GLI STRUMENTI STRAGIUDIZIALI DELL’ARBITRATO E CONCILIAZIONE NEL PUBBLICO IMPIEGO DOPO IL COLLEGATO LAVORO.

 

Intervento Avv. Maurizio Danza XXII Corso  Bressanone SDA Bocconi, MIP Politecnico di Milano ed E.P.R. 24 maggio 2011

 

CONSIDERAZIONI GENERALI

Appare evidente come la legge n.183 del 4 novembre 2010 ( c.d. collegato lavoro) abbia operato significative modifiche su istituti di particolare rilevanza per la disciplina del rapporto di lavoro sia privato che pubblico,altresì ponendosi nel solco di quei numerosi provvedimenti normativi finalizzati alla armonizzazione del rapporto di lavoro pubblico con quello privato. Non a caso ritengo che proprio la riformulazione della disciplina in materia di arbitrato e  conciliazione rappresenti il primo passo significativo in tal senso, pur dovendosi rilevare come la legge n.183/2010 abbia sollevato non poche problematiche su una materia a ben vedere disciplinata in evidente controtendenza rispetto alle scelte di politica legislativa adottate in riferimento alla mediazione prevista nel contestatissimo D.lgs n.28 del 4 marzo 2010 ed invece concepita quale condizione di procedibilità per l’instaurazione del successivo giudizio. Ciò detto in primo luogo apparirebbe affermazione del tutto semplicistica quella di ritenere che la novità principale in materia di conciliazione sia quella di ricondurre l’istituto alla natura facoltativa e cioè ad un sistema analogo a quello antecedente al D.lgs n.80 del 1998 gravido di numerose conseguenze nel pubblico impiego contrattualizzato. Di particolare rilevanza anche l’arbitrato che, secondo i primi commentatori apparirebbe invece il nodo centrale della riforma in materia di strumenti stragiudiziali  ed ancora da sperimentare in riferimento alle materie del pubblico impiego contrattualizzato, anche alla luce delle problematiche relative al tema dei diritti indisponibili dei lavoratori del pubblico impiego. Molte le novità che caratterizzano gli strumenti stragiudiziali dell’arbitrato e della conciliazione e che in qualche modo rappresentano una via di mezzo rispetto a quel concetto di giustizia condizionata, non sempre ben accolta da buona parte della dottrina e novità assoluta nel pubblico impiego contrattualizzato,ferma restando la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo con conseguente inapplicabilità del modello conciliativo per il personale non contrattualizzato della pubblica amministrazione di cui all’art 3 del D.lgs n.165/01 escluso dall’area di applicabilità ridisegnato dalle recenti fonti in materia.

 

LA NUOVA CONCILIAZIONE DELLA COMMISSIONE STABILE EX ART 410 C.P.C. QUALE MODELLO PREFERENZIALE ADOTTATO DAL LEGISLATORE ANCHE IN MATERIA DI PUBBLICO IMPIEGO CONTRATTUALIZZATO.

 

Quanto alla conciliazione, ad una prima valutazione si può senza dubbio affermare che la scelta del legislatore sia stata quella nel novero degli altri strumenti conciliative introdotti dalla norma, di ritenere strumento ordinario e preferenziale la richiesta innanzi alla commissione di conciliazione stabile e in pratica quella precostituita presso la Direzione provinciale del lavoro ai sensi dell’art 410 del codice di procedura civile. Tale scelta di campo appare evidente atteso che con l’esplicita abrogazione operata attraverso l’art 31 c.9 della legge n.183 del 2010, il legislatore ha inteso abbandonare il modello collegiale di conciliazione adottato nel pubblico impiego contrattualizzato sin dal 1993 con il D.lgs n.29/1993, che era sopravvissuto alla riforma di stampo privatistico degli anni 1996-98 che ne aveva trasformato la natura e gli effetti ( mi riferisco alla obbligatorietà nel D.lgs n.80/1998).Ebbene il superamento di tale concezione che vede prevalere il modello della commissione “stabile” rispetto a quello del collegio in tema di conciliazione, appare evidente nel collegato lavoro che nella finalità di armonizzare il pubblico con il privato, abroga il collegio specifico per il pubblico impiego mostrando una decisa preferenza per il modello della commissione. A conferma del favor del legislatore nei confronti della commissione stabile che indubbiamente esce dalla riforma quale istituto rafforzato, va menzionato come la medesima commissione secondo la norma oggi possa ricevere dalle stesse parti un successivo mandato,” in qualunque fase del tentativo di conciliazione, o al suo termine in caso di mancata riuscita” anche al fine di provvedere alla decisione arbitrale; appare dunque evidente che se da una parte la conciliazione della commissione diventa facoltativa,dall’altra si ampliano le possibilità di ricorso alla medesima potendo le parti ora conferirgli poteri arbitrali con espresso mandato .

 

LA PROPOSTA DI BONARIA DEFINIZIONE QUALE STRUMENTO DI RAFFORZAMENTO DEGLI EFFETTI DELLA NUOVA CONCILIAZIONE .

 

Appare evidente inoltre che, pur perseguendo la finalità di voler  avvicinare la disciplina del rapporto di lavoro pubblico a quello privato, il legislatore ha recepito  quei principi e quei  modelli propri dell’esperienza del pubblico impiego, evidenziando una spiccata vocazione processuale in riferimento a detti strumenti così innovati ; a tal proposito l’abrogata conciliazione obbligatoria del D.lgs n.165/01 del pubblico impiego con tutte le sue caratteristiche e che ha rappresentato un sicuro modello di riferimento ereditato da detta  esperienza normativa : a tal proposito si pensi alla necessità del contraddittorio cfr 66 c.2, alla esposizione dei fatti e della pretesa nell’abrogato art 66 c.3 lett.c del d.lgs n.165 del 2001 . Anche l’innovativo istituto della proposta di bonaria definizione della controversia a disposizione della commissione di conciliazione, nonchè degli effetti esogeni della valutazione del comportamento delle parti nella fase conciliativa, fondano le loro radici nella disciplina degli artt.65 e 66 e cioè all’abrogato collegio di conciliazione del D.lgs. n.165 del 2001. Quanto a quest’ultima caratteristica si fa notare come gli effetti della valutazione del comportamento delle parti nel modello conciliativo specifico del pubblico impiego, erano limitati ai soli fini del regolamento delle spese,mentre nella nuova conciliazione dell’ art .411 c.p.c., tali effetti si  estendono fino ad avere rilevanza anche “ in sede di giudizio”.

Altra caratteristica evincibile dalla norma è rappresentata indubbiamente da un rafforzamento degli effetti esterni del tentativo di conciliazione in riferimento al successivo giudizio del lavoro, e la emersione dell’elemento della motivazione, entrambi segnali inequivocabili “del comportamento oscillante del legislatore in materia”, che nell’abrogare l’obbligatorietà del tentativo ha tentato in qualche modo di attribuire agli atti e alle risultanze del processo stragiudiziale facoltativo, una forza probatoria nel processo del lavoro. Si noti peraltro come detta scelta è stata operata solo in relazione al modello conciliativo del collegio di conciliazione e non per quello dell’ arbitrato irrituale del nuovo 412 quater del c.p.c. In tal senso va dunque letta la disposizione dell’art 411 che nel caso del mancato accordo obbliga le parti nel ricorso ad allegare il verbale e le memorie concernenti il tentativo di conciliazione innanzi al giudice ( c.2); allo stesso modo si spiega la valutazione in sede di giudizio nel c.1 “ il giudice tiene conto in sede di giudizio” delle risultanze della proposta formulata dalla commissione e non accettata senza adeguata motivazione. Tutti questi evidentemente sono indici di un rafforzamento che mostrano come la conciliazione anche nella forma di strumento facoltativa ,si presenti  dunque come un modello tendenzialmente di tipo processuale e non solo per quanto concerne gli effetti,ma anche per ciò che riguarda i contenuti dell’atto c.d. introduttivo (c.d. la richiesta di conciliazione), nonché di tutti gli altri atti che descrivono la procedura conciliativa. A tal proposito il nuovo art 410 del c.p.c. reca una elencazione di elementi essenziali  della richiesta, conciliativa senza precedenti nel vecchio testo tra cui “l’esposizione dei fatti e delle ragioni poste a fondamento della pretesa”; ancora in tal senso “la memoria contenente difese ed eccezioni in fatto ed in diritto prodotta dalla controparte che accetta il rito, entro 20 giorni”,nonchè  le eventuali domande riconvenzionali  nell’art 410, ed anche qui di assoluta novità, l’adozione del principio tipico della instaurazione del contraddittorio sulla base del quale ,la parte deve produrre agli atti copia della richiesta inviata non solo alla commissione ma anche alla controparte.

IL RAFFORZAMENTO DEI POTERI DELLA COMMISSIONE DI CONCILIAZIONE  STABILE EX ART 410 C.P.C. ANCHE IN MATERIA DI ARBITRATO

Come detto la riforma operata con il collegato lavoro nell’art 31 presenta un impatto di particolare rilevanza sui poteri della commissione di conciliazione stabile quanto ai poteri arbitrali ; così il nuovo c.5 dell’ art 31 che rinnova l’art. 412 rubricato “risoluzione arbitrale della controversia”. La norma oltre a presentare particolari aspetti innovativi da un punto di vista della tecnica legislativa, mostra palesemente il rafforzamento dei poteri in capo alla commissione di conciliazione che diventa soggetto con poteri arbitrali eventuali nella ratio del legislatore. Ora infatti potrà se investito con mandato ad hoc delle parti, esperire anche la fase arbitrale nella quale non si limiterà a tentare la conciliazione ma potrà decidere nel merito la questione prospettata dalle parti .Secondo la nuova disposizione infatti in qualunque fase del tentativo di conciliazione,o al suo termine in caso di mancata riuscita, le parti possono indicare la soluzione, anche parziale, sulla quale concordano, riconoscendo, quando e' possibile, il credito che spetta al lavoratore, e possono accordarsi per la risoluzione della lite, affidando alla commissione di conciliazione il mandato a risolvere in via arbitrale la controversia”. Appare evidente che tale opzione può intervenire in ogni momento dunque anche ab origine,e cioè all’atto della stessa istanza di conciliazione attraverso un istanza ad hoc, avente duplice funzione conciliativa ed arbitrale non essendo ciò vietato dalla norma. Di particolare importanza la disposizione in tema di contenuto del mandato che le parti possono conferire alla commissione,atteso che si prevede chenel conferire il mandato per la risoluzione arbitrale della controversia, le parti devono indicare: 1) il termine per l'emanazione del lodo, che non può comunque superare i sessanta giorni dal conferimento del mandato, spirato il quale l'incarico deve intendersi revocato; 2) le norme invocate dalle parti a sostegno delle loro pretese e l'eventuale richiesta di decidere secondo equità, nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento e dei principi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari”. Quanto al lodo e ai suoi effetti  e alla sua impugnazione  la disposizione prevede che “ il lodo emanato a conclusione dell'arbitrato, sottoscritto dagli arbitri e autenticato, produce tra le parti gli effetti di cui all'articolo 1372 e all'articolo 2113, quarto comma, del codice civile. Detto lodo ovviamente sarà impugnabile ai sensi dell'articolo 808-ter. In tema di giurisdizione sulla impugnativa e sulla esecutività del lodo la norma stabilisce poi che, sulle controversie aventi ad oggetto la validità del lodo arbitrale irrituale, ai sensi dell'articolo 808-ter, decide in unico grado il tribunale, in funzione di giudice del lavoro, nella cui circoscrizione e' la sede dell'arbitrato. Il ricorso e' depositato entro il termine di trenta giorni dalla notificazione del lodo. Decorso tale termine, o se le parti hanno comunque dichiarato per iscritto di accettare la decisione arbitrale, ovvero se il ricorso e' stato respinto dal tribunale, il lodo e' depositato nella cancelleria del tribunale nella cui circoscrizione e' la sede dell'arbitrato. Il giudice, su istanza della parte interessata, accertata la regolarità formale del lodo arbitrale, lo dichiara esecutivo con decreto.

 

LA PROPOSTA TRANSATTIVA DI CONCILIAZIONE DEL GIUDICE DEL LAVORO NELL’UDIENZA DI CUI ALL’ ART 420 CPC

Appare del tutto evidente come il collegato lavoro proprio con la disposizione specifica di cui all’art 31 arbitrato e conciliazione,non si sia limitato a riscrivere gli istituti stragiudiziali affidati alla commissione di conciliazione,ma abbia previsto la adozione di modelli conciliativi già propri dell’arbitro del pubblico impiego ora attribuiti al giudice del lavoro. Probabilmente la ratio risiede nella preoccupazione del legislatore che a fronte dell’operata abrogazione della obbligatorietà del tentativo di conciliazione,ha cercato di dare una particolare rilevanza anche agli effetti della conciliazione,in qualche modo tracciando un filo conduttore tra conciliazione innanzi alla commissione e processo del lavoro. In tale ottica va letto l’attuale  comma 4 dell’art 31 della disposizione che, nel modificare l'articolo 420, primo comma, del codice di procedura civile, opera un rafforzamento dei poteri conciliativi del giudice;  infatti nel processo del lavoro il giudice dovrà, non solo  tentare la conciliazione della lite ma formulare altresì alle parti una proposta transattiva. Peraltro si fa rilevare come l’evidenziato fenomeno del “rafforzamento della conciliazione seppure facoltativa” non si limita all’ampliamento dei poteri del giudice in tema di tentativo di conciliazione,ma investe anche gli effetti della mancata proposta transattiva. La stessa modifica operata nella disposizione infatti, attraverso la previsione tra i comportamenti valutabile dal giudice ai fini del giudizio,accanto a quello della mancata comparizione personale delle parti( nel vecchio testo) anche del rifiuto della proposta transattiva del giudice senza giustificato motivo, rappresenta un indice inequivocabile di questo orientamento del legislatore in materia.

GLI ALTRI ISTITUTI CONCILIATIVI E ARBITRALI NEL PUBBLICO IMPIEGO .

 

L’arbitrato e la conciliazione del contratto nazionale quadro 23 gennaio 2001 dopo la riforma a seguito del D.lgs 150 del 2009: problematiche applicative.

Appare evidente poi che l’art 412 ter introdotto dalla legge n.183 del 2010 nel prevedere altri istituti di soluzione stragiudiziale delle controversie in materia di lavoro, abbia operato  un esplicito rinvio alla conciliazione ed arbitrato secondo modalità e forme previste nei contratti collettivi nazionali. Ebbene per quanto concerne il pubblico impiego non si può non ricordare il contratto quadro del 23 gennaio 2001 che ha previsto la competenza dell’arbitro monocratico in riferimento alle controversie individuali in materia di rapporto di lavoro di cui all’art 63 del D.lgs n.165 del 2001 per i dipendenti del pubblico impiego contrattualizzato. Come è ben noto anche tale figura espletava il tentativo di conciliazione obbligatorio con gli stessi effetti di cui all’abrogato art 65 del D.lgs n.165 del 2001.Senonchè prima il D.lgs n.150 del 2009 e il successivo collegato lavoro hanno inciso profondamente sull’istituto comportando allo stato attuale, una riduzione dei poteri dell’arbitro.Ad esempio in tema di sanzioni disciplinari va rilevata la novità della prevista preclusione in riferimento alla impugnativa delle medesime, sottoposte invece, prima della riforma del pubblico impiego ex D.lgs. n.150 del 2009 all’area di accettazione obbligata da parte della pubblica amministrazione evocata nel giudizio dal dipendente con la richiesta di compromesso in arbitri. A tal proposito l’art 55 c.3, confermato dalla circolare n.9 del 27 novembre 2009 del Dipartimento della funzione pubblica che, richiamando espressamente l’arbitro unico, inibisce alla contrattazione nazionale  il ricorso a procedure di impugnazione di sanzioni disciplinari. Per tali motivi l’arbitro limitatamente alla materia disciplinare, pur conservando ampi poteri decisionali in ordine a controversie con oggetto diverso da quello disciplinare ( es. per mansioni superiori etc.) potrà continuare a svolgere la funzione conciliativa in genere ,ma non quella arbitrale sulla materia disciplinare espressamente preclusa anche dopo l’art 31 L.183 del 2010  che nessuna abrogazione reca sul punto,anzi operando un esplicito rinvio proprio al nuovo 412 ter e cioè alle diverse procedure previste nei contratti collettivi tra cui è compresa indubbiamente,per il solo pubblico impiego contrattualizzato quella prevista dall’accordo quadro del 23 gennaio 2001. Tuttavia appare indispensabile provvedere quanto prima ad una revisione di detto accordo attraverso una interpretazione delle sue disposizioni specifiche con particolare riferimento all’art 4 in tema di tentativo di conciliazione obbligatoria dell’arbitro consentendo all’arbitro di svolgere proficuamente il predetto tentativo, raccordando ulteriormente la fase conciliativa con quella arbitrale in relazione a tutte le materie del rapporto di lavoro anche alla luce della abrogazione implicita dell’art 6 relativo all’area di obbligatorietà in tema di sanzioni disciplinari non risolutive del rapporto.

La conciliazione disciplinare specifica per il pubblico impiego nell’art 55 c.3 del D.lgs.150/2009.

Tra gli altri istituti conciliativi nel pubblico impiego giova evidenziare come il legislatore riformista con il D.lgs. n.150 del 2009 aveva previsto una prima direttiva in materia di conciliazione disciplinare, non concretizzatasi come è noto per effetto della L.122 del 2010 che ha sostanzialmente rinviato il primo triennio contrattuale e che avrebbe certamente rappresentato una buona occasione per ridefinire il quadro organico degli strumenti contrattuali in materia di conciliazione nel pubblico impiego contrattualizzato .In ogni caso il legislatore con tale disposizione, ha già fissato principi e criteri cui dovrà attenersi la contrattazione collettiva futura e che riguardano in primo luogo, la durata massima della procedura conciliativa fissata in 30 giorni, la esclusione del licenziamento e dunque delle sanzioni risolutive del rapporto di lavoro dall’area conciliativa di fonte contrattuale ; la stessa norma prevede poi un limite di merito al potere conciliativo avendo fissando il principio del divieto di sanzione di specie diversa quale esito dell’ eventuale conciliazione positiva ,nonché stabilendo il divieto di impugnare la sanzione conciliata. Infine per quanto concerne tutta la procedura conciliativa e cioè in riferimento alla descrizione degli atti utilizzabili in detta fase,la disposizione rinvia alla contrattazione che dovrà indicare degli atti di inizio e conclusione della procedura disciplinare.

IL NUOVO ARBITRATO DI EQUITÀ: PROBLEMATICHE  RIFERITE AI LIMITI ALLE RINUNZIE E TRANSAZIONI DI CUI ALL’ ART 2113 C.C. CON RIFERIMENTO ALLE NORME INDEROGABILI NEL PUBBLICO IMPIEGO.

 

Si è affermato che l’arbitrato rappresenti il centro della riforma ma in merito alla sua disciplina molti sono i dubbi e le incertezze. Si fa notare come tale strumento nel collegato lavoro riprenda le linee politiche del diritto del “libro bianco sul mercato del lavoro in Italia”( presentato dal Ministro nella XIV Legislatura del 2001 ottobre 2001 linee trasfuse nel ddl 848-bis e rimasto senza seguito) e che dunque risponda ad un progetto coltivato da tempo. Proprio per comprendere il rapporto tra equità e norme inderogabile, va tenuto conto della nota sentenza della Corte Costituzionale n.206 del 6 luglio 2004,che aveva “dichiarato illegittimo l’art 113 co.2 del c.p.c. nella parte in cui non prevede che il giudice di pace nel decidere secondo equità debba osservare i principi informatori della materia”; la  medesima ribadisce dunque che la sola funzione dell’equità è quella c.d. correttiva o integrativa e non formativa o sostitutiva sicchè il giudizio di equità-secondo la Corte non è e non può essere un giudizio extragiuridico. Appare allora confusa nel collegato lavoro,la sovrapposizione tra equità e le norme inderogabili con un improprio richiamo all’art 2113 c.c. per il lavoro pubblico mancando  infatti un coordinamento con le disposizioni imperative poste a tutela dei peculiari interessi perseguiti dalla pubblica amministrazione.

 I COLLEGI DI CONCILIAZIONE ED ARBITRATO IRRITUALI IN MATERIA DI PUBBLICO IMPIEGO.

Dunque se come osservato da una parte il legislatore ha sottratto al pubblico impiego lo strumento specifico del collegio di conciliazione,dall’altra ripropone il modello del collegio non preformato né stabile nel nuovo art 412 quater. Di particolare interesse la disposizione che istituisce un collegio unico che,ad istanza degli interessati potrà espletare obbligatoriamente sia la fase conciliativa che arbitrale,non secondo la volontà delle parti ma per legge . Ed infatti secondo il nuovo art 412 quater ferma restando la facoltà di ciascuna delle parti di adire l'autorità giudiziaria e di avvalersi delle procedure di conciliazione e di arbitrato previste dalla legge, le controversie di cui all'articolo 409 c.p.c. possono essere altresì proposte innanzi al collegio di conciliazione e arbitrato irrituale costituito secondo quanto previsto dai commi seguenti. A ben vedere quanto alla composizione del collegio esso consta di tre membri,di cui due nominati rispettivamente da ciascuna delle parti in lite, ed un presidente scelto di comune accordo dagli arbitri di parte tra i professori universitari di materie giuridiche e gli avvocati ammessi al patrocinio davanti alla Corte di Cassazione. Quanto alla instaurazione della procedura, la parte che intenda ricorrere al collegio di conciliazione e arbitrato deve notificare all'altra parte un ricorso sottoscritto, salvo che si tratti di una pubblica amministrazione, personalmente o da un suo rappresentante al quale abbia conferito mandato e presso il quale deve eleggere il domicilio. Il ricorso deve contenere la nomina dell'arbitro di parte e indicare l'oggetto della domanda, le ragioni di fatto e di diritto sulle quali si fonda la domanda stessa, i mezzi di prova e il valore della controversia entro il quale si intende limitare la domanda. Il ricorso deve contenere il riferimento alle norme invocate dal ricorrente a sostegno della sua pretesa e l'eventuale richiesta di decidere secondo equità, nel rispetto dei principi generali dell'ordinamento e dei principi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari. In merito poi alla accettazione della procedura da controparte la disposizione prevede che, se la parte convenuta intende accettare la procedura di conciliazione e arbitrato nomina il proprio arbitro di parte, il quale entro trenta giorni dalla notifica del ricorso procede, ove possibile, concordemente con l'altro arbitro, alla scelta del presidente e della sede del collegio. Ove ciò non avvenga, la parte che ha presentato ricorso può chiedere che la nomina sia fatta dal presidente del tribunale nel cui circondario e' la sede dell'arbitrato. Se le parti non hanno ancora determinato la sede, il ricorso e' presentato al presidente del tribunale del luogo in cui e' sorto il rapporto di lavoro o ove si trova l'azienda o una sua dipendenza alla quale e' addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto. Da notare come il c.d. collegato lavoro anche in relazione a detti strumenti conciliativi adotti termini di tipo processualistico,quali la memoria difensiva del convenuto e le memorie di replica, domanda riconvenzionale fissando altresì anche determinati requisiti di contenuto. Infatti in caso di scelta concorde del terzo arbitro e della sede del collegio, la parte convenuta, entro trenta giorni da tale scelta, deve depositare presso la sede del collegio una memoria difensiva sottoscritta, salvo che si tratti di una pubblica amministrazione, da un avvocato cui abbia conferito mandato e presso il quale deve eleggere il domicilio. La memoria deve contenere le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, le eventuali domande in via riconvenzionale e l'indicazione dei mezzi di prova. Entro dieci giorni dal deposito della memoria difensiva il ricorrente può depositare presso la sede del collegio una memoria di replica senza modificare il contenuto del ricorso. Nei successivi dieci giorni il convenuto puo' depositare presso la sede del collegio una controreplica senza modificare il contenuto della memoria difensiva. La norma poi scandisce le due distinte fasi relative rispettivamente all’espletamento del tentativo di conciliazione e alla decisione arbitrale,nel caso di infruttuoso tentativo. A tal fine si prevede infatti che il collegio fissa il giorno dell'udienza, da tenere entro trenta giorni dalla scadenza del termine per la controreplica del convenuto, dandone comunicazione alle parti, nel domicilio eletto, almeno dieci giorni prima. All'udienza il collegio esperisce il tentativo di conciliazione. Se la conciliazione riesce, si applicano le disposizioni dell'articolo 411, commi primo e terzo. Se la conciliazione non riesce, il collegio provvede, ove occorra, a interrogare le parti e ad ammettere e assumere le prove, altrimenti invita all'immediata discussione orale.  Si fa notare a tal riguardo come a differenza della conciliazione svolta dalla commissione qui la norma non prevede che il collegio di conciliazione irrituale,debba formulare la proposta per la bonaria definizione della controversia con effetti esterni nell’eventuale giudizio innanzi al giudice del lavoro. Quanto ai poteri istruttori riconosciuti dalla disposizione in capo al collegio si noti che nel caso di ammissione delle prove, il medesimo può rinviare ad altra udienza, a non piu' di dieci giorni di distanza, l'assunzione delle stesse e la discussione orale. Di particolare interesse la disciplina dettata in merito alla  fase decisoria che culmina con il lodo emanato a conclusione dell'arbitrato, sottoscritto dagli arbitri e autenticato, produce tra le parti gli effetti di cui agli articoli 1372 e 2113, quarto comma, del codice civile.