IL DIRITTO ALL’INTEGRAZIONE AL MINIMO DEL TRATTAMENTO

 PENSIONISTICO PER I LAVORATORI NON VEDENTI

 

(Avv. Massimiliano Santulli - Dott. Alessandro Santulli)

La materia in esame, così come in generale tutte le problematiche in tema di previdenza ed assistenza obbligatorie, è caratterizzata da notevole complessità, sia sotto il profilo sostanziale che sotto l’aspetto processuale, derivante dai numerosi e contraddittori interventi legislativi susseguitisi nel corso degli anni.

Pertanto, preliminarmente, è opportuno un pur breve excursus, che origina necessariamente dall’art. 38, 2° comma Cost., ai sensi del quale: “I lavoratori hanno diritto che siano previsti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”.

Il disposto di cui all’art. 38, 2° comma Cost. esprime, sia pur implicitamente, le esigenze di solidarietà di cui all’art. 2 Cost. costituendo, nel contempo, attuazione delle esigenze di parità sostanziale, di cui all’art. 3, 2° comma Cost., come affermato dalla giurisprudenza costituzionale:“[..] vale concludere l'esame delle ipotesi tipiche individuate dall'art. 38 Cost. ricordando che l'idea di sicurezza sociale, a parte ogni precisazione sulla medesima (non possibile in questa sede) ispira tutto l'articolo in esame. Pur essendo unico il fondamento, l'anima ispiratrice delle ipotesi in discorso, esse sono, come s'è visto strutturalmente e qualitativamente distinte in quanto realizzano, in modo diverso, uno stesso scopo; apprestando cioè ai cittadini, in generale, in occasione di alcuni eventi e d'accertata situazione di bisogno, alcune garanzie attraverso il concorso della collettività ed offrendo ai lavoratori, in situazioni particolarmente significative, altre, più elevate garanzie attraverso il concorso degli stessi lavoratori e dei datori di lavoro [..]”

L’idea di sicurezza sociale alla quale si riferisce la Consulta, sottesa all’art. 38 Cost., è stata rappresentata, pur se attraverso normative cronologicamente distinte e per molti versi confliggenti, dalle seguenti disposizioni legislative, costituenti, per così dire, gli archetipi della menzionata idea: la Legge n. 903 del 1965, istitutiva del Fondo sociale, l’art. 26 della Legge n. 153 del 1969, istitutivo della pensione sociale, la Legge n. 118 del 30 marzo 1971, disciplinante la tutela degli invalidi civili, la Legge n. 833 del 23 dicembre 1978, istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale.

In tale quadro si inserisce la Legge n. 218 del 4 aprile 1952, che ha disciplinato i trattamenti minimi di pensione.

Infatti, la creazione di tali istituti è stata ispirata, all’epoca, dai principi mutualistici ed assicurativi caratterizzanti l’idea della sicurezza sociale.

In ragione della adozione del criterio della non necessaria corrispettività tra contributi e prestazioni previdenziali, i trattamenti minimi sono stati concepiti per assolvere una funzione redistributiva, in applicazione dei principi costituzionali di solidarietà sociale ed eguaglianza sostanziale.

Dunque, per evitare che l’ammontare della pensione risulti insufficiente, la legge garantisce (recte: garantiva, come si vedrà) un importo minimo, a condizione che siano rispettati i minimi assicurativi e di contribuzione e l’assicurato non sia titolare di redditi, assoggettabili all’imposta sul reddito delle persone fisiche, di importo superiore a limiti predeterminati.

Ai sensi dell’art. 6, 1° comma, del Decreto Legge n. 463 del 12 settembre 1983, convertito in Legge n. 638 dell’11 novembre 1983, con successive modifiche ed integrazioni, i limiti di cui sopra sono di seguito espressi: “[..] a) nel caso di persona non coniugata, ovvero coniugata ma legalmente ed effettivamente separata, redditi propri assoggettabili all'imposta sul reddito delle persone fisiche per un importo superiore a due volte l'ammontare annuo del trattamento minimo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti calcolato in misura pari a tredici volte l'importo mensile in vigore al 1° gennaio di ciascun anno; b) nel caso di persona coniugata, non legalmente ed effettivamente separata, redditi propri per un importo superiore a quello richiamato al punto a) , ovvero redditi cumulati con quelli del coniuge per un importo superiore a quattro volte il trattamento minimo medesimo. Per i lavoratori andati in pensione successivamente al 31 dicembre 1993 e fino al 31 dicembre 1994, il predetto limite di reddito è elevato a cinque volte il trattamento minimo [..]”.

Ad onor del vero, come anticipato poco addietro, l’art. 1, comma 16, della Legge n. 335 dell’8 agosto 1995, di riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare, ha abolito l’istituto della integrazione al minimo, per quanto concerne le pensioni liquidate esclusivamente con il sistema contributivo.

Ciò significa, peraltro, che l’abolizione riverbera i suoi effetti unicamente sui lavoratori assunti dal 1° gennaio 1996 in poi e su quelli che, pur avendo titolo per usufruire della previgente normativa, scelgano di avvalersi della nuova.

Tale precisazione in ordine agli effetti sostanziali e temporali della riforma era indispensabile per chiarire che tutti i problemi in prosieguo esaminandi hanno una notevole valenza, allo stato attuale, per un numero molto rilevante di lavoratori, i quali non sono interessati dalla novella legislativa.

Venendo alla specifica materia oggetto della presente disamina, tutti i lavoratori non vedenti che superavano i limiti di reddito appena addietro elencati e, comunque, beneficiavano dell’integrazione al minimo, si sono visti revocare il beneficio; nel contempo, coloro che, raggiunta l’età pensionabile, hanno richiesto di usufruirne, hanno ricevuto sempre una risposta negativa ove vi sia stato l’accertamento, da parte dell’Istituto Previdenziale, del superamento dei richiamati limiti reddituali.

Tale orientamento è chiaramente espresso in atti propri dell’Istituto Previdenziale, ove si afferma quanto segue:

[..] Nel caso in cui la pensione sia integrata al trattamento minimo, in relazione allo stesso reddito, superiore ovviamente anche al meno elevato limite di reddito stabilito dall´articolo 6 della legge n. 638/1983, l´importo della pensione in pagamento va cristallizzato in quello del trattamento minimo vigente al 30 settembre 1983, a norma del comma 7 del predetto articolo 6.

In altri termini fermo restando che, per espressa previsione legislativa, non deve sospendersi il pagamento delle pensioni di invalidita´ liquidate ai ciechi indipendentemente dai redditi posseduti dai titolari, il permanere del diritto alla integrazione, qualora le pensioni siano integrate al trattamento minimo, e´ da accertare dal 1 ottobre 1983 secondo la normativa dell´articolo 6 della legge n. 638/1983 e detta normativa non contiene alcuna disposizione che ne escluda l´applicazione nei confronti dei ciechi civili [..]”.

Detta interpretazione della normativa applicabile, seguita anche da parte della giurisprudenza di merito, non è esente da critiche.

A tal proposito, è opportuno analizzare le disposizioni che inducono a conclusioni differenti da quelle sopra richiamate.

L’applicazione dell’art. 6 della Legge n. 638/1983 comporta che, ove superati determinati limiti di reddito, non spetta il diritto all’integrazione al minimo, sicché ove concesso, viene revocato, o più esattamente “cristallizzato”, ove richiesto per la prima volta non viene concesso.

Tuttavia, la situazione dei cittadini non vedenti è profondamente diversa da quella degli altri cittadini, anche, come ovvio, sotto il profilo normativo.

Infatti, l’art. 8 della Legge n. 638/1983, avente natura di norma speciale, stabilisce chiaramente che: “resta ferma la disposizione di cui all’art. 68 della legge 30 aprile 1969, n. 153, indipendentemente dal reddito percepito dal pensionato”.

L’art. 68 della Legge n. 153 del 30 aprile 1969 stabilisce che “le disposizioni di cui al secondo comma dell’art. 10 del R.D.L. 14 aprile 1939, n. 636, non si applicano nei confronti dei ciechi che esercitano un’attività lavorativa. Le pensioni revocate ai sensi della norma precitata sono ripristinate con decorrenza dalla data di entrata in vigore della presente legge”.

Da ultimo, l’art. 10 del R.D.L. 14 aprile 1939, n. 636 stabilisce che la pensione di invalidità è soppressa quando la capacità di guadagno del pensionato cessi di essere inferiore a determinati limiti.

Orbene, l’analisi del combinato disposto delle succitate norme induce chiaramente ed evidentemente alla conclusione per cui è irrilevante il reddito dei lavoratori non vedenti al fine della insorgenza e del riconoscimento del diritto alla pensione.

Dunque, in ossequio ai principi di sicurezza sociale, solidarietà ed eguaglianza sostanziale, dei quali si è riferito nell’incipit della disamina, si è stabilita, in ordine alla revoca del trattamento pensionistico, la regola generale della indifferenza delle condizioni reddituali dei non vedenti.

Ulteriormente, si consideri che il citato art. 8 della Legge n. 638/1983, come altrove riferito, è norma di natura speciale rispetto all’art. 6 della medesima Legge, non essendo il primo suscettibile di essere derogato dalla disciplina dettata dal secondo, in via generale, per tutti gli assicurati.

Il carattere speciale della norma in oggetto, derivante dalla particolare condizione dei suoi destinatari, è evincibile da un pur superficiale excursus della legislazione relativa ai soggetti portatori di handicap, in particolare ai non vedenti:

1) Ai sensi dell’art. 9 r.d.l. n. 36 del 14 aprile 1939, “[..] l'assicurato ha diritto alla pensione al compimento del sessantesimo anno di età, per gli uomini, e del cinquantacinquesimo anno di età, per le donne, quando siano trascorsi almeno quindici anni dalla data di inizio dell'assicurazione e risulti versato un importo di contributi non inferiore a quello indicato dall'art. 11 per la categoria a cui l'assicurato appartiene [..] a qualunque età quando sia riconosciuto invalido ai sensi dell'art. 10 [..];

2) L’art. 1 della L. n. 632 del 9 agosto 1954 ha istituito l’Opera Nazionale per i ciechi civili, ente dotato di personalità giuridica di diritto pubblico;

3) Ai sensi dell’art. 1 della n. 594 del 14 luglio 1957: “[..]Le pubbliche Amministrazioni, gli enti pubblici e le aziende di Stato, anche in deroga all'art. 6 del decreto-legge 5 febbraio 1948, n. 61 e all'art. 12 del decreto-legge 7 aprile 1948, n. 262 nonché alle disposizioni ministeriali che fanno divieto di assunzione di personale, sono tenuti ad assumere per ogni ufficio, sede, stabilimento alla sola condizione che questi siano dotati di centralino telefonico, un privo della vista abilitato alle funzioni di centralinista telefonico [..]”;

4) L’art. 69 della L. n. 153 del 30 aprile 1969 ha escluso la revoca della pensione nei confronti dei ciechi che esercitano attività lavorativa;

5) L’art. 1 della L. n. 508 del 21 novembre 1988 ha stabilito il riconoscimento di una indennità di accompagnamento a favore dei cittadini riconosciuti ciechi assoluti, riconoscimento che, preme precisarlo, prescinde dai requisiti reddituali;

6) L’art. 2 della succitata L. n. 508/1988 ha istituito una speciale indennità in favore dei ciechi parziali, anch’essa prescindente dal reddito;

7) L’art. 3 della L. n. 104 del 5 febbraio 1992, stabilisce che: “È persona handicappata colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione. La persona handicappata ha diritto alle prestazioni stabilite in suo favore in relazione alla natura e alla consistenza della minorazione, alla capacità complessiva individuale residua e alla efficacia delle terapie riabilitative”. Anche in proposito, si pone l’accento sul riconoscimento, ipso iure, del diritto a determinate prestazioni, da parte della persona handicappata (quindi, anche il non vedente), prescindente da condizioni reddituali;

8) La L. n. 68 del 12 marzo 1999 reca le “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”.

E’ agevole arguire che la disamina è solo parziale, anche in ragione della già rilevata complessità del sistema normativo previdenziale e delle numerosissime leggi di modifica, integrazione ed abrogazione succedutesi nel corso degli anni.

Da quanto sopra, peraltro, si può desumere 1) che la normativa in materia di handicap, anche visivo, è sempre stata improntata al riconoscimento di condizioni di favor rispetto ai cittadini più fortunati; 2) che le disposizioni relative ai disabili costituiscono norme speciali rispetto alle disposizioni dettate per la generalità dei cittadini, proprio in ragione della particolare tutela di cui i primi necessitano.

Orbene, tornando alla trattazione iniziale ed in ragione di quanto esposto, appare decisamente illogica e giuridicamente insostenibile la tesi per la quale la disciplina normativa in vigore prevede, per un verso, la assoluta indifferenza delle condizioni reddituali dei soggetti appartenenti alla categoria dei non vedenti al fine del riconoscimento del diritto alla pensione, mentre, per altro verso, richiede detti requisiti reddituali, alla medesima categoria, in sede di integrazione minima del trattamento pensionistico.

Da ultimo, è opportuno considerare che tale orientamento è stato affermato dalla Suprema Corte, con una pronuncia che, a quanto consta, costituisce l’unico precedente edito, ma che sembra essere rimasta “lettera morta”, essendo stata ignorata dal Legislatore, così come, per ovvie ragioni di utilità, dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale.

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 Corte Cost. 5 febbraio 1986, n. 31

Circolare I.N.P.S. n. 289 del 24 dicembre 2001

 Cfr: Tribunale di Pisa, 22 luglio 1996

Cass. 30 luglio 1999, n. 8310.

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