giunto a tale conclusione ritenendo che “la possibilità per il cittadino extra-comunitario, non in regola con le norme sull'ingresso ed il soggiorno, di accedere alle “cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti e comunque essenzialinei presidi sanitari pubblici ed accreditati, prevista dall'art. 35 del d.lgs. n. 286 citato, riguardasse le sole ipotesi in cui lo straniero si fosse ammalato in Italia e non quelle nelle quali egli avesse, come nel caso del giudizio in corso davanti al giudice a quo, una patologia pregressa”. La Corte ha preso le mosse dalla diffusa constatazione che “il diritto ai trattamenti sanitari necessari per la tutela della salute” sarebbe “costituzionalmente condizionato” dalle esigenze di bilanciamento con altri interessi costituzionalmente protetti, salva, comunque, la garanzia di “un nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana, il quale impone di impedire la costituzione di situazioni prive di tutela, che possano appunto pregiudicare l'attuazione di quel diritto”. Su tali basi, essa ha adottato una sentenza interpretativa di rigetto, ritenendo che “lo straniero presente, anche irregolarmente, nello Stato ha diritto di fruire di tutte le prestazioni che risultino indifferibili e urgenti, secondo i criteri indicati dall'art. 35, comma 3 citato, trattandosi di un diritto fondamentale della persona che deve essere garantito”. [12] In questo caso è ancora la violazione del contenuto minimo-essenziale del diritto a rendere irragionevole il bilanciamento, sicché l’irragionevolezza è conseguenza dell’incisione sul diritto.

Significativa è, infine, la sentenza n. 497/1988[13], resa in un procedimento in cui era stata sollevata questione di legittimità costituzionale con riferimento all’art. 13 del d.l. 2 marzo 1974 n. 30, convertito in l. 16 aprile 1974 n. 114, che fissava in 800 lire al giorno l’importo dell’indennità ordinaria di disoccupazione. La Corte dichiarò tale norma incompatibile con l’art. 38 Cost. in quanto: le provvidenze attuative dell’art. 38 Cost. devono garantire al diritto da esse tutelato (nella specie, quello alla salute) una protezione che “postula requisiti di effettività”; non è conforme all’art. 38 Cost. una norma che (come l’art. 2 co. 2 della legge, interpretato secondo quanto previsto dall’art. 11 comma 13 d.l. 78/2010), mentre da un lato tutela il diritto in questione mediante una indennità, dall’altro non contiene, al fine di porre rimedio alle conseguenze “della notevole diminuzione del potere di acquisto della moneta, un meccanismo diretto ad assicurare anche in prospettiva temporale l’adeguatezza … dell’indennità” medesima.

Un meccanismo, a ben vedere, che l’art. 2 della legge 210/92 contiene: adeguare l’indennizzo sulla base del T.I.P. (che è di gran lunga inferiore al tasso di inflazione reale - ISTAT) consentirebbe, infatti, di conseguire un equo bilanciamento di entrambi gli interessi coinvolti: quello alla salute, in quanto solo mediante la rivalutazione si può garantire al danneggiato un ristoro adeguato ed effettivo; ma anche quello della tutela della finanze pubbliche (e sempre che tale esigenza sussista nel caso concreto, il che è tutto da dimostrare), mediante il riconoscimento allo Stato del potere di determinare unilateralmente, anno per anno, il tasso di adeguamento applicabile. Un meccanismo che, invece, l’art. 11 comma 13 d.l. 78/2010 azzera, lasciando ai danneggiati una provvidenza che aumenta di pochi euro all’anno e che, con il trascorrere del tempo, finirà per divenire non solo inadeguata (come è già), ma anche irrisoria.

Violazione degli artt. 25 comma 1, 77 comma 2, 102, 104, 111 Costituzione

A parere della scrivente, l’articolo de quo viola, altresì, gli artt. 25 comma 1, 77 comma 2, 102, 104, 111 Cost. A tal riguardo occorre, in primis, verificare se era preesistente una situazione di fatto comportante la necessità e l’urgenza di provvedere tramite lo strumento eccezionale del decreto legge d’interpretazione autentica: ricorrevano davvero, nel caso di specie, i requisiti di straordinarietà, necessità e urgenza richiesti dall’art. 77 Cost.? Con la sentenza n. 29 del 1995 la Corte costituzionale ha escluso che la nozione di straordinarietà, necessità ed urgenza sia così ampia da risultare presente a priori; la stessa, a parere della Corte, deve essere, invece, accertata caso per caso, così come non è più vero che l’eventuale successiva conversione del decreto azzeri ogni problema: “l'eventuale evidente mancanza di quel presupposto (urgenza) configura tanto un vizio di legittimità costituzionale del decreto-legge, in ipotesi adottato al di fuori dell'ambito delle possibilità applicative costituzionalmente previste, quanto un vizio in procedendo della stessa legge di conversione, avendo quest'ultima, nel caso ipotizzato, valutato erroneamente l'esistenza di presupposti di validità in realtà insussistenti e, quindi, convertito in legge un atto che non poteva essere legittimo oggetto di conversione. Pertanto, non esiste alcuna preclusione affinché la Corte costituzionale proceda all'esame del decreto-legge e/o della legge di conversione sotto il profilo del rispetto dei requisiti di validità costituzionale relativi alla pre-esistenza dei presupposti di necessità e urgenza, dal momento che il correlativo esame delle Camere in sede di conversione comporta una valutazione del tutto diversa e, precisamente, di tipo prettamente politico sia con riguardo al contenuto della decisione, sia con riguardo agli effetti della stessa.”.

Orbene, dov’è l’urgenza del provvedimento quando l’interpretazione autentica veicolata attraverso il decreto legge, successivamente convertito, interviene a distanza di 15 anni dell’entrata in vigore della legge interpretata, come nel caso di specie? Inoltre, se l’interpretazione autentica mira al chiarimento autoritativo di una formula legislativa oscura e/o fatta oggetto di contrastanti applicazioni giurisprudenziali, la stessa dovrebbe necessariamente rispondere ad un’esigenza di certezza del diritto e di stabilità dei rapporti giuridici, esigenza che è di per sé incompatibile con la provvisorietà strutturale del decreto legge.[14] Analogamente, l’interpretazione autentica che intende condizionare l’andamento o l’esito di giudizi pendenti rischiava, in caso di mancata conversione del relativo decreto legge, di produrre effetti irreversibili in sede processuale.[15]

Nella sentenza n. 123/1988 la Corte afferma che l’esistenza d’interpretazioni giudiziali discordanti, costituendo un dato estrinseco alla legge interpretativa ed al suo contenuto, non può essere considerata un presupposto indispensabile di legittimità dell’intervento del legislatore che, in base a scelte polico-discrezionali, decida di imporre erga omnes un certo significato normativo di precedenti disposizioni. In realtà, il legislatore interprete può abusare della sua funzione facendo un cattivo uso dell’esegesi legislativa.

Nella giurisprudenza costituzionale sono rintracciabili, a tal riguardo, alcune figure sintomatiche, la cui presenza rivelerebbe una probabile interferenza del legislatore interprete nella funzione giurisdizionale. La Corte afferma, ad esempio, che “è certo comunque che non può essere considerata lesiva di tale sfera (giurisdizionale) una legge interpretativa che rispetti i giudicati” (sent. n. 118/1957, cfr. anche n. 167/1996, n. 413/1988, n. 155/1990, nn. 253, 402 e 469/1992; nn. 6, 263 e 397/1994; nn. 15 e 94/1995). L’eventuale travolgimento di rapporti definiti, quindi, rappresenterebbe un significativo indizio di uso distorto dell’interpretazione autentica legislativa. Nel caso di specie l’art. 11 salva gli effetti prodotti da sentenze passate in giudicato limitatamente ai “…per i periodi da esse definiti…”, mentre “…a partire dalla data di entrata in vigore del presente decreto cessa l’efficacia di provvedimenti emanati al fine di rivalutare la somma di cui al comma 13…”. Altro indice di cattivo uso dell’interpretazione legislativa, sempre secondo la giurisprudenza della Corte, è rappresentato dal fatto che “la legge appaia mossa dell’intento di influire sui giudizi in corso” (sent. n. 118/1957). Orbene, il fatto stesso che la norma interpretativa de qua intervenga per opera dell’Esecutivo, come già sottolineato, a distanza di ben 15 anni dalla introduzione della legge 210/92, legge che sino all’anno 2010 veniva costantemente ed uniformemente interpretata a favore dei danneggiati, legge che, anche in seguito al mutamento d’indirizzo giurisprudenziale (fine anno 2009) continuava ad essere diffusamente interpretata in tal senso, travolgendo per la sua stessa formulazione rapporti ormai definiti (…”cessa l’efficacia di provvedimenti emanati al fine di rivalutare la somma di cui al comma 13..”) ed incidendo su concrete fattispecie sub iudice, rende palese l’intento di influire sui giudizi in corso.

Nella sentenza n. 153/1994 la Corte afferma: “Unico limite alla possibilità di adottare norme aventi efficacia retroattiva è una loro adeguata e ragionevole giustificazione, tale da evitare che la disposizione retroattiva possa "trasmodare in un regolamento irrazionale ed arbitrariamente incidere sulle situazioni sostanziali poste in essere da leggi precedenti" o possa contrastare" con altri principi o valori costituzionali specificamente protetti" (sent. nn. 6 del 1994, 822 del 1988 e 349 del 1985). E ciò a prescindere dal fatto che, nella specie, il contrasto interpretativo sulla norma era durato a lungo prima che si consolidasse l'orientamento giurisprudenziale che il legislatore ha inteso rimuovere. Sì che, in questa sede, è di indubbia importanza la verifica della ragionevolezza della norma impugnata”.

Per le ragioni esposte la norma non solo non trova una adeguata e ragionevole giustificazione, ma contrasta, altresì, con valori costituzionalmente protetti che sono a fondamento dell’introduzione dello stesso indennizzo per cui è causa.

Significativa è anche la sentenza 282/2005, nella quale la Corte afferma “La riconosciuta natura effettivamente interpretativa di una legge non esclude che da essa possano derivare violazioni costituzionali. Invero, al di fuori della materia penale (dove il divieto di retroattività della legge è stato elevato a dignità costituzionale dall’art. 25 Cost.), l’emanazione di leggi con efficacia retroattiva da parte del legislatore incontra una serie di limiti (v., ex plurimis, le sentenze n. 311 del 1995 e n. 397 del 1994) che questa Corte ha da tempo individuato, e che attengono alla salvaguardia, tra l’altro, di fondamentali valori di civiltà giuridica posti a tutela dei destinatari della norma e dello stesso ordinamento, tra i quali vanno ricompresi il rispetto del principio generale di ragionevolezza e di eguaglianza, la tutela dell’affidamento legittimamente sorto nei soggetti quale principio connaturato allo Stato di diritto e il rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario (da ultimo, sentenze n. 376 del 2004, n. 291 del 2003 e n. 446 del 2002). In particolare, al legislatore è precluso intervenire, con norme aventi portata retroattiva, «per annullare gli effetti del giudicato» (sentenza n. 525 del 2000): se vi fosse un’incidenza sul giudicato, la legge di interpretazione autentica non si limiterebbe a muovere, come ad essa è consentito, sul piano delle fonti normative, attraverso la precisazione della regola e del modello di decisione cui l’esercizio della potestà di giudicare deve attenersi, ma lederebbe i principi relativi ai rapporti tra potere legislativo e potere giurisdizionale e le disposizioni relative alla tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi (cfr. sentenze n. 374 del 2000 e n. 15 del 1995)”. Orbene, nel caso di specie, ci si trova proprio di fronte ad una lesione, tra le altre, dell’affidamento legittimo di coloro che hanno instaurato un giudizio prima dell’entrata in vigore dei commi 13 e 14 dell’art. 11 legge 30 luglio 2010 n. 122, in un momento storico, per altro, nel quale la giurisprudenza, sia quella di merito che quella della Suprema Corte (sent. n. 15894/05 e n. 18109/07) riconoscevano uniformemente e costantemente il diritto in parola, e ci si trova di fronte, altresì, per le considerazioni sopra formulate, alla violazione dei principi relativi ai rapporti tra potere legislativo e potere giurisdizionale[16].

Alla luce delle argomentazioni esposte, non rimane che aggiungere che si attende con ansia crescente la pronuncia della Corte Costituzionale.

 

Avv. Sabrina Cestari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] v. la rassegna pubblicata in Dragone M., Indennizzi da trasfusioni e vaccinazioni: critiche ad una “rivalutazione” assai poco meditata, su www.personaedanno.it

[2] v. la rassegna pubblicata in Calandrino M., Rivalutazione indennizzo legge 210/92: i giudici non seguono la Cassazione, su www.hemoex.it, sub legge 210/92

[4] Si ringrazia il Collega Alberto Cappellaro per la segnalazione e si rinvia alla news “Rivalutazione: tutte le ordinanze assegnate allo stesso giudice costituzionale” in www.studiolegalecappellaroit

[5] v. sent. n. 28/2009,  n. 342/2006, n. 226/2000 e n. 118/1996

[6] a differenza, quindi, dei danneggiati da vaccino

[7] cfr. sent. n. 118/1996

[8] v. sent. n. 476/2002 e  n. 28/2009

[9] v. sent. n. 27/1998

[10] cfr., ex plurimis, le sentenze 455/90, 247/92, 218/94, 304/94, 416/95, 27/98, 185/98, 267/98, 309/99, 509/00 e 432/05

[11] MARTA PICCHI La L. n. 210/92 nella giurisprudenza costituzionale recenti orientamenti in www.personaedanno.it/cms/data/articoli/014076.aspx

 

[12] DONATO MESSINEO Il contenuto essenziale dei diritti fondamentali nella giurisprudenza costituzionale (2009) PhD thesis, Università degli studi di Ferrara in http://eprints.unife.it/124/

[13] Si ringrazia il Collega Alberto Cappellaro per la segnalazione della sentenza de qua.

 

[14] v. P. Carnevale A. Celotto, Il parametro “eventuale” riflessioni su alcune ipotesi atipiche di integrazione legislativa del parametro nel giudizi di legittimità costituzionale delle leggi Torino 1988.

[15] v. A. Gardino Carli, Il legislatore interprete. Problemi attuali in tema di intepretazione autentica legislativa, Milano 1997; G. Serges Norme sulla normazione e limiti all’interpretazione autentica in Trasformazioni della funzione legislativa. II Crisi della legge e sistema delle fonti a cura di F. Modugno, Milano 2000; R. Tarchi Incompetenza legislativa del Governo  interposizione del Parlamento e sindacato della Corte Costitizionale in Giur. Cost. 1988, II, 941.

 

[16] v. A. Pugiotto, La legge interpretativa e i suoi giudici – strategie argomentative e rimedi giurisdizionali, Milano 2003.