LAVORATORI EXTRACOMUNITARI IN ITALIA, ASSICURAZIONE INAIL  E NORME IN MATERIA DI SICUREZZA.

IL LAVORATORE EXTRACOMUNITARIO E GLI INFORTUNI

(Dr.ssa Silvana Toriello)


Sul sito dell’Inail si legge : Gli infortuni che hanno interessato i lavoratori stranieri sono passati dai 119.396 del 2010 ai 115.661 del 2011, per un calo del -3,1%. I casi mortali sono in lieve flessione (138 casi contro 141) e confermano il trend decrescente del fenomeno.  Nel 2011 sono stati circa 3 milioni i lavoratori stranieri assicurati all'INAIL, l'1,3% in più dell'anno precedente e ben il 17,8% in più del 2007: una crescita dovuta non solo a un numero maggiore di assunzioni, ma soprattutto alla regolarizzazione dei contratti di badanti e colf. Gli infortuni degli stranieri rappresentano il 15,9% degli infortuni complessivi, quelli dei soli extracomunitari, invece, l'11,7%.Se si considerano i casi mortali le percentuali sono rispettivamente del 15% e dell' 8,8%. E’ indubbio che i lavoratori immigrati sono maggiormente esposti al rischio per la salute e la sicurezza nel lavoro rispetto a quelli italiani. Ciò è dovuto al fatto che essi sono sovente adibiti ai lavori più sporchi, più pericolosi e più faticosi con impiego in nicchie di domanda di bassa qualificazione, condizioni di lavoro ad elevata nocività per la salute e pericolosità per la sicurezza,orari e turni di lavoro sfavorevoli. Si aggiungono scarsa conoscenza della normativa, la difficoltà di comprensione linguistica,la giovane età, l’assenza di informazione e formazione e, di conseguenza, la ridotta percezione dei rischi legati al lavoro.

L’ASSICURABILITA’ DEL LAVORATORE EXTRACOMUNITARIO

Non vi è dubbio che in ragione del principio di territorialità al lavoratore extracomunitario competa la tutela prevista in Italia e quindi anche l’assicurazione infortuni.Rileva nel caso di specie l’articolo 2126 del codicce civile che recita “La nullità o l’annullamento del contratto di lavoro non produce effetto per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione, salvo che la nullità derivi dall’illiceità dell’oggetto o della causa (1343 e seguenti).Se il lavoro è stato prestato con violazione di norme poste a tutela del prestatore di lavoro, questi ha in ogni caso diritto alla retribuzione. Sul punto si rammenta la decisione della Cassazione civile ,sez. IV, sentenza 26.03.2010 n° 7380 con la quale la Suprema Corte ha affermato l’obbligo per il datore di lavoro di ottemperare al versamento dei contributi in riferimento alla retribuzione corrisposta in favore di un lavoratore straniero irregolare.Il ricorrente sosteneva che il combinato disposto di cui agli artt. 2126 c.c., 22 del D. Lgs. n. 286 del 1998 e 1 della legge n. 689 del 1981 dovesse essere interpretato nel senso di configurare l’impossibilità per l’I.N.P.S. di recuperare i contributi relativi alla retribuzione percepita da un lavoratore straniero irregolare, ovvero privo del permesso di soggiorno. La tesi era basata su due argomenti.In primo luogo, il ricorrente sosteneva che poichè, assumendo un lavoratore extracomunitario, ha commesso un reato e gli è stata applicata la relativa sanzione penale (ammenda di L. 1.000.000 con decreto penale di condanna), ciò comporterebbe che non può essere sottoposto ad altre sanzioni.In secondo luogo, il G. sostiene che la medesima norma, vietando la conclusione di contratti di lavoro con extracomunitari, vieta la relativa regolarizzazione contributiva.La Suprema Corte ha dimostrato l’infondatezza della tesi del ricorrente attraverso una interpretazione costituzionalmente orientata.Il datore di lavoro ha l'obbligo di versare i contributi all'INPS in relazione alle retribuzioni dovute (in base alla contrattazione collettiva) al lavoratore (cfr. L. 30 aprile 1969, n. 153, art. 12,e della L. 7 dicembre 1989, n. 389, art. 1).L'obbligo contributivo è una conseguenza automatica dell'obbligo retributivo. Per stabilire se sussiste l'obbligo contributivo bisogna pertanto verificare se il datore di lavoro dell'extracomunitario senza permesso di soggiorno abbia l'obbligo di corrispondergli la retribuzione per il lavoro svolto. Il contratto di lavoro stipulato con il lavoratore extracomunitario privo del permesso di soggiorno è un contratto in violazione di legge. L'occupazione di lavoratori privi del permesso di soggiorno (o con permesso di soggiorno scaduto, revocato o annullato) costituisce reato (del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 22, comma 12, Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero). Ed, infatti, nel caso in esame, nei confronti del G. è stato emesso un decreto penale di condanna alla pena di L. un milione di ammenda.L'illegittimità del contratto è quindi fuori discussione. Essa, però, in base a quanto stabilito dal codice civile, non comporta ineluttabilmente il venir meno del diritto del lavoratore alla retribuzione per il lavoro eseguito.La materia è regolata dall'art. 2126 c.c., che così dispone: "La nullità o l'annullamento del contratto di lavoro non produce effetto per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione, salvo che la nullità derivi dall'illiceità dell'oggetto o della causa (comma 1). Se il lavoro è stato prestato con violazione di norme poste a tutela del prestatore di lavoro, questi ha in ogni caso diritto alla retribuzione (comma 2)". Il lavoratore extracomunitario assunto con un contratto di lavoro in violazione dell'art. 22, cit. testo unico sull'immigrazione rientra nella fattispecie dell'art. 2126 c.c.. Rientra nella previsione del comma 1, perchè l'illegittimità del contratto deriva dalla mancanza del permesso di soggiorno e non attiene nè alla causa (funzione economico sociale del contratto di lavoro), nè all'oggetto del contratto, costituito dalla prestazione di lavoro erogata, sempre che la stessa sia una prestazione di lavoro lecita, cosa che nel caso in esame nessuno discute (in senso conforme, sebbene con riferimento al quadro normativo anteriore al t.u. del 1998, cfr. Cass., Sez. 50, 13 ottobre 1998, n. 10128. Su tale questione, ma in riferimento a precedente quadro normativo, la Suprema Corte aveva osservato “... Anche prima del 1 giugno 1987, data di entrata in vigore della legge 943/1986 (recante la normativa sui lavoratori extracomunitari e in particolare la disciplina della procedura amministrativa di avviamento al lavoro), l'inosservanza degli adempimenti prescritti per l'assunzione al lavoro di uno straniero non impediva che da parte di cittadini stranieri "da regolarizzare" fossero rese prestazioni di lavoro subordinato, le quali - non ricorrendo l'ipotesi di nullità del rapporto per illiceità dell'oggetto o della causa contrattuale (come può indirettamente desumersi dallo stesso articolo 16 della citata legge 943/1986 che espressamente considera l'ipotesi dell'impiego irregolare di lavoratori stranieri) - producevano comunque gli effetti previsti dall'articolo 2126 c.c. e quindi il lavoratore aveva diritto alla prestazione retributiva (e a ogni altra prestazione prevista dal contratto e connessa con l'instaurazione del rapporto) per tutto il tempo in cui la prestazione lavorativa fosse stata concretamente e realmente effettuata. …”). Ma la fattispecie in esame rientra anche, e soprattutto, nella previsione del secondo comma della norma codicistica. Infatti, dalla lettura della norma violata (art. 22, cit. T.U.) si evince che tra le sue finalità vi è anche quella di garantire al lavoratore straniero condizioni di vita e di lavoro adeguate. Funzionali a questo fine sono le disposizioni che impongono al datore di lavoro di esibire "idonea documentazione indicante le modalità di sistemazione alloggiativa per il lavoratore" (comma 2) e subordinano il rilascio al datore di lavoro del nulla osta per l'assunzione "al rispetto delle prescrizioni del contratto collettivo di lavoro" (comma 5). Se, quindi, la disciplina del permesso di soggiorno ha (anche) la finalità di tutelare il lavoratore straniero, la sua violazione è "violazione di norme poste a tutela del prestatore di lavoro" (dell'art. 2126 cod. civ., comma 2) e quindi, ai sensi dell'art. 2126 c.c., qualora il contratto venga dichiarato nullo, il lavoratore ha comunque diritto alla retribuzione per il lavoro eseguito. Questo esito interpretativo risulta coerente con la razionalità complessiva del sistema, laddove si consideri che, se si permettesse al datore di lavoro che ha occupato lavoratori extracomunitari in violazione di legge di essere esentato dagli oneri retributivi e contributivi, si altererebbero le regole basilari del mercato e della concorrenza, consentendo a chi viola la legge sull'immigrazione di fruire di condizioni incisivamente più vantaggiose rispetto a quelle cui è soggetto il datore di lavoro che rispetta la legge. Quanto, infine, alla obiezione del ricorrente sulla duplicità delle sanzioni cui risulterebbesottoposto, qualora, oltre alla sanzione penale, gli venisse inflitta anche la sanzione del pagamento coattivo dei contributi omessi, appare evidente che, a parte la considerazione generale per cui la previsione di una sanzione penale non assorbe eventuali sanzioni civili, deve, più radicalmente, sottolinearsi che il pagamento dei contributi non può essere definito una sanzione, ma è semplicemente uno degli obblighi derivanti dal rapporto di lavoro. Pertanto, il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna del ricorrente alla rifusione all'INPS delle spese del giudizio di legittimità. Nulla sulle spese della controparte che non ha svolto attività difensiva.”Le conclusioni ovviamente si estendono anche al premio assicurativo. In definitiva il lavoratore straniero extracomunitario le leggi sulla assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali trovino applicazione per tutti i lavoratori impiegati nel territorio italiano, cittadini o stranieri, e per questi ultimi, a prescindere dalle condizioni di reciprocita.L'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, in quanto normativa di diritto pubblico, considera tutte le situazioni di rischio creatisi sul territorio nazionale e tradotte, di regola, in infortuni accaduti sul territorio nazionale.

LA CIRCOLARE 22 LUGLIO 2010 DEL MINISTERO DEL LAVORO.

Si rammenta infine la circolare 22 luglio 2010 del Ministero del lavoro ove è previsto che “Per gli stranieri extracomunitari già regolarmente soggiornanti in Italia è ammissibile la conversione del permesso di soggiorno per studio o formazione professionale in corso di validità in permesso di soggiorno per lavoro autonomo, anche in presenza di contratto cd. a progetto.Le Direzioni rovinciali del Lavoro, ai fini del rilascio del competente parere allo Sportello Unico, sono chiamate sia a verificare la disponibilità - attraverso il sistema SILEN - della specifico quota destinata alle conversione per lavoro autonomo attribuita a livello locale, che ad accertare, dalla documentazione presentata dallo straniero richiedente, il carattere autonomo (e non subordinato o parasubordinato) del contratto a progetto.
I1 lavoro a progetto non tende, infatti, ad assorbire tutti i modelli contrattuali riconducibili in senso lato all’area della cd. parasubordinazione (come affermato dalla Direzione Regionale del Lavoro di Milano Prot. 4206 del 16.2.2005).Ai fini del corretto inquadramento della fattispecie di contratto cd. a progetto tra il lavoro autonomo, per i quali è permessa la conversione del permesso di soggiorno per studio/formazione in permesso per lavoro autonomo, è necessaria un’attenta verifica da parte delle DPL circa i requisiti qualificanti della fattispecie.A tal proposito, si rimanda alle circolari del Ministero del Lavoro 1/2004,17/2006 e 4/2008, che indicano in maniera dettagliata quando un contratto a progetto può qualificarsi come contratto di lavoro autonomo.Si precisa, inoltre, che l’orientamento su esposto non vale per i nuovi ingressi dall’estero  (ex art. 26 del T.U. e art. 39 del D.P.R. 394/99), in quanto la specifica attività di lavoro autonomo deve essere riconducibile ad una delle categorie individuate dall’art. 2 del D.P.C.M. 1.04.2010. Tra queste, allo stato, ancora non figura la casistica relativa al lavoro cd. a progetto.”In tutti questi casi sono sottoposti alle relative disposizioni di tutela infortunistica.

LA NOTA DEL 12 MARZO DEL 2012 N. 0001819

La tutela assicurativa del lavoratore italiano assunto nel territorio nazionale ed operante all'estero in Paesi extracomunitari con i quali non è stata stipulata alcuna convenzione di Sicurezza sociale, è stata introdotta a seguito dell'emanazione del DL n. 317/1987. Sul punto l'Istituto ha dettato apposite istruzioni in particolare con le circolari n. 54/1988, n. 68/1989 e la circolare annuale in tema di retribuzione imponibile nonché con la nota della Direzione Centrale Rischi - Ufficio Tariffe del 15.12.2000.Pur riferendosi tale normativa solo ai lavoratori italiani, in applicazione del Trattato dell'Unione Europea che vieta ogni discriminazione effettuata in base alla nazionalità, la stessa è applicata anche ai lavoratori cittadini comunitari. Per quanto riguarda i cittadini extracomunitari, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in attuazione del principio di parità di trattamento che impronta la legislazione italiana, ha ritenuto di estendere la tutela infortunistica anche ai lavoratori extracomunitari che sono inviati dal proprio datore di lavoro in un Paese extracomunitario con il quale non sono in vigore accordi di sicurezza sociale, anche parziali. Detta estensione riguarda i sopraindicati lavoratori extracomunitari che si trovino in una delle seguenti condizioni:

•    in possesso di permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo5

•    privi dello status di "soggiornanti di lungo periodo", ma in possesso di regolare titolo di soggiorno e di contratto di lavoro. 

In particolare il riferimento alla parità di trattamento che impronta la legislazione italiana, richiamato anche dalla normativa indicata in oggetto, è espresso nel Testo Unico Immigrazione il quale stabilisce che "la Repubblica Italiana, in attuazione della convenzione OIL n. 143 del 24 giugno 1975, ratificata con legge 10 aprile 1981, n. 158, garantisce a tutti i lavoratori stranieri regolarmente soggiornanti nel suo territorio e alle loro famiglie parità di trattamento e piena uguaglianza di diritti rispetto ai lavoratori italiani". Secondo il citato Dicastero, da ciò scaturisce che non sussistono ostacoli per ritenere che la richiamata estensione dei diritti riguardi anche le disposizioni in materia di tutela assicurativa in argomento. Alla luce di quanto sopra indicato,  le disposizioni già  impartite  dall'Istituto in merito all'obbligo assicurativo dei lavoratori italiani operanti in Paesi extracomunitari con i quali non sono previsti accordi di sicurezza sociale7 sono applicate anche ai lavoratori extracomunitari come sopra individuati. La retribuzione imponibile da prendere a base per il calcolo dei premi assicurativi dovuti per detti lavoratori extracomunitari operanti all'estero in Paesi extracomunitari con i quali non è stata stipulata alcuna convenzione di Sicurezza sociale, è la retribuzione convenzionale di cui all'art. 4 della legge n. 398/1987 determinata annualmente da apposito decreto ministeriale8, in merito alla quale è emanata dall'Istituto apposita circolare. A tali retribuzioni devono essere ragguagliate le prestazioni, secondo i criteri vigenti. “In tal modo il regime assicurativo del lavoratore ialiano all’estero è stato esteso al lavoratore extracomunitario inviato per lavoro all’estero.

IL LAVORATORE EXTRACOMUNITARIO E LA NORMATIVA IN MATERIA DI SICUREZZA

Il principio di territorialità si applica anche alla materia della sicurezza. Una delle novità della normativa di tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, è costituita da espliciti riferimenti a garanzie di tutele proprio per i lavoratori immigrati.

Infatti, il D.Lgs 81/08 e s.m.i., già all’art.1 afferma che la finalità del presente decreto legislativo consiste nel “garantire l’uniformità della tutela delle lavoratrici e dei lavoratori sul territorio nazionale attraverso il rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, anche con riguardo alle differenze di genere, di età e alla condizione delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati”. Inoltre, l’art. 11 recita “nell’ambito dei rispettivi compiti istituzionali, le mministrazioni pubbliche promuovono attività specificamente destinate ai lavoratori immigrati o alle lavoratrici, finalizzate a migliorare i livelli di tutela dei medesimi negli ambienti di lavoro”. Senza dubbio, l’innovazione più rilevante della norma è costituita dall’art. 28, laddove prevede che nella valutazione dei rischi devono essere considerati “…anche i rischi connessi alle differenze di genere, all’età, alla provenienza da altri Paesi”. Inoltre, il D.Lgs 81/08 e s.m.i., ritenendo fondamentale per la prevenzione degli incidenti sul lavoro un’adeguata e mirata formazione ed informazione dei lavoratori, stabilisce, all’art. 36, comma 4, che “il contenuto della informazione deve essere facilmente comprensibile per i lavoratori e deve consentire loro di acquisire le relative conoscenze. Ove la informazione riguardi lavoratori immigrati, essa avviene previa verifica della comprensione della lingua utilizzata nel percorso informativo” ed all’art. 37, comma 1, che “il datore di lavoro assicura che ciascun lavoratore riceva una formazione sufficiente ed adeguata in materia di salute e sicurezza, anche rispetto alle conoscenze linguistiche”. In particolare, all’art. 37, comma 13, si precisa ulteriormente che “il contenuto della formazione deve essere facilmente comprensibile per i lavoratori e deve consentire loro di acquisire le conoscenze e competenze necessarie in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Ove la formazione riguardi lavoratori immigrati, essa avviene previa verifica della comprensione e conoscenza della lingua veicolare utilizzata nel percorso formativo”.

LE NORME IN MATERIA DI IMMIGRAZIONE – BREVI CENNI

Testo Unico di Pubblica Sicurezza (TULPS) n. 733 del 18 giugno 1931, in particolare dagli articoli 142 e seguenti, e dal regolamento di esecuzione del r.d. 6 maggio 1940, n. 635, in particolare dal titolo quinto (artt. 261- 271). Tale normativa aveva come oggetto il regolamento di aspetti formali dell'ingresso e del soggiorno dei cittadini stranieri in un'ottica essenzialmente di sicurezza pubblica; la disciplina di accesso al lavoro era invece contenuta in alcune circolari emesse dal Ministero del Lavoro.

1981: l'Italia ratificA con la legge n. 158 la convenzione OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) n.143/1975 sulla promozione dell'uguaglianza di opportunità e di trattamento dei lavoratori immigrati.

1982 : circolari del Ministero del Lavoro 2 marzo e 9 settembre che effettuano le prime regolarizzazioni

30 dicembre 1986:  legge n. 943 ("Norme in materia di collocamento e di trattamento dei lavoratori extracomunitari immigrati e contro le immigrazioni clandestine"), la prima regolamentazione normativa dell'attività lavorativa straniera.

Cd. legge Martelli ovvero d. l. n. 416 del 1989, poi modificato e previsto nella legge n. 39/1990

Legge n. 617/1996 che introduce una ulteriore regolarizzazione. Tale provvedimento contemplava tre ipotesi di regolarizzazione: per lavoro subordinato, per iscrizione nelle liste di collocamento, per ricongiungimento familiare.

L'ingresso dell'Italia nella convenzione di Schengen a determinò la modifica della legge "Martelli".Il 19 febbraio 1997 venne presentato dal Governo il disegno di legge n. 3240 con ad oggetto il tema dell'immigrazione che venne convertito poi nella legge n. 40/1998.Questa legge viene poi recepita nel Decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 che recava il Testo Unico sull'Immigrazione. Attraverso il Testo Unico si è cercato di disciplinare in maniera organica la materia dell'immigrazione e di dare risposta alle nuove esigenze emerse nel territorio. Tale Testo, entrato in vigore il 2 settembre 1998, ha riordinato in un'unica fonte tutta la legislazione sull'immigrazione extracomunitaria, abrogando le norme precedenti la legge n. 40/1998. Al titolo III troviamo la Disciplina del lavoro, all'interno della quale ci sono importanti istituti: la determinazione dei flussi di ingresso (art. 21), il lavoro subordinato a tempo determinato e indeterminato (art. 22), la prestazione di garanzia per l'accesso al lavoro (art. 23), il lavoro stagionale (art. 24) e la previdenza e assistenza per i lavoratori stagionali (art. 25), l'ingresso e il soggiorno per il lavoro autonomo (art. 26), l'ingresso per lavoro in casi particolari (art. 27).

La materia della chiamata diretta è stata novellata con decreto legislativo recante le "Disposizioni modificative e correttive del decreto legislativo 21.4.2000, n.181, concernente disposizioni per agevolare l'incontro tra domanda e offerta di lavoro, in attuazione dell'art.45, comma 1, lettera a), della legge 17.5.1999, n.144", approvato dal Consiglio dei Ministri il 24.10.2002.

Il Testo Unico è stato modificato dalla legge 189/2002, cosiddetta Bossi- Fini, e dalla legge n. 222/2002 di conversione del d.l. 195/2002. Queste leggi, insieme al Regolamento contenente le norme di attuazione D.P.R. 394/1999, modificato nel D.P.R. n. 334/04, costituiscono la struttura normativa della disciplina sull'immigrazione nel nostro paese. Notevoli le modifiche in tema di disciplina del lavoro.

Sulla Gazzetta Ufficiale n. 18 del 23 gennaio 2004 sono stati pubblicati i decreti del Presidente del Consiglio sulle quote di ingresso sul lavoro stagionale e sul lavoro subordinato non stagionale e autonomo, e il 21 gennaio 2004 è stata divulgata la circolare n. 5/2004 del Ministero del Welfare con le istruzioni applicative.

A gennaio 2005 sono state emanate due circolari: la n.1/2005 e la n.2/2005 del Ministero del Lavoro che hanno fissato le quote previste di lavoratori extracomunitari e neo comunitari per l'anno 2005. Nel marzo 2005 è stata emanata una circolare da parte del Ministero del Lavoro con oggetto "D.P.R. 18 ottobre 2004, n. 334 concernente "Regolamento recante modifiche ed integrazioni al D.P.R. 31 agosto 1999, n. 394, in materia di immigrazione", previsto dall'art. 34, comma 1, della legge Bossi-Fini - Sportello Unico per l'Immigrazione - Ulteriori immediate indicazioni."

LA DISCIPLINA DELL'ACCESSO AL LAVORO PER IL LAVORATORE SUBORDINATO A TEMPO DETERMINATO E INDETERMINATO.

La legge 189/2002, e il nuovo regolamento di attuazione, n.334/04, come già più volte detto, hanno profondamente modificato l'accesso al lavoro per il lavoratore subordinato a tempo determinato e indeterminato, accesso che viene disciplinato dall'art. 22 T.U. Anzitutto è da rilevare che il datore di lavoro italiano o straniero, regolarmente soggiornante e residente in Italia, per assumere un cittadino straniero residente all'estero si deve rivolgere allo Sportello Unico per l'Immigrazione, presso ogni Ufficio Territoriale del Governo, che sarà competente per le procedure che riguardano il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di lavoro e di famiglia. Le funzioni dello Sportello Unico per l'Immigrazione (UTG) fino a quando entra in vigore del regolamento di attuazione sono svolte dalle Direzioni Provinciali del Lavoro. Lo Sportello Unico sull'Immigrazione è stato disciplinato anche dall'art. 30 del nuovo regolamento di attuazione, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 10 febbraio 2005; viene specificato come verrà diretto da un dirigente della carriera prefettizia o da un dirigente della Direzione provinciale del Lavoro. L'Ufficio è composto da un rappresentante della Prefettura, uno della DPL, un appartenente alla Polizia di Stato.Il Ministero del Lavoro con la circolare n. 4 del 21 gennaio 2002 ha chiarito come le richieste di autorizzazione al lavoro non devono essere presentate prima della data di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto flussi, che in nessun modo le richieste presentate prima del termine costituiscono una posizione di precedenza.Il datore di lavoro, italiano o straniero regolarmente soggiornante, presenterà allo Sportello Unico per l'Immigrazione del comune di residenza o di quello dove ha sede legale l'impresa o dove verrà prestata l'attività lavorativa la documentazione necessaria per la concessione del nullaosta al lavoro subordinato, si può presentare allo Sportello Unico della provincia di residenza o quello della provincia dove ha sede legale l'impresa o quello dove avrà luogo la prestazione di lavoro, dovrà contenere,così come specificato dal nuovo D.P.R.: una richiesta nominativa con tutte le generalità del lavoratore o se richiesta numerica il numero di lavoratori che si intende assumere, le generalità del datore di lavoro, del titolare o del rappresentante legale,la ragione sociale la sede e l'indicazione del luogo di lavoro, il trattamento retributivo e assicurativo che rispetti, ovviamente le leggi in materia e i contratti collettivi nazionali di categoria, una copia della documentazione dell'alloggio per il lavoratore che rientri nei parametri minimi richiesti dalla legge per gli alloggi di edilizia residenziali, una copia del contratto di soggiorno, una impegnativa a pagare le spese del viaggio di ritorno nel paese di origine, una dichiarazione nella quale si impegna a comunicare ogni variazione concernente il rapporto di lavoro. L'inosservanza di quest'ultimo impegno darà luogo agli estremi per una sanzione amministrativa da 500 a 2.500 euro. Per l'accertamento e l'irrogazione della sanzione è competente il prefetto.

LE CIRCOLARI INAIL ED INPS IN MATERIA DI REGOLARIZZAZIONE

E’ stata in particolare la circolare Inps 08/07/2003, n. 122 a dettare disposizioni in materia a seguito della Bossi Fini e ad andare oltre l’ambito meramente operativo in qualche modo rammentando nella prima parte le disposizioni generali in tema di tutela del lavoratore extracomunitario esprimendosi secondo quanto segue : “La legge 30.7.2002, n. 189, pubblicata  nel Supplemento ordinario  n. 173/ L alla Gazzetta Ufficiale n. 199 del 26.8.2002, contiene modifiche alle previsioni del Testo Unico delle disposizioni riguardanti la disciplina sull’immigrazione di cui al D.Lgs. 25.7.1998, n. 286 . Le disposizioni in esame dettano la disciplina generale che regola l’ingresso e il rapporto di lavoro del cittadino di Stati non appartenenti all’Unione Europea e dell’apolide che viene assunto in territorio italiano da un datore di lavoro italiano o straniero regolarmente soggiornante. La legge n. 189/2002 non ha quindi modificato le previsioni dell’art. 1 del T.U. n. 286/1998, le  disposizioni del quale non si applicano pertanto ai cittadini degli Stati membri dell’Unione Europea, se non in quanto si tratti di norme più favorevoli. Si precisa, per quanto attiene specificamente la materia previdenziale, che le disposizioni di cui al T.U. in questione trovano applicazione anche alle fattispecie di distacco, qualora si tratti di cittadini extracomunitari provenienti da un Paese che non sia legato all’Italia da convenzioni in materia di sicurezza sociale, ovvero qualora la convenzione esistente sia “parziale”, con riferimento alle forme assicurative da questa non previste.

2.TUTELA PREVIDENZIALE DEI LAVORATORI EXTRACOMUNITARI

Per i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione Europea e per gli apolidi trova applicazione ai fini della tutela previdenziale l’ordinaria disciplina dettata per i lavoratori italiani, con l’aggiunta di eventuali previsioni dettate per specifiche fattispecie di lavoro dello straniero in Italia regolate dalla disciplina interna. Costituisce infatti principio fondamentale della legislazione in materia di sicurezza sociale quello della territorialità dell’obbligo assicurativo, in base al quale i lavoratori devono in linea di principio essere assicurati ai fini previdenziali nel Paese in cui svolgono l’attività lavorativa .E’ assicurata altresì a tali lavoratori parità di trattamento con i cittadini dello Stato italiano. In base a questi principi trovano pertanto applicazione le disposizioni normative vigenti nel Paese in cui è svolta l’attività lavorativa, per quanto attiene tipologie di copertura assicurativa, importi, retribuzione imponibile, modalità di versamento, ecc. Eccezioni al principio di territorialità si hanno, come noto, nei casi di distacco regolamentati da convenzioni in materia di sicurezza sociale, relativamente al periodo di tempo definito dall’accordo, e nei casi disciplinati dall’art. 3, co. 8, della legge n. 398/1987, il quale dispone che il Ministro del Lavoro può con proprio decreto, emanato di concerto con i Ministri degli Affari Esteri e dell’Economia e Finanze, esonerare dall’obbligo del versamento dei contributi dovuti alle assicurazioni generali obbligatorie per i dipendenti stranieri le imprese straniere appartenenti a Paesi che concedono analogo esonero alle imprese italiane operanti sul loro territorio per i lavoratori italiani alle loro dipendenze. E’ inoltre precisato all’art.1, co. 3, del T.U. n. 286/1998 che quando altre disposizioni di legge fanno riferimento ad istituti concernenti persone di cittadinanza diversa da quella italiana ovvero apolidi, lo stesso riferimento deve intendersi agli istituti previsti dal testo unico stesso, e che sono comunque fatte salve le disposizioni interne, comunitarie e internazionali più favorevoli comunque vigenti nel territorio dello Stato.”

INAIL emanò sul tema circolari meramente operative come la 58/2002 e la nota alle strutture del 26/6/03 facilmente reperibili sul sito dell’Istituto. L’ultima circolare emanata in materia di emersione dall’Istituto assicuratore è la n. 48 del 2 ottobre 2012

avente ad oggetto Disposizione transitoria per l’emersione di lavoratori extracomunitari. Articolo 5 del decreto legislativo n. 109/2012.