LE PRESTAZIONI ECONOMICHE EROGATE DALL’INAIL

Le prestazioni erogate dall’Inail possono essere economiche sanitarie ed integrative. Nell’avviare con il presente una serie di contributi volti all’esame puntuale delle stesse che tenga conto delle specificità introdotte in questo quadro dall’assicurabilità del lavoro marittimo in Inail, cominciamo qui con l’esaminare le caratteristiche generali delle prestazioni di tipo economico non senza prima tentarne una elencazione. Sono prestazioni economiche:

1.    l’indennità giornaliera per inabilità temporanea assoluta, che viene corrisposta dal quarto giorno successivo alla data dell’evento fino alla guarigione. L’inabilità temporanea assoluta non consente al lavoratore di riprendere, neanche in minima parte, il suo lavoro;

2.    la rendita per inabilità permanente, corrisposta per eventi fino al 24 luglio 2000;

3.    l’indennizzo per la lesione dell’integrità psicofisica, danno biologico, corrisposto per eventi a decorrere dal 25 luglio 2000. Per postumi compresi tra il 6 e il 15% è previsto l’indennizzo in capitale. Dal 16% in poi, viene erogato un indennizzo in rendita;

4.    l’integrazione della rendita diretta, dovuta per il periodo nel quale il lavoratore si sottopone a cure utili per il recupero della capacità lavorativa;

5.    la rendita di passaggio per silicosi e asbestosi - calcolata secondo le Tabelle allegate al Testo Unico - per inabilità non superiore all’80% corrisposta per un anno al lavoratore che abbandoni la lavorazione nociva e, per le malattie denunciate a decorrere dal 1° gennaio 2007, per le menomazioni dell’integrità psicofisica non superiori al 60%;

6.    la rendita ai superstiti di lavoratori deceduti a causa di infortunio o malattia professionale, se in possesso dei requisiti di legge;

7.    la prestazione una tantum ai superstiti di lavoratori deceduti a causa di infortunio mortale verificatosi a decorrere dal 1° gennaio 2007, se in possesso dei medesimi requisiti previsti per la rendita ai superstiti;

8.    l’assegno funerario;

9.    l’assegno per assistenza personale continuativa, corrisposto per inabilità permanente assoluta del 100% e, per gli eventi a decorrere dal 1° gennaio 2007, per le menomazioni elencate nelle Tabelle;

10.    lo speciale assegno continuativo mensile, erogato ai superstiti di lavoratori titolari di rendita deceduti per cause non dipendenti da infortunio o malattia professionale, se in possesso degli specifici requisiti previsti.

L’INAIL eroga prestazioni economiche, sanitarie e integrative ai lavoratori infortunati o tecnopatici, affetti cioè da malattia professionale e quindi eroga anche.

Prestazioni sanitarie.

I lavoratori infortunati hanno diritto a ricevere le cure mediche e chirurgiche, erogate a carico del Servizio Sanitario Nazionale, compresi gli accertamenti clinici, ai fini della guarigione e del massimo recupero della capacità lavorativa.

Sono di esclusiva competenza dell’INAIL gli accertamenti, le certificazioni e ogni altro aspetto medico-legale.

In regime di convenzione con le Regioni, l’Inail fornisce a proprio carico presso le Sedi territoriali il servizio di “prime cure” ambulatoriali, incluse le cure riabilitative, fino a guarigione del lavoratore, e inoltre:

•    le protesi e gli ausìli;

•    le cure idrofangotermali e i soggiorni climatici.

Prestazioni integrative.

Le prestazioni integrative, dette anche assistenziali, comprendono:

•    l’assegno di incollocabilità, erogato per impossibilità di collocazione in qualsiasi settore lavorativo;

•    l’erogazione integrativa di fine anno, dovuta ai grandi invalidi con inabilità compresa tra l’80% e il 100% e per gli eventi a decorrere dal 1° gennaio 2007 con grado di menomazione dell’integrità psicofisica compreso tra il 60% e il 100%;

•    il brevetto e distintivo d’onore, di natura onorifica ed economica, fornita per una sola volta ai Grandi Invalidi o Mutilati del Lavoro.

Ci soffermiamo per ora sulle sole caratteristiche generali delle prestazioni economiche.


IL PRINCIPIO DI AUTOMATICITA’ DELLE PRESTAZIONI

Com’è  noto la costituzione del rapporto assicurativo con Inail è automatica infatti al ricorrere dei presupposti soggettivi (art. 4 T.U. 1124/65) e oggettivi (art. 1 T.U. 1124/65) il rapporto giuridico sorge automaticamente (ope legis), a prescindere dalla volontà delle parti. Dalla costituzione automatica (ope legis) del rapporto assicurativo scaturisce che il lavoratore che si infortuna sul lavoro o contrae una malattia professionale ha diritto ad usufruire delle prestazioni, anche se il suo datore di lavoro non lo ha assicurato o ha omesso di denunciare l’evento dannoso (c.d. principio di automaticità delle prestazioni).E’ fatta salva per l’Istituto assicuratore la possibilità di applicare al datore di lavoro inadempiente le previste sanzioni e di chiedergli la rivalsa.

Il principio di automaticità garantendo in ogni caso al lavoratore le prestazioni di legge, preclude ogni pretesa risarcitoria da parte di quest’ultimo nei confronti del proprio datore di lavoro sia nel caso di omessa assicurazione che di irregolare adempimento degli obblighi contributivi.

Aldo De Matteis nel suo testo Infortuni e malattie professionali edito da Giuffrè/2011 evidenzia che il principio dell’automatismo opera nei limiti del termine di prescrizione a carico dell’Istituto assicuratore per riscuotere i contributi decorrente dal giorno in cui il datore di lavoro doveva eseguire il pagamento del contributo omesso, attualmente quinquennale. L’articolo 3 comma 9 legge 335/1995 che ha ridotto il periodo prescrizionale  per tutte  le contribuzioni di previdenza ed assistenza obbligatorie a cinque anni avrebbe quindi secondo dottrina ( Nicolini) ridotto l’operatività del principio da dieci ( art. 12 d.l. n. 536 30 dicembre 1987 conv. In legge 48/1998)  a cinque anni.

Eccezioni al principio della Automaticità delle prestazioni

Il principio non si applica al lavoratore autonomo (es.: artigiani titolari di azienda; coltivatori diretti; pescatori della piccola pesca marittima e delle acque interne).

In caso di omesso versamento del premio, il diritto alle prestazioni economiche rimane sospeso fino all’assolvimento dell’obbligo contributivo; sarà riattivato quando verrà sanata la situazione contributiva. Sono comunque dovute le prestazioni sanitarie e riabilitative. Detta statuizione è presente nella legge 27 dicembre 1997 art. 59 co. 19 e nella circolare 30/1998 dell’Inail. Questa norma vale per gli eventi dal 1° gennaio 1998. L’accertamento della regolarità contributiva va riferito al 31 dicembre dell’anno precedente a quello in cui viene denunciato l’infortunio o la malattia professionale e si estende anche ai periodi precedenti, nell’ambito dei limiti fissati dalla prescrizione. Con la circolare n. 48/2006, l’Istituto ha disposto che la verifica della regolarità contributiva deve essere effettuata alla data dell’infortunio o della denuncia della malattia professionale.

La stessa eccezione vale per le casalinghe . In questo caso il mancato pagamento del premio esclude la tutela assicurativa da parte dell’Inail né è possibile regolarizzare la posizione pagando per il passato. Possono essere riconosciuti solo gli eventi accaduti dal giorno successivo alla regolarizzazione. (vedasi la legge L. 3 dicembre 1999 n. 493 che tutela tutti coloro che, senza vincolo di subordinazione e a titolo gratuito, in una età compresa tra i 18 e i 65 anni, svolgono una attività finalizzata alla cura del proprio nucleo familiare e che tale attività sia svolta in via esclusiva e non occasionale.

Cassazione 6 maggio 1994 n.4418 ha enunciato lo stesso principio di esclusione per l’assicurazione stipulata con le Casse marittime ai sensi dell’articolo 291 del DPR 1124/1965  ed a tutela dei marittimi aventi cittadinanza italiana , dall’armatore di navi battente bandiera estera ritenuta una forma di comune assicurazione privata.


LA PRETESA DEL LAVORATORE: UN DIRITTO SOGGETTIVO

Tanto il Consiglio di Stato quanto la Cassazione hanno a più riprese chiarito che la pretesa da parte del lavoratore infortunato alle prestazioni, in presenza delle condizioni volute dalla legge, costituisce un vero e proprio diritto soggettivo che deve essere soddisfatto dall’istituto a prescindere da verifiche sull’ accertamento sulla responsabilità del datore di lavoro nel determinismo dell’evento che ha generato l’infortunio.

Sul piano sostanziale è l’articolo 67 del TU 1124/1965 che qualifica quale diritto la pretesa del lavoratore prevedendo : “Gli assicurati hanno diritto alla prestazione da parte dell’Istituto assicuratore….”Lo stesso articolo testualmente fonda il principio dell’automaticità delle prestazioni di cui si è detto continuando  … “anche nel caso in cui il datore di lavoro non abbia adempiuto agli obblighi stabiliti dal presente titolo”.

Nel caso in cui il lavoratore cessi la propria attività prima dell’entrata in vigore della legge che determina l’assicurabilità all’Inail di una data attività nulla gli è dovuto per il pregresso.

NATURA GIURIDICA DEL DIRITTO ALLE PRESTAZIONI

Da taluni è stato affermato il carattere alimentare del diritto alle prestazioni, sul rilievo che esso avrebbe come fine la soddisfazione dei bisogni primari dell’assicurato. Ma 1'Alibrandi ha sottolineato le differenze che intercorrono fra le prestazioni previdenziali e alimentari in termini sia di funzione (le prestazioni previdenziali tendono a sopperire alle perdute o ridotte capacita di lavoro e, quindi, di guadagno, e non solo ad eliminare uno stato di bisogno) che di presupposti. Non va sottaciuto in tal senso che questo tipo di prestazione previdenziale è parametrata ai livelli retributivi raggiunti dall’interessato e non al suo stato di bisogno di base. La funzione ha dunque una pluralità di connotazioni : consentire il soddisfacimento dei bisogni di base, sostitutiva del reddito perduto,parzialmente risarcitoria. Certamente tanto la possibilità di riscatto della rendita a fini di investimento agricolo prevista ex art. 220 tu 1124/1965 quanto la liquidazione in capitale per gli artigiani  contrastano con una funzione puramente alimentare della prestazione. Come recita la Corte Costituzionale nella sentenza 156/1991 12 aprile, “più esattamente-tenendo conto del caso di specie, in cui si tratta di una prestazione previdenziale alla quale una parte della giurisprudenza attribuisce natura indennitaria e non alimentare ciò che avvicina, sotto l'aspetto funzionale, le prestazioni previdenziali ai crediti di retribuzione non è tanto la finalità alimentare o di sostentamento del lavoratore e della sua famiglia (che in certi casi, o oltre una certa misura, può mancare), quanto la funzione di surrogare o integrare un reddito di lavoro cessato o ridotto a causa di uno degli eventi considerati dall'art. 38, secondo comma, Cost.”

Il diritto soggettivo vantato dal lavoratore può essere esercitato nei confronti dell’inail e non nei confronti del datore di lavoro nei cui confronti non può agire anche in caso di suo determinismo nella responsabilità dell’evento che ha causato l’infortunio.

LE GARANZIE DEL LAVORATORE

Altri principi che derivano dall’origine legale del rapporto infortunistico sono:

a) irrinunciabilità, incedibilità, impignorabilità, insequestrabilità del credito ( artt. 109 e 110 T.U. n. 1124/1965);

b) nullità di ogni patto inteso ad eludere il pagamento delle indennità o a diminuirne la misura ( art. 114 T.U n. 1124/1965)

E’ l'art. 110 TU. 1965 a disporre che il credito dell'indennità non può essere ceduto ad alcun titolo ne’ può essere pignorato o sequestrato, tranne che per spese di giudizio alle quali l’assicurato e i suoi aventi diritto, con sentenza passata in giudicato, siano stati condannati in seguito a controversia dipendente dall'applicazione della legislazione infortunistica. Si tratta di una disposizione in ordine alla quale è stata sollevata questione di illegittimità costituzionale per violazione dell'art. 38, II c, Cost, nella parte in cui consente la cessione, il pignoramento ed il sequestro (e, quindi, la compensazione) delle prestazioni dell’INAIL per le spese di giudizio alle quali 1'assicurato e i suoi aventi diritto sono stati condannati a seguito di controversia dipendente dall’esecuzione dello stesso T.U. Trattasi di principio generale dell’ordinamento previdenziale. Con la decisione n. 572/1989 tra l’altro l’art. 110 del DPR n. 1124/1965 sull’impignorabilità delle rendite erogate dall’INAIL, è stato dichiarato costituzionalmente illegittimo nella parte in cui non consentiva la pignorabilità delle rendite erogate dall’Inail per crediti alimentari entro il limite di un terzo del relativo ammontare stabiliti per i pubblici dipendenti dall’art. 2, comma 1, del DPR n. 180/1950. Nella decisone 506/2002 la Corte Costituzionale pone il seguente principio di diritto: L’art. 38, secondo comma, Cost. è certamente norma che – sancendo il diritto dei lavoratori, in caso di infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria, a che siano “preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita” - si ispira a criteri di solidarietà sociale e “di pubblico interesse a che venga garantita la corresponsione di un minimum”, il cui ammontare è ovviamente riservato all’apprezzamento del legislatore (così la sentenza n. 22 del 1969). È ben vero che il pubblico interesse – in cui si traduce il criterio di solidarietà sociale – a che il pensionato goda di un trattamento “adeguato alle esigenze di vita” può, ed anzi deve, comportare – oltre che un dovere dello Stato (da bilanciarsi, in primis, con le esigenze della finanza pubblica: ordinanza n. 342 del 2002) – anche una compressione del diritto di terzi di soddisfare le proprie ragioni creditorie sul bene-pensione, ma è anche vero che tale compressione non può essere totale ed indiscriminata, bensì deve rispondere a criteri di ragionevolezza che valgano, da un lato, ad assicurare in ogni caso (e, quindi, anche con sacrificio delle ragioni di terzi) al pensionato mezzi adeguati alle sue esigenze di vita e, dall’altro lato, a non imporre ai terzi, oltre il ragionevole limite appena indicato, un sacrificio dei loro crediti, negando alla intera pensione la qualità di bene sul quale possano soddisfarsi. Il presidio costituzionale (art. 38) del diritto dei pensionati a godere di “mezzi adeguati alle loro esigenze di vita” non è tale da comportare, quale suo ineludibile corollario, l’impignorabilità, in linea di principio, della pensione, ma soltanto l’impignorabilità assoluta di quella parte di essa che vale, appunto, ad assicurare al pensionato quei “mezzi adeguati alle esigenze di vita” che la Costituzione impone gli siano garantiti, ispirandosi ad un criterio di solidarietà sociale: e, pertanto, ad un criterio che, da un lato, sancisce un dovere dello Stato e, dall’altro, legittimamente impone un sacrificio (ma nei limiti funzionali allo scopo) a tutti i consociati (e segnatamente ai creditori). E’ appena il caso di rilevare che, individuato il proprium del disposto dell’art. 38, secondo comma, Cost. nell’esigenza di garantire nei confronti di chiunque (con le sole eccezioni di crediti qualificati, tassativamente indicati dal legislatore) l’intangibilità della parte della pensione necessaria per assicurare mezzi adeguati alle esigenze di vita del pensionato, non ne discende automaticamente analoga conseguenza riguardo alle retribuzioni, dal momento che non ne risulta incisa la ragione per cui, a proposito del regime della pignorabilità, questa Corte ha negato sussistere l’esigenza di una soglia di impignorabilità assoluta: da un lato, infatti, l’art. 38, secondo comma, Cost. enuncia un precetto che, quale espressione di un principio di solidarietà sociale, ha come destinatari anche (nei limiti di ragione) tutti i consociati, dall’altro, l’art. 36 Cost. - secondo quanto questa Corte ha statuito nelle ricordate decisioni (n. 5) - indica parametri ai quali, ma nei rapporti lavoratore-datore di lavoro, deve conformarsi l’entità della retribuzione, senza che ne scaturisca, quindi, vincolo alcuno per terzi estranei a tale rapporto, oltre quello – frutto di razionale <<contemperamento dell’interesse del creditore con quello del debitore che percepisca uno stipendio>> (sentenze n. 20 del 1968 e 38 del 1970) – del limite del quinto della retribuzione quale possibile oggetto di pignoramento.

Di segno diverso la decisione della Corte cost. 9 maggio 1973 n. 55 che ha dichiarato 1'illegittimità costituzionale dell'art. 110, giacchè l'art. 38, II c, Cost., stabilendo che  i lavoratori hanno diritto a che siano previsti mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia e  disoccupazione involontaria, mostra chiaramente di intendere le prestazioni previdenziali come destinate a provvedere ai loro bisogni elementari, con ciò attribuendo ad esse un carattere affine a quelle alimentari, le quali sono sottratte alle comuni forme di apprensione da parte di creditori, potendovi essere assoggettate solo per cause privilegiate, in misura parziale e specificamente determinata. La giurisprudenza del giudice ordinario è invece prevalentemente orientata nel senso di assegnare alle prestazioni erogate dall'INAIL natura indennitaria, e non assistenziale ed alimentare, con la conseguenza di ritenerle solo « relativamente indisponibili» (Cass. civ. 5 ottobre 1983 n. 5801, in Foroit. Mass. 1983; Id. 5 marzo 1986 n. 1449, ibidem 1986; Id. 25 novembre 1988 n. 6350, ibidem 1988).

A fini cautelativi del diritto del lavoratore si ispira anche la norma contenuta nell’art. 114 T.U. 1965, che sancisce la nullità di qualsiasi patto inteso ad eludere il pagamento delle indennità o a ridurne la misura prevista dalla legge. Trattasi di principio di carattere generale proprio della materia previdenziale che ha carattere pubblico ed inderogabile. Sono invece ammissibili le transazioni sul diritto alle indennità e sull’importo di esse, ma la loro validità è subordinata all’ omologazione da parte del Tribunale del luogo nel quale l'omologazione stessa e avvenuta. La validità delle transazioni omologate dal Tribunale a norma dell’art. 114, II c, T.U. 1965 è peraltro quanto meno dubbia dopo che il nuovo art. 2113 cod. civ., come modificato dall’art. 6 L. 11 agosto 1973 n. 533, ha sancito la nullità delle transazioni aventi ad oggetto diritti del lavoratore derivanti da disposizioni inderogabili di legge. Giova peraltro notare che, anche prima del1'entrata in vigore della nuova legge sulle controversie di lavoro, la giurisprudenza del giudice ordinario era ferma nell’affermare che l'omologazione da parte del Tribunale non poteva avere l’effetto di convalidare transazioni che, in quanto dirette ad eludere il diritto del lavoratore all'indennità spettantegli per l'infortunio subito, erano da ritenere nulle. In dottrina si va da chi ( Montesano, Mazziotti) considera la norma abrogata per ius superveniens e chi De Matteis ne ritiene ancora la vigenza distinguendo poi tra i vari rapporti all’interno dei quali avviene la transazione.

Infine l'art. 109 T.U. 1965 dispone la nullità delle obbligazioni a carattere patrimoniale che il lavoratore abbia eventualmente assunto nei confronti di persone offertesi di agire da intermediari fra 1'Istituto assicuratore ed il lavoratore stesso per la liquidazione dell’indennita di legge. Alla nullità delle suddette obbligazioni, cioe alle conseguenze di natura civilistica, si accompagnano sanzioni di carattere penale. Sono, infatti, puniti con ammenda fino a L. 40.000:

•    gli intermediari che, a scopo di lucro, abbiano offerto agli assicurati e ai loro aventi diritto l'opera loro e di altri;

•    coloro che, per ragioni del loro ufficio, avendo notizia degli infortuni avvenuti, ne abbiano informato intermediari per metterli in grado di offrire 1'opera loro e di altri, nei termini di cui già si è detto

LA PRESCRIZIONE DEL DIRITTO ALLE PRESTAZIONI ex artt. 111-112 T.U.

In questo paragrafo analizzeremo esclusivamente la prescrizione del diritto dell’assicurato alle prestazioni. La prescrizione è un istituto giuridico che prevede l’estinzione del diritto quando il titolare non lo eserciti per il tempo determinato dalla legge (art. 2934 c.c.). L’articolo 2952 cc detta i termini di prescrizione in materia di assicurazioni e li fissa in un anno per il diritto al pagamento delle rate di premio ed in due anni per gli altri diritti nascenti dal contratto di assicurazione. La norma del codice non si applica alle assicurazioni sociali che in origine (art. 67 r.d.1765/1935) ripeteva il termine di prescrizione di un anno  allungato poi a tre con l’articolo 112 TU 1124/1965. Tali termini decorrono, a seguito delle pronunce, n. 116/1969 e n. 297/1999 della Corte Costituzionale, dal giorno di presentazione della denuncia corredata dal certificato medico ovvero dal giorno in cui viene raggiunto il grado minimo indennizzabile.


Ai sensi dell’art. 112 T.U. 1'azione per conseguire le prestazioni previdenziali si prescrive nel termine di tre anni dal giorno in cui l’infortunio si è verificato o da quello della manifestazione della malattia professionale. Detta prescrizione opera anche nei confronti dei superstiti dell’assicurato deceduto a seguito dell'infortunio.

La Corte cost, con sentenze 13 febbraio 1974 n. 33, 18 gennaio 1977 nn. 31 e 33 e 14 luglio 1999 n. 297, ha dichiarato non fondata la questione di costituzionalità proposta nei confronti dell’art. 112,1 c,     in riferimento agli artt. 3 e 38 Cost, nella parte in cui assoggetta a prescrizione 1'azione diretta a conseguire le prestazioni infortunistiche. A questa conclusione il giudice delle leggi è pervenuto sul rilievo che: a) tale limitazione è concepibile anche nei confronti dei diritti costituzionalmente garantiti; b) non compromette irragionevolmente il libero esercizio in sede giurisdizionale dei diritti dell’assicurato; c) risponde alla duplice esigenza di porre in condizione 1'Istituto assicuratore di iniziare la procedura di accertamento subito dopo 1'evento e 1'assicurato di conseguire prontamente le prestazioni. La stessa Corte cost, con sentenza 31 maggio 1983 n. 145, ha parimenti dichiarato non fondata la questione di costituzionalità proposta nei confronti dell’art. 112,1 c, nella parte in cui assoggetta il diritto alle prestazioni infortunistiche ad un termine prescrizionale piu breve di quello, decennale, previsto invece dall’art. 58 L. 30 aprile 1969 n. 153 per le prestazioni pensionistiche a carico dell’ lNPS: la giustificazione di questa diversità di disciplina è stata individuata nell'esigenza che il diritto all’indennizzo per l'infortunio sia accertato nel più breve tempo possibile.

Decorrenza della prescrizione

Comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere (art. 2935 c.c.).II giorno dal quale cominciano a decorrere i termini prescrizionali è diverso a seconda che si tratti di infortunio o di malattia professionale: nel primo caso è rappresentato dal giorno in cui l’infortunio si è verificato. Con sentenza 23 maggio 1986 n. 129 la Corte cost. ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale proposta nei confronti dell’art. 112,1 c, nella parte in cui questo, secondo il giudice a quo, disporrebbe che, in caso di infortunio, il termine prescrizionale per il conseguimento della rendita decorre dal momento in cui 1'evento lesivo si è verificato, anche nell’ipotesi in cui il danno si sia manifestato successivamente: ad avviso del giudice delle leggi la norma impugnata va invece interpretata nel senso che il dies a quo del termine prescrizionale coincide con la data in cui, a seguito dell'infortunio, sono insorti postumi permanenti invalidanti di grado indennizzabile.

In caso di tecnopatia, invece, coincide con il primo giorno di completa astensione dal lavoro a causa della malattia ovvero, se il lavoratore ha già cessato di prestare la sua opera nella lavorazione morbigena o si tratta di malattia professionale che non determina astensione dal lavoro, con il giorno in cui è stata presentata all’Istituto assicuratore la denuncia con il certificato medico.

Con sentenza 8 luglio 1969 n. 116 la Corte cost. ha invece dichiarato la illegittimità costituzionale dell’art. 112,1 c, nella parte in cui prevede che il diritto alla rendita di inabilità permanente da malattia professionale si prescrive a seguito del decorso triennale anche nel caso in cui, entro detto termine, l’inabilità permanente non abbia raggiunto il grado minimo indennizzabile. L/effettiva portata della decisione è stata chiarita dalla stessa Corte cost. con sentenza 24 gennaio 1991 n. 31 .A seguito della pronuncia del giudice delle leggi la giurisprudenza è ora univoca nell’affermare che, nel caso di malattia professionale, l'inizio della prescrizione non coincide piu con la manifestazione della tecnopatia secondo la nozione convenzionale datane dall’art. 135 T.U. (e, quindi, con la presentazione della domanda in via amministrativa ovvero con la cessazione dell’esposizione al rischio morbigeno), bensi con il momento in cui l’inabilità ha ridotto l’attitudine al lavoro in mi-sura indennizzabile. L’onere della prova circa il momento in cui la malattia professionale ha raggiunto o superato il limite minimo di indennizzabilità {dies a quo della prescrizione triennale) incombe sull’Istituto assicuratore che eccepisca la prescrizione e non può essere da questo soddisfatto con il mero richiamo alla data o al contenuto del certificato medico allegato dall'assicurato alla denuncia, al fine di dimostrare il momento dell’effettiva insorgenza dell’invalidità indennizzabile  ma, tenuto anche conto che la domanda d'indennizzo non ha natura confessoria , implica un adeguato accertamento tecnico obiettivo esperibile, ove non abbia già provveduto 1'Istituto in sede amministrativa, anche in sede giudiziaria .

Con sentenza 19 dicembre 1990 n. 544  la Corte cost. ha invece dichiarato 1'incostituzionalita delTart. 112,1 c, per violazione dell’art. 3 Cost., nella parte in cui prevede che la prescrizione dell’azione giudiziaria diretta ad ottenere la rendita per malattia professionale decorre da un momento anteriore alla morte dell’assicurato, anche quando la malattia professionale non sia accertabile se non post mortem, mediante esame autoptico . Pertanto, quando la malattia professionale ha per conseguenza la morte del lavoratore, i termini prescrizionali del di-ritto alla rendita ai superstiti decorrono sempre dalla data del decesso. II termine triennale di prescrizione si applica anche alle azioni volte: a) alla revisione della rendita per peggioramento delle condizioni fi-siche dell’assicurato, a decorrere dalla data in cui si e manifestato l'aggravamento ; b) a contrastare il provvedimento di riduzione o sospensione della rendita, adottato dall’Istituto per sopravvenuto miglioramento ; c) ad ottenere 1'assegno per assistenza personale continuativa di cui all’art. 76, costituendo detto assegno una prestazione integrativa della rendita già concessa ; d) al conseguimento della rendita ai superstiti : in questo caso la prescrizione decorre dalla morte del lavoratore; qualora, pero, la morte sopraggiunga in conse-guenza dell^infortunio, dopo la liquidazione della rendita di inabilita permanente, la domanda per ottenere la rendita deve essere proposta dai superstiti entro il termine perentorio di 90 giorni dalla data della morte o da quella in cui i superstiti ne sono venuti a conoscenza. Peraltro la Corte cost. 3 febbraio 1994 n. 14 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 122 T.U. nella parte in cui non prevede che 1'Istituto assicuratore, nel caso di decesso del lavoratore, debba avvertire i superstiti della loro facoltà di presentare domanda per la liquidazione della rendita nel termine decadenziale di 90 giorni decorrenti dalla data dell’avvenuta comunicazione; e) al conseguimento della rendita di passaggio, con decorrenza dalla data di abbandono della lavorazione morbigena da parte del lavoratore affetto da silicosi ; f) alle quote integrative della rendita da inabilità permanente per i familiari a carico, ma limitatamente ai ratei maturati e non percepiti prima della presentazione della domanda ; g) al diritto al rimborso per spese odontoia triche e proteiche sostenute da un assicurato in conseguenza di un in-fortunio sul lavoro .

Non si applica, invece: a) all’azione proposta per il riconoscimento del diritto all’assegno continuativo mensile spettante, ai sensi degli artt. 124 e 235 T.U., agli invalidi gia indennizzati secondo le norme del T.U. 31 gennaio 1904, n. 51 e del R.D. 13 maggio 1929, n. 928 ; b) alla rendita gia costituita il cui diritto, in mancanza di espressa disposizione contraria, soggiace all’ordinaria prescrizione decennale .

L'esame dell’eccezione di prescrizione, proposta dall’Istituto assicuratore, può essere compiuto preliminarmente dal giudice adito solo quando non esista contestazione fra le parti in causa circa 1'esistenza della malattia professionale in misura indennizzabile; in caso contrario non e possibile, nemmeno per considerazioni di economia processuale, procedere ad un autonomo e preventivo esame delTeccezione che pre-scinda da quello, piu strettamente di merito, circa 1'esistenza della ma-lattia e l'entita della medesima, non essendo configurabile, in mancan-za di una malattia di entita invalidante, un diritto suscettibile di estin-zione per prescrizione .

Concludendo,pertanto, l‘azione per conseguire le prestazioni si prescrive nel termine di tre anni e 150 giorni dal giorno in cui si è manifestata la malattia professionale

_ dal primo giorno di completa astensione dal lavoro

_ dal momento in cui, secondo i criteri di normale conoscibilità, il lavoratore abbia avuto cognizione di essere affetto da malattia di probabile origine professionale con danno indennizzabile in rendita

La data di decorrenza della prescrizione e’ :

•    successiva alla data della denuncia ogni volta che sia dimostrato che i postumi si sono consolidati in misura pari o superiore al minimo indennizzabile in epoca posteriore alla data della denuncia, sicché solo in quel momento l’assicurato abbia avuto conoscibilità del suo diritto

•    antecedente alla data della denuncia ogni volta che sia dimostrato che il lavoratore era “edotto” della propria tecnopatia invalidante e poteva, quindi, far valere utilmente il proprio diritto in epoca precedente alla data della denuncia


Interruzione della prescrizione

E’ interrotta quando 1'assicurato o i suoi aventi diritto, ritenendo trattarsi di infortunio agricolo (o industriale), abbiano iniziato o proseguito il procedimento amministrativo o giudiziario in conformita alle normative vigenti nel settore (artt. 112, IV c, e 212 T.U. 1965).

La Corte cost. 23 maggio 1986 n. 129 ha individuato un'ulteriore causa di interruzione del termine prescrizionale nel deposito in cancelleria del ricorso introduttivo della controversia, seguito dalla notificazione di tale atto con il decreto di fissazione dell’udienza di discussione.

Per lungo tempo è stato sostenuto in giurisprudenza che non sussistono altre cause interruttive della prescrizione, oltre quella espressamente prevista dall’art. 112 e quella introdotta dalla sentenza additiva del giudice delle leggi, giacchè la prescrizione sancita dall’art. 112 avendo carattere speciale perchè rispondente all’esigenza di rapidità e certezza nelle indagini sul diritto del lavoratore infortunato o tecnopatico alla prestazione - si sottrarrebbe ai principi generali in tema di sospensione o d'interruzione della prescrizione per essere regolata dalle disposizioni speciali ex artt. 11,111 e 112 T.U., i quali attribuiscono rilievo soltanto alla proposizione della domanda giudiziale e non anche ad altri atti di costituzione in mora del debitore .

In coerenza con tale premessa la stessa giurisprudenza ha ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 112 nella parte in cui - a differenza di quanto previsto per altri settori previdenziali, nei quali i termini prescrizionali possono essere interrotti con qualsiasi atto scritto, anche stragiudiziale - riconosce efficacia interruttiva alla sola proposizione dell’azione giudiziaria; alla base di detta conclusione e la considerazione che tale regime trovereb-be giustificazione nell’esigenza che il diritto al risarcimento del danno sia accertato nel più breve tempo possibile, nell’interesse dello stesso danneggiato e per ovvie ragioni concernenti la raccolta delle prove.

Negli ultimi tempi si e venuto invece affermando e consolidando un diverso indirizzo secondo il quale, non essendovi una espressa volontà contraria del legislatore, la prescrizione triennale introdotta dal1'art. 112 soggiace alle regole dettate dal cod. civ. in tema di interruzione della prescrizione. Si è sostenuto, infatti, che 1'art. 112 T.U. 1965 dà luogo ad un'ipotesi di prescrizione breve, non sottratta alla disciplina generale dettata per la prescrizione dal codice civile poiché una opposta conclusione non trova idonea conferma nè in elementi testuali nè nella ratio della disposizione, mentre ha una funzione estensiva e non restrittiva la previsione di una speciale causa di interruzione da parte del IV c. dell'art. 112 (disposizione peraltro inapplicabile a seguito del-l'attribuzione all’INAIL della gestione dell’assicurazione anche per il settore agricolo e quindi rappresentante un relitto storico già al momento del suo inserimento nel T.U. 1965), con la conseguenza che rispetto a tale prescrizione assumono rilievo interruttivo le varie cause di interruzione della prescrizione previste dal codice civile, e non la sola proposizione dell’azione in giudizio ).

Tappe fondamentali di questo processo di revisione del precedente indirizzo giurisprudenziale sono la sentenza 14 luglio 1999 n. 297 della Corte cost. e la sent. 16 novembre 1999 n. 783 delle SS.UU. della Corte di Cassazione dove si afferma: L'art. 112, primo comma del D.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124 (T.U. delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali), nello stabilire che l'azione per conseguire le prestazioni assicurative "si prescrive nel termine di tre anni", fa riferimento al concetto di prescrizione in senso proprio, quale accolto dalla disciplina generale del codice civile, le cui regole, comprese quelle sulla interruzione, sono perciò applicabili – in mancanza di una espressa ed univoca volontà contraria del legislatore - anche alla prescrizione triennale anzidetta, che, in quanto vera prescrizione, non può essere assoggettata ad una disciplina tale da trasformarla in decadenza..

II giudice delle leggi ha preso atto del nuovo orientamento che si veniva manifestando nella giurisprudenza del giudice ordinario, ha dichiarato di condividerlo ed ha affermato che il decorso del termine di prescrizione del diritto alla rendita INAIL prevista dall’art. 112,1 c, T.U. 1965 può essere interrotto non solo dalla proposizione della domanda giudiziale, ma anche con strumenti rientranti fra le altre cause interruttive stabilite in via generale dal cod. civ.

Alla stessa conclusione sono pervenute le SS.UU. della Cassazione le quali, chiamate a comporre il contrasto giurisprudenziale esistente in materia, dopo una puntuale rassegna delle argomentazioni addotte dai due contrapposti indirizzi giurisprudenziali, hanno affermato che non sono rinvenibili nel diritto vigente elementi a supporto della tesi restrittiva e sfavorevole all’assicurato e che la prescrizione delle azioni per conseguire le prestazioni dell’INAIL può essere interrotta, secondo le norme del cod. civ., anche con atti stragiudiziali, nè 1'efficacia sospensiva della prescrizione, prevista dall'art. 111, II c, T.U. 1965, esclude 1'efficacia interruttiva, che permane fino alla definizione del procedimento amministrativo di liquidazione .Trattasi di prescrizione in senso tecnico dunque. Ne consegue che il suddetto è quindi assoggettato alla disciplina contenuta negli artt. 2934 e ss. cod.civ.e quindi anche all’art. 2943, 3 comma, che espressamente riconosce l’effetto interruttivo anche agli atti stragiudiziali (ad esempio le richieste di collegiali mediche, le comunicazioni di precontenzioso, ecc.

Segue da ciò che: a) 1'istanza di liquidazione della prestazione presentata entro 3 anni e 150 giorni (210 per le revisioni), decorrenti dal momento in cui il diritto puo essere fatto valere, ha efficacia interruttiva. La prescrizione è dunque interrotta dalla domanda amministrativa, da lettera di patronato, dal riconoscimento dell’Istituto debitore. b) 1'effetto interruttivo si protrae per tutta la durata del procedimento amministrativo e fino alla sua definizione; c) dalla data del provvedimento adottato dall’INAIL inizia un nuovo periodo triennale di prescrizione, che è interrotto dalla eventuale proposizione dell'opposizione ex art. 104 T.U. 1965; d) dalla determinazione adottata dall’Istituto sulla opposizione inizia un nuovo periodo triennale di prescrizione; e) in ogni caso 1'avente diritto conserva la facolta di proporre 1'azione giudiziaria una volta trascorsi i 150 giorni (210 per le revisioni) previsti dall’art. 111 T.U. 1965.

Di rilievo nella specifica materia la decisione n. 10212 del 4.05.2007 in cui la S.C., muovendo dalla decisione delle Sezioni Unite n. 783 del 1999 che, intervenendo sulla controversa natura della prescrizione ex art. 112 del d.P.R. n.1124 del 1965, ne aveva dichiarato la natura di prescrizione in senso tecnico, e dai presupposti ordinamentali che configuravano l’istituto de qua come una sorta di decadenza (cui non era applicabile l’art. 2943 cod.civ.), insuscettibile di atti interruttivi diversi dall’azione giudiziaria, ritiene che il mutamento di tali presupposti circa la natura della prescrizione non possa espungere dall’ordinamento la norma specifica introdotta da Corte cost. n.129 del 1986, secondo cui l’interruzione della prescrizione si realizza a far data dal deposito del ricorso. La Suprema Corte, con tale decisione, aderisce ai principi affermati da Cass. n.7295 del 2004, intervenuta sullo specifico tema del termine triennale di prescrizione dell'azione per conseguire le prestazioni assicurative per infortunio sul lavoro e malattia professionale e gli effetti interruttivi connessi al deposito del ricorso giurisdizionale, discostandosi dall’orientamento prevalente secondo cui per le domande proposte nelle forme del processo del lavoro l’effetto interruttivo si produce con la notificazione dell’atto al convenuto, secondo la regola generale dell’art. 2943 cod.civ., e non con il deposito del ricorso presso la cancelleria del giudice adito (v., in fattispecie di diritti previdenziali diversi da quelli in materia di assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, Cass., n. 6343 del 2004, n. 3373 del 2003, n. 6423 del 2001, n. 543 del 1992).

L’art. 2943, 1 comma, cod.civ., prevede espressamente che la prescrizione sia interrotta dalla notifica dell’atto con il quale si inizia il giudizio (e,in questo caso, il termine non reinizia a decorrere fino al passaggio in giudicato della sentenza). Trattandosi di giudizi sottoposti alla disciplina dettata per il “processo del lavoro” (artt. 409 e ss. c.p.c), il procedimento si introduce con ricorso da depositarsi presso la competente cancelleria del giudice adito. Successivamente al deposito la causa viene assegnata al magistrato il quale fissa con decreto l’udienza di comparizione delle parti. Solo a questo punto il ricorrente può procedere alla notifica del ricorso e pedissequo decreto di fissazione udienza.

In che momento allora si interrompe il termine: dal deposito del ricorso presso la cancelleria del giudice adito o dalla sua notificazione ? Due erano gli orientamenti: l’uno che riteneva che nonostante le forme previste per l’introduzione del giudizio, l’effetto interruttivo, stante l’espresso disposto contenuto nell’art. 2943 cod.civ., si produce in ogni caso con la notificazione dell’atto al convenuto (si veda per tutte Cass.Civ. 6343/2004). L’altro che riteneva il termine triennale di prescrizione dell’azione interrotto dalla proposizione del ricorso giurisdizionale, a far data dal deposito.

I giudici con la sentenza del 2007 hanno anzitutto rilevato che l’articolo 112 T.U. 1124/1965 era stato oggetto di giudizio di illegittimità costituzionale all’esito del quale il medesimo era stato dichiarato illegittimo “nella parte in cui prevede che il termine di prescrizione per il conseguimento delle prestazioni previdenziali per infortunio sul lavoro è interrotto dalla notificazione dell’atto introduttivo del relativo giudizio e non dal solo deposito dell’atto medesimo (ricorso) nella cancelleria del pretore adito.” (Corte Costituzionale n. 129/1986).Dacché consegue che al termine prescrizionale contenuto nell’art. 112.T.U. 1124/1965, stante la pronuncia della Corte Cost. 129/1986 richiamata,non possono applicarsi i principi generali in tema di interruzione della prescrizione previsti dall’art. 2943 cod.civ., 1 comma. Ne discende che il termine prescrizionale si considera interrotto con il deposito del ricorso presso la competente cancelleria del giudice adito.

Sospensione della prescrizione

La prescrizione è, invece, sospesa, ai sensi dell’art. 111, II e III c, T.U. 1965: a) durante la liquidazione amministrativa delle indennità e nell’ambito dei termini improrogabili per questa previsti (150 e 210 giorni) (72); b) quando titolare del diritto è un minore non emancipato per il tempo in cui questo non ha un rappresentante legale e per i sei mesi successivi alla nomina di questo (art. 2942 cod. civ.).Trattasi di un termine di sospensione per pendenza di procedimento amministrativo. La prescrizione triennale del diritto alle prestazioni previdenziali, previste in tema di infortuni e malattie professionali nel settore industriale, è sospesa durante la liquidazione in via amministrativa dell'indennità, la quale a norma dell'art. 111 terzo comma del D.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124, deve essere esaurita in un termine della durata massima di centocinquanta giorni; ne consegue che detta supposizione può essere inferiore a centocinquanta giorni quando il procedimento amministrativo si esaurisca più rapidamente.

Il principio secondo cui il "dies a quo" per la decorrenza del termine triennale di prescrizione di cui all'art. 112 del D.P.R. n. 1124 del 1965, coincide con il momento in cui l'assicurato abbia la ragionevole certezza della sussistenza della malattia professionale e del superamento della soglia di indennizzabilità, applicato all'azione diretta al conseguimento della rendita ai superstiti per malattia professionale, va inteso nel senso che il termine decorre dalla conoscenza (o oggettiva conoscibilità) da parte dei superstiti del fatto che la malattia professionale sia stata causa o concausa del decesso dell'assicurato (cfr. Cass. 4223/’02).

Cassazione Civile, Sez. 6, 30 agosto 2011, n. 17822

In generale sul tema in esame si riporta il testo della recente sentenza Cassazione Civile, Sez. 6, 30 agosto 2011, n. 17822 – che così si esprime sul ricorso proposto da: RI.VI. (Omissis), contro INAIL - ISTITUTO NAZIONALE PER L'ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO avverso la sentenza n. 260/2010 della CORTE D'APPELLO di NAPOLI del 15.1.2010, depositata il 02/02/2010;: “Con sentenza del 15.1 - 2.2.2010 la Corte d'Appello di Napoli, in accoglimento del gravame proposto dall'Inail, ha rigettato la domanda di costituzione di rendita da malattia professionale avanzata da Ri. Vi., ritenendo l'intervenuta prescrizione del diritto azionato; avverso tale sentenza della Corte territoriale Ri. Vi. ha proposto ricorso per cassazione fondato su un motivo; l'Inail ha resistito con controricorso; a seguito di relazione e previo deposito di memoria da parte del ricorrente, la causa è stata decisa in camera di consiglio ex articolo 380 bis c.p.c.;


2. con l'unico mezzo il ricorrente denuncia violazione di norme di diritto, deducendo che, in base al disposto del Decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965, articoli 111 e 112, l'effetto interruttivo della prescrizione si protrae per tutta la durata del procedimento amministrativo;

la questione all'esame è stata già affrontata dalla giurisprudenza di questa Corte e risolta, pur in presenza di una pronuncia di diverso segno, nel senso che, a norma del Decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965, articoli 111 e 112, la prescrizione triennale del diritto alle prestazioni previdenziali previste in tema di infortuni e malattie professionali nel settore industriale è soggetta ad un unico periodo di sospensione della durata massima di centocinquanta giorni, collegato alla pendenza del procedimento amministrativo, indipendentemente dal momento in cui il relativo iter venga di fatto a concludersi (cfr, Cass., nn. 15343/2002; 12533/2004; 25261/2007; 14770/2008; contra, Cass., n. 15322/2007); è quindi del tutto irrilevante, ai fini de quibus, la data, se posteriore al ridetto termine di sospensione, di effettiva conclusione del procedimento amministrativo; piu' in particolare è stato osservato (cfr, Cass., n. 25261/2007, cit.)


che:

la sentenza delle Sezioni Unite n. 783/1999 non ha mai inteso attribuire alla denuncia con cui ha inizio il procedimento amministrativo di liquidazione della rendita gli effetti interruttivi-sospensivi della prescrizione propri della domanda giudiziaria e che, decorsi 150 giorni dalla domanda amministrativa, benchè non sia intervenuto alcun provvedimento, il termine di prescrizione inizia a decorrere, poichè l'interessato può far valere il proprio diritto in sede giudiziaria;


il passaggio motivazionale della predetta sentenza delle Sezioni Unite relativo alla sospensione della prescrizione è strumentale all'unico tema ivi trattato (ossia la natura giuridica della prescrizione in materia) e non costituisce interpretazione nomofilattica del Decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965, articolo 111;


lo scadere del termine di 150 giorni previsto per la liquidazione in via amministrativa comporta la formazione del silenzio-rigetto e l'esaurimento del procedimento amministrativo, ragione della sospensione della prescrizione, sicchè non vi è giustificazione del protrarsi della sospensione oltre tale termine;


il sistema così delineato appare coerente con il principio generale del contenzioso previdenziale, per il quale, una volta che l'assicurato abbia proposto una domanda amministrativa di prestazione, vi devono essere tempi certi per la sua definizione sia in sede amministrativa, sia in sede giudiziaria; tale principio, che corrisponde ad un interesse pubblico (cfr, Corte Cost., n. 234/1974), vale anche per i diritti previdenziali imprescrittibili, come i diritti pensionistici (cfr, Cass., nn. 11935/2004; 1481/1989);


l'esposta interpretazione ha superato il vaglio di costituzionalità (cfr, Corte Cost., n. 207/1997, che ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale del Decreto del Presidente della Repubblica n. 1124 del 1965, articolo 111, commi 2 e 3, nella parte in cui prevede che la prescrizione dell'azione per conseguire le prestazioni dell'Inail rimanga sospesa per un periodo massimo di 150 giorni, anzichè estendere tale sospensione all'intera durata del procedimento amministrativo);


deve pertanto essere abbandonato il diverso orientamento espresso dalla sentenza di questa Corte n. 19175/2006, basata su una acritica adesione ad un obiter dictum della ricordata sentenza delle Sezioni Unite n. 783/1999;

3. la sentenza impugnata si è conformata al suindicato prevalente orientamento giurisprudenziale, nè le considerazioni esposte in ricorso offrono elementi per addivenire a diverse soluzioni della questione;

pertanto il ricorso va rigettato ai sensi dell'articolo 360 bis c.p.c.;


non è luogo a pronunciare sulle spese di questo grado di giudizio, stante il disposto dell'articolo 152 disp. att. c.p.c., nel testo vigente anteriormente alla novella di cui al Decreto Legge n. 269 del 2003, convenuto in Legge n. 326 del 2003, applicabile ratione temporis alla presente causa (ricorso introduttivo del 6.9.2002).”

Rinuncia alla prescrizione

Nonostante Inail sia un ente pubblico e nonostante la natura indisponibile dei diritti ed obblighi previdenziali, è possibile la rinuncia alla prescrizione da parte dell’Istituto assicuratore che può essere espressa o tacita, ma in questo secondo caso deve risultare da un comportamento univoco, assolutamente incompatibile con la volontà di avvalersi della prescrizione già maturata. (. Cass. civ., Sez. lav., 19 dicembre 1995 n. 12968, in Riv. inf. mal. prof. 1996, II, 9.). E’ l’altra faccia della non rilevabilità d’ufficio della prescrizione. Perplessità manifesta sul punto DeMatteis in Infortuni e malattie professionali ed. Giuffrè pag. 589,laddove si chiede come l’Istituto possa disporre tramite rinuncia di un diritto pubblico indisponibile in entrambe le direzioni.